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“Volevo solo fare la pizza”


Fa ridere e fa anche piangere. A voi cosa fa?

 

Da “L’espresso”

Che pizza capricciosa
di Marco Travaglio
Corsi insensati, burocrazia da incubo, dipendenti finti malati ma
intoccabili. Tra Kafka e Fantozzi, l’odissea di un ristoratore. In un
libro che batte ogni saggio

In ‘Volevo solo vendere la pizza’ (Garzanti) Luigi Furini, 53 anni,
giornalista di giudiziaria e di economia, racconta la sua esperienza
di piccolo imprenditore e la storia tragicomica del negozio di pizza
al taglio cui per due anni ha dedicato tutto il suo tempo libero. Qui
di seguito pubblichiamo l’introduzione del libro, firmata da Marco
Travaglio.

Questo libro potrebbe intitolarsi, parafrasando Totò, “Poi dice che
uno si butta a destra”. È la storia di un ex giovane maoista, ex
sindacalista della Cgil, che fa il giornalista e a un certo punto
decide di investire un gruzzolo di risparmi mettendo su una micro-
pizzeria da asporto nella sua città, Pavia. E scopre suo malgrado
l’altra faccia dello stato sociale e del sindacato: quella che premia
chi cerca il posto, non il lavoro. E punisce inflessibilmente chi ha
voglia di fare. Gigi Furini, autore e protagonista di queste
avventure fantozziane, le racconta con delicatezza e ironia. Ma alla
fine il suo ritratto del nostro Welfare straccione è folgorante e
impietoso, politicamente scorrettissimo proprio perché molto più
autentico e realistico di qualunque trattato socioeconomico. ‘Volevo
solo vendere la pizza’ è vivamente consigliato ai politici e ai
sindacalisti che vogliano guardarsi allo specchio e uscire dal loro
polveroso Jurassic Park. Ma anche ai politologi che s’interrogano sul
“malessere del Nord”.

Dunque Gigi affitta a Pavia un locale di 30 metri quadri a 1.200 euro
al mese, e si mette al lavoro. S’iscrive alla Camera di commercio,
acquista il forno, i macchinari e gli arredi, rinnova gli impianti
perché siano a norma, si dota di tutto l’armamentario per la
sicurezza, passa ore e ore fra commercialisti, avvocati, consulenti,
Asl, uffici pubblici. Non vede l’ora di sfornare la prima pizza, ma
quell’ora sembra non arrivare mai. Passano i giorni, e il piccolo
imprenditore Gigi si trova risucchiato in un tunnel degli orrori
senza fine, roba da far impallidire i più vieti luoghi comuni sulla
burocrazia all’italiana. Il mondo di Gogol e Kafka è uno scherzo, al
confronto. Obblighi, autorizzazioni, carte, bolli, spese,
certificati, ispezioni, permessi, multe, leggi, regolamenti, cavilli,
manuali, corsi di formazione e soprattutto sigle. Tante sigle,
perlopiù incomprensibili. C’è per esempio il corso Haccp (Hazard
Analysis and Critical Control Points), che ricorda vagamente il
socialismo reale, invece insegna a distinguere le mozzarelle dai
detersivi e a numerare le trappole per topi. Ed è solo il primo di
una lunga serie, perché prim’ancora che Gigi apra il suo negozietto
c’è già qualche decina di persone che vive alle sue spalle. Cioè
campa su una serie di prescrizioni che “se non ottemperi, rischi di
prendere la multa”. Dunque, terrorizzato, ottemperi. Il medico che
deve valutare i rischi per i futuri lavoratori si porta via mille
euro per un sopralluogo di dieci minuti e una relazione prestampata.
E altre migliaia di euro per tenere corsi su corsi, uno più
tragicomico dell’altro. Le lezioni di Rssp (prevenzione e protezione)
svelano agli attoniti studenti come si appoggia una scala al muro,
come si spostano le sedie e soprattutto che cosa s’intende per
“luoghi bagnati”: la normativa considera tali “anche gli spazi aperti
dopo le precipitazioni atmosferiche fino al ritorno dello stato
asciutto”. Al corso antincendio si sconsiglia di “usare materiale
infiammabile per spegnere le fiamme” e si apprende che “il legno
brucia più facilmente quando è secco”; quando è umido, invece, “con
più difficoltà”. Roba forte. Mai come le lezioni di primo soccorso,
che insegnano un sistema tutto speciale per fronteggiare “gli eventi
avversi”. Quale? “Chiamare il 118 da qualunque telefono fisso o
cellulare, senza comporre il prefisso”, avendo cura di “specificare
città, paese o frazione, via e numero civico del luogo della chiama”,
altrimenti l’ambulanza non sa dove andare e non arriva.

La prima pizza non s’è ancora vista, e il piccolo imprenditore Gigi
ha già speso centomila euro. Poi finalmente, superato l’ultimo
scoglio dell’insegna luminosa (altra battaglia campale), la pizzeria
Tango apre i battenti e fa subito ottimi affari. Se non fosse per i
cosiddetti “lavoratori”, si capisce. La prima commessa si ammala dopo
dieci giorni: mai più vista. La sostituta, una studentessa, non vuol
saperne di un contratto per motivi fiscali suoi. Poi c’è la Guardia
di Finanza, che sulle quisquilie non perde un colpo. Un giorno la
commessa regala una fetta di pizza a una bambina: multa di 516 euro
per “mancata emissione del documento fiscale dell’importo di euro 1″.
La scena si ripete quando una cliente fugge lasciando lo scontrino
sul bancone e viene pizzicata senza, all’uscita, dalle occhiutissime
Fiamme gialle. La pizzaiola intanto resta incinta e si mette subito
in malattia per “gravidanza a rischio”. Poi però apre una pizzeria
proprio davanti alla Tango e comincia beffardamente a lavorarci
dall’alba a notte fonda, col suo bel pancione in primo piano. Prende
due stipendi, uno dei quali rubato, ma l’Inps non fa una piega,
l’Ispettorato del lavoro men che meno, il sindacato la protegge. E
Gigi paga. Tenta di licenziarla, ma non c’è verso. Ormai va avanti a
gocce di Gutron, sull’orlo dell’esaurimento nervoso. È a questo punto
che la sua fede comunista comincia a vacillare. I “compagni” della
Cgil lo trattano come un “padrone” e coprono la malata immaginaria
che viola il contratto, fa concorrenza sleale al suo datore di lavoro
e ha pure il coraggio di denunciarlo per averla licenziata. Gigi la
rimpiazza col signor Giovanni, ma gliene andasse bene una: lavora un
mese, per il resto è sempre in malattia, viene pagato per sette mesi,
più tredicesima, quattordicesima, ferie non godute e liquidazione, ma
non gli basta ancora: con l’ausilio dell’ennesimo “patronato dei
lavoratori”, denuncia Gigi per “inadempienze contrattuali”.
Le gocce di Gutron aumentano. La nuova pizzaiola è siciliana: al suo
paese lavorava in una panetteria, ma risultava bracciante agricola,
così il padrone pagava meno contributi. Controlli? In Sicilia,
nemmeno l’ombra. C’è chi, per molto meno, correrebbe a iscriversi
alla Lega Nord. Gigi, che è un buono, si limita a chiudere bottega,
per disperazione. Così l’Italia ha una piccola impresa in meno e
cinque lavoratori disoccupati in più. L’ultimo sfizio del piccolo
imprenditore prima di alzare bandiera bianca è quello di capire: è
stato solo sfigato, o c’è dell’altro? È capitato solo a lui, oppure è
così per tutti? Dall’Inps di Roma rispondono che nel 2003, su venti
milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati dodici
milioni di certificati medici per complessive sessanta milioni di
giornate lavorative perdute. Non era sfiga, è il sistema. Gigi,
anziché buttarsi a destra, è rimasto eroicamente comunista. Ma,
questo sì, è capitato solo a lui.




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