Capitalismo Spaghetti


Tutto troppo giusto in questo commento che segue. Peccato che Statera
dimentichi di dire che il suo editore di Repubblica, e’ stato uno
degli inventori e teorizzatori delle ’scatole cinesi’ che adesso tutti, Statera
per primo, deprecano.

Il capitalismo-spaghetti e’ ridicolo e assurdo, soprattutto in epoca
di Simulmondo, e l’Italia sta pagando un carissimo prezzo a questo
capitalismo senza regole e senza capitali.

Per questo da decenni preferisco investire a Wall Street o
in small caps italiane che vendono in tutto il mondo e se ne
fregano se comanda Prodi o Berlusconi.

Grazie a questo sistema politico-economico, i nostri
governanti sono contemporaneamente i meno legittimati
dai cittadini e dalla democrazia elettorale, e i piu’ potenti
e interventisti nell’economia del Paese.

Da qui nasce una situazione potenzialmente esplosiva
per la nostra democrazia, specie in epoca di libera e
circolante informazione interattiva e finanziaria.

Deve cambiare molto e fortunatamente ci sono
molte persone intelligenti che ci stanno lavorando,
anche nei media, nella politica e nell’economia.

E’ importante sostenerli.
www.repubblica.it
Alberto Statera

“Il mercato? Che si fotta: gli italiani li devono intercettare gli italiani”. Sic transit gloria mundi, con una vignetta di Tullio Altan che in dodici parole, più efficaci di qualunque editoriale, seppellisce per sempre l´epopea dei capitani coraggiosi della razza padana, che nel 1999 imbastirono la madre di tutte le privatizzazioni, e, con loro, l´homo novus del capitalismo italiano che nel lustro successivo, dal 2001, tentò di riportare l´operazione Telecom nell´alveo dei poteri forti – soprattutto sé stesso – sognando di farsi il Gianni Agnelli del ventunesimo secolo. Per la verità fu il Financial Times nel 2001 ad attribuire a Marco Tronchetti Provera l´eredità morale dell´Avvocato.

E fu seguito con entusiasmo da buona parte della spesso compiacente pubblicistica nostrana, con qualche distaccato fastidio - si racconta - dello stesso Agnelli.
Del resto, le stimmate, almeno quelle estetiche, l´uomo le ha tutte: bello, corrucciato, brizzolato, elegante - anzi l´italiano più elegante del mondo, sentenziò il Washington Post -, classe 1948, tre buoni matrimoni: con Letizia Rittatore Wonwiller, autrice di Come sposare un miliardario, Cecilia Pirelli, figlia di Leopoldo, e Afef Jnifen, l´attuale, modella tunisina ed ex moglie dell´avvocato d´affari romano Marco Squatriti, soprannominato Squatriarcos per gli stili di vita sardanapaleschi.

Nell´iconizzazione indefessa del “nuovo Agnelli” abbiamo saputo in questi anni che egli ha trascorso al vertice del colosso delle telecomunicazioni, che scia da dio, veleggia come Paul Cayard, veste Caraceni, porta scarpe su misura, se non per il tempo libero quando usa Tod´s e Prada, indossa camicie Loro Piana, orologio Audemars Piguet Royal Oak, cravatte Marinella. Il barbiere Colla garantisce che il suo “brizzolio” non ingiallisca. Nessuno ha mai rivelato da quali letture sia stata completata la cultura conferitagli dalla laurea alla Bocconi, ma tutti si sono fidati del giudizio di quel grande gentiluomo dell´ex suocero, che lo investì in Pirelli in un momento di crisi, dopo lo sfortunato assalto alla Continental, con le parole: «Marco sarà più di un capo». Enrico Cuccia ci credette e i risultati in Pirelli si videro.

Nel 2001, dopo il fallimento del “nocciolino” di Carlo Azeglio Ciampi inventato per collocare il lascito più importante dello Stato imprenditore e la successiva scalata e fuga col malloppo della razza padana, il decollo del grande disegno tronchettiano di fare di Telecom privata il crocevia di potere del nuovo capitalismo, quello che per mezzo secolo era stata la Fiat prima di Vittorio Valletta, poi di Gianni Agnelli.

Passati sei anni, Altan nella sua vignetta riassume in dodici folgoranti parole la crisi d´immagine di Telecom in seguito allo scandalo delle intercettazioni telefoniche, la crisi endemica dell´intero capitalismo italiano e della spesso dissennata politica industriale, il tutto condito dalla retorica dell´italianità. Del resto, sapete chi aveva previsto come sarebbe andata a finire? Chicco Gnutti e Stefano Ricucci, i capifila dei furbetti del quartierino, che appena due anni fa erano tutti schierati a scalare il cielo di questo tisico capitalismo autoreferenziale, quando non delinquenziale, fatto di partecipazioni a cascata, di scatole cinesi, di improbabili matrioske che partoriscono creature tarate.

Era l´estate del 2005, quando in un´intervista a questo giornale, Tronchetti, sempre misurato, quasi una sfinge - definizione che fece dire alla moglie «se lui è una sfinge io sono la sua piramide» - ci dichiarò che lui preferiva i «salotti sani» ai «salotti buoni». Il giorno dopo Ricucci, intercettato, parla al telefono con Chicco Gnutti: «…ma tu l´hai letta l´intervista di quel deficiente di Tronchetti Provera su La Repubblica di stamattina?» Gnutti: «No». Ricucci: «E leggitela va! Che parla de me e de te…. C´è tutta l´intervista del dottor Tronchetti Provera, che loro sono il salotto sano…». Gnutti: «Ah, ah». Ricucci: «…c´ha quarantacinque miliardi d´euro di debiti …il salotto sano lui c´ha!». «E sì, ma viene, viene…a miti consigli anche lui eh?» Ricucci: «E quando però?» Gnutti: «Eh, l´anno prossimo».

Come si fa a fare il crocevia del nuovo capitalismo con 45 miliardi di debiti e una partecipazione troppo fragile? Archimede diceva: datemi un punto d´appoggio e vi solleverò il mondo. Tronchetti- Archimede, caso forse unico al mondo, ci è quasi riuscito, perché con 340 milioni di euro ha ottenuto il controllo di Telecom, di conseguenza le mani in Capitalia, Mediobanca e Corriere della Sera, con un capitale investito di una settantina di miliardi, mentre gli azionisti di minoranza hanno sborsato 21 miliardi e le banche hanno concesso crediti per 45 miliardi.

Una leva finanziaria straordinaria resa possibile dalle partecipazioni a cascata e riversando il costo della scalata stessa sulla società acquisita, con l´esplosione dell´indebitamento. Se un imprenditore controlla la società con una quota piccola di capitale non c´è il rischio - come sostiene Lucian A. Bebchuk, professore della Harvard Law School – che trovi vantaggioso farsi gli affari propri, spolpare l´azienda avendone il profitto e scaricare gli oneri sugli altri soci? Per carità, non si può maramaldeggiare su Tronchetti e sul suo sogno infranto.

E´ il sistema italiano delle piramidi societarie – non la piramide incarnata dalla signora Afef - che consente il controllo da parte di un imprenditore che comanda tanto rischiando poco. Un sistema che ha favorito il formarsi di una classe dirigente mediocre, inadeguata a gestire le sfide del mercato e molto portata a favorire più gli interessi personali che quelli generali, come dimostra una ricerca del sociologo Carlo Carboni (Elite e classi dirigenti in Italia) in uscita per Laterza. Anche Tronchetti è stato sospettato e censurato duramente dall´economista Alessandro Penati per la famosa stock option formato gigante su Otusa, che portò nella sue tasche in un colpo solo 219 milioni di dollari, 146 in quelle di Giuseppe Morchio e 91,2 in quelle di Carlo Buora.

E anche per il suo “terzismo”. Nel 2001 Berlusconi è approdato a Palazzo Chigi e Tronchetti, appena entrato alla Telecom, dimostra la sua volontà di collaborazione: compra le disastrose Pagine Bianche e, con la Pirelli Real Estate, la berlusconiana Edilnord per 211 milioni di euro, un prezzo giudicato troppo alto. E subito dopo evira “La 7″ disinnescando la mina del Terzo Polo, progettato da Lorenzo Pellicioli e da Roberto Colaninno, che teneva alquanto in ansia Fedele Confalonieri.

L´aspirante homo novus del capitalismo italiano, il Gianni Agnelli del terzo millennio non è un furbo luciferino, lui si descrive come un tranquillo uomo di minoranza, ma non certo “il genero”, come lo chiamavano quando era coniugato Pirelli. In questi anni, nonostante gli errori commessi, al fianco della “piramide” Afef è diventato quasi un´icona nazionalpopolare, ma non riuscendo mai a colmare neanche lontanamente il vallo che lo separa dalla naturale autorevolezza che ammantava l´Avvocato.

Non un Lucifero, né uno stupido, nonostante la teoria di Robert Musil che divide in due la stupidità: una onesta e schietta, dovuta all´intelletto debole, l´altra, paradossalmente segno d´intelligenza, somigliante al «progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento». Tanti anni dopo la testa pensante di Vito Gamberale, che inventò il business dei telefonini, oggi sapete che occorre? Non geni. Non stupidi. Serve un Marchionne dei telefoni.


15 Commenti su “Capitalismo Spaghetti”

  1. Francesco Carlà:

    Ecco, per esempio, un politico da sostenere …

    www.repubblica.it
    Luca Pagni

    «Sono perplesso di fronte a banche e assicurazioni che difendono gli interessi dell´italianità. Pensavo facessero gli interessi dei loro azionisti». Bruno Tabacci, deputato dell´Udc, uno degli esponenti politici più attenti ai fatti economici è particolarmente critico sull´operazione Telefonica. Critiche che si rivolgono in particolare alla presenza di Intesa Sanpaolo e Generali nella nuova società di controllo di Telecom.

    Onorevole, cosa non le piace dell´operazione?
    «Mi auguro che risponda a criteri industriali e che si tratti di un investimento che vada in questa direzione. Nonché nell´interesse del cittadino consumatore e dell´efficacia del servizio. Mi pare, invece, che sotto l´ombrello dell´italianità si stiano giocando partite di ben altra natura e questo è l´aspetto più preoccupante».

    Teme che sia più un´operazione di potere economico più che un investimento industriale?
    «Sui risultati industriali vedremo alla prova dei fatti. Invece, leggo che l´intervento delle Generali è stato sollecitato per la difesa dell´italianità. Credo che questo sia solo lo schermo dietro al quale si concentra un potere enorme, che apre interrogativi sulla natura della democrazia in Italia, visto che queste stesse banche e assicurazioni che intervengono in Telecom hanno interessi nei giornali».

    Il governo non avrebbe dovuto interessarsi di quanto stava accadendo?
    «Che il governo cerchi di capire mi sembra giusto. Ma qui è accaduto qualcosa di più: un intervento irrituale, che una volta di più crea le condizioni di un capitalismo sotto tutela. Ma da noi gli imprenditori sembrano essere diventati merce sempre più rara».

    Un operatore di valore come Telefonica non è una garanzia?
    «Speriamolo. Soprattutto per il cittadino utente che è già stato penalizzato dalle privatizzazioni all´italiana. Tra l´altro promosse dallo steso premier ora in carica. Furono necessarie ma non sono mancati gli errori. Come il mancato scorporo della rete dalla gestione. Ora mi auguro che gli utenti non debbano più pagare, come in passato, attraverso le tariffe, acquisizioni fatte a debito. Con la conseguenza di aver stressato la gestione economica delle società per riversare utili sulla catena di controllo. Soprattutto mi auguro che il gioco non rimanga in mano alle banche che sostengono di difendere l´italianità ».

  2. Francesco Carlà:

    E questo e’ un sito, e un giornalista, che racconta i fatti senza ideologie e senza paure. Puo’ sbagliare, come tutti, ma informa e analizza senza conflitti e complessi. Come cerco di fare io. Segnalate anche voi i giornalisti, i politici, i sindacalisti e i capitalisti liberali e liberi che conoscete, apprezzate e sostenete.

    www.dagospia.com

    Adesso abbiamo finalmente capito che cos’è il mercato, anzi i Mercati. Con buona pace di Giavazzi, Monti e dei liberisti nostrani, la vicenda Telecom ridisegna i confini dell’economia e fissa le sue regole. Il Primo Mercato è quello della politica; come già avevano detto Aristotele e San Tommaso, come ripeterà Veltroni a squarciagola tra pochi mesi, e come ha dimostrato Romano Prodi a Ibiza.

    Tutto è cominciato il 2 febbraio scorso in una delle 21 grandi discoteche della località iberica dove la trasgressione etero e il peccato gay la fanno da padroni. La grande disco era in questo caso il Municipio dove si sono incontrati il Prof di Bologna e il 47enne Josè ‘Bambi’ Zapatero. Dopo gli onori militari, qualche autografo concesso a un gruppo di ragazze italiane in vacanza, alle 12 e 40 di quel giorno è iniziata la trattativa tra quattro persone per quattro grandi dossier. Da un parte c’erano Prodi, D’Alema e Bersani; dall’altra c’era il leader spagnolo che sogna un’Europa di sinistra e non più tardi di ieri ha dichiarato di aver “muy empatia por Ségolène”.

    Sul tavolo sono apparsi i dossier di Endesa-Enel, Telefonica-Telecom, Abertis-Autostrade, Eni-Repsol. Da qui bisogna cominciare per capire come è finita, per il momento, la storia di Telecom. E da questo luogo prediletto dai gay di tutto il mondo, si può intuire il finale della Telecom-commedia dove secondo Eugenio Scalfari sono usciti “Todos Caballeros”. Ancora ieri Prodi ha avuto l’impudenza di dichiarare che rispetto a Telecom “era assolutamente neutrale”.

    In realtà il Primo Mercato dal quale è uscito di scena la star Tronchetti Provera è il Mercato delle compensazioni. Dove la reciprocità ha dettato il copione al Secondo Mercato, quello della banche e delle assicurazioni. Che ieri, come oggi, dovranno fare i conti con un primato della politica che fa storcere il naso ma è pronto a riaffiorare in tempi brevi. Riaffiorerà presto quando si parlerà di vendere Ti-Media, che contiene La7-Mtv, cioè quell’asset dal quale può nascere il fatidico terzo polo tv. Questo è un altro dei sogni reconditi del centrosinistra ma è anche e soprattutto il sogno (e bisogno) di Paolino Mieli.

    Il sogno di una presa di Rcs su La7 si è rafforzato con la vittoria-Telecom di Mediobanca a scapito della Sant’Intesa di Passera-Bazoli, i quali non sono propriamente i migliori amici di Mieli. Che, una volta che verrà sbolognato da via Solferino, potrà coronare il suo desiderio: presidente di una rete tv (finora Paolino ha diretto La7 dietro le quinte). Certo, toccherà alla politica sciogliere i nodi della Legge Gasparri e dare semaforo verde agli azionisti del Secondo Mercato, cioè Mediobanca, Snt’Intesa e Generali, che hanno chiuso la porta di Olimpia e devono adesso misurarsi con le attese di Telefonica.

    E’ il momento dei sorrisi e dei complimenti, ma dietro la facciata c’è chi tira i primi giudizi. Esce malconcio Corradino Passera, il braccio destro di Abramo-Bazoli, che si era battuto per la soluzione in salsa americana-messicana creando un grande dispetto in Mediobanca e in Capitalia. Quello che vene fuori in modo evidente è l’asse tra Piazzetta Cuccia e Generali, un’asse forte dietro il quale si intravede l’ombra di Geronzi, primo azionista di Mediobanca e amico di ferro Antoine Bernheim.

    Faceva un po’ ridere leggere sul Corriere di ieri che l’asse vincente è nato intorno a lontani rapporti di amicizia (coltivati alla Columbia University) fra Galateri di Genola e Cesar Allierta, il patron del gruppo spagnolo.
    Non è su questi ricordi di scuola che Mediobanca è riuscita a ritornare protagonista e ad allentare quell’ipotesi di spezzatino di Pirelli che aveva fatto stra-incazzare Tronchetti. L’asse forte parte da Roma, passa da Milano e arriva a Trieste dove c’è un signore francese di 84 anni che prende la bandiera italiana e dichiara spudoratamente di averlo fatto perché il ministro del Tesoro TPS gliel’ha chiesta in nome del patriottismo.

    Nel Secondo Mercato, quello della banche e delle assicurazioni, la domanda che gira adesso è che cosa farà Telefonica. La prima risposta è semplice: sta facendo i conti, ha messo sul piatto 2,6 miliardi, ha un indebitamento di 53 miliardi, ma tra SudAmerica ed Europa controlla un mercato di 200 milioni di utenti telefonici. Cn Tim Brasil questo mercato aumenta di 26 milioni ed è su questi numeri e sulla prospettiva di arrivare fra tre anni a 255 milioni che don Allierta potrà spiegare il 10 maggio ai suoi azionisti il grande passo italiano.

    Ma come ha scritto ieri su La Stampa, in un lucido articolo l’economista fighetto della Bocconi, Tito Boeri, la partita per Telefonica comincia adesso. Ed è piena di mistero. Perché la società spagnola ha accettato di pagare un premio di controllo così alto per acquisire una quota di minoranza che non offre neanche la possibilità di designare i nuovi vertici di Telecom? Bella domanda, quella di Boeri, che conclude: “Speriamo che voglia davvero valorizzare Telecom e non stia pensando ad altro”.

    E qui si aprono molti scenari. Telefonica sta preparando le munizioni per una aumento di capitale di 25 miliardi con i quali potrebbe scatenare l’offensiva finale su Telecom riaprendo alla grande la questione dell’italianità. Prima di allora dovrà vedersela con i danni dfi immagine che la conclusione dell’inchiesta giudiziarie sui dossier ribalteranno inevitabilmente su Telecom e su chi l’ha posseduta fino all’altro ieri. Che farà Telefonica in quel momento? Chiederà i danni oppure userà di questa occasione per rivedere i patti e mettere le mani definitivamente su Tim Brasil ?

    Alla vicenda Telecom viene fuori infine il Terzo Mercato. Non è quello delle pulci ma quello dei talenti e delle competenze, cioè dei manager sulla scelta dei quali Prodi ha già buttato un avvertimento. La ricerca è in corsa e diventerà febbrile nei prossimi i giorni. Non occorre un tipino abbronzato e brizzolato e nemmeno uno che porti l’orologio sopra il polsino come faceva l’Avvocato che imitava i contadini calabresi quando non volevano rovinare le camicie.

    Serve un Marpionne che ne capisca di telefoni, che sappia mettere in piedi un piano industriale davanti agli azionisti delle banche e delle assicurazioni. La rosa si stringe a pochi nomi. Il primo è un 50enne dal pizzo incolto che ha l’abitudine di saltare da un’azienda all’altra: è Francesco Caio, ingegnere napoletano che tra il ‘94 e il ‘96 guidò Omnitel-Pronto Italia. Il secondo è un 45enne laureto a Pavia che conosce il mercato brasiliano come le sue tasche. E’ Paolo Dalpino, l‘uomo che dal primo gennaio 2006 ha prese le redini di Wind. Gioca a suo favore il successo di Tim Brasil ed è un manager che è riuscito a resistere davanti al faraone Sawiris. E Colao Meravigliao, il grande beniamino di Passera? A quanto si dice a Londra l’uomo McKinsey sarebbe per raccogliere l’eredità di Sarin, il grande capo mondiale di Vodafone. Ma nessuno si illuda: anche la scelta del nuovo caballeros sarà targata Palazzo Chigi.

  3. Francesco Carlà:

    Ma per il Financial Times ci sono pochi dubbi: Telefonica, presto piu’ che tardi, controllera’ Telecom Italia …

    www.ilvelino.it
    Francesco Cosentino

    Per il Financial Times di oggi la vendita di Olimpia è “una soluzione molto italiana a un problema molto italiano”. Nessuno comunque dovrebbe avere dubbi, per il quotidiano inglese: il controllo totale, il takeover, “è necessariamente l’obbiettivo finale di Telefonica”. Il consorzio “che prende il controllo effettivo di Telecom Italia mantiene l’autorità nominale nelle mani di istituzioni italiane” tramite il controllo con il 58 per cento “di uno strumento che a sua volta manterrà il 24 per cento dei diritti di voto di Telecom Italia”. Ma la soluzione “fornisce il partner più credibile a lungo termine sul mercato, sotto forma della spagnola Telefonica”. E FT attacca: “Le banche italiane vogliono riformare la loro immagine. Ma la partecipazione di Intesa Sanpaolo, che aiutò a finanziare la struttura di holding di Telecom nel 2001, e di Mediobanca con la sua quasi affiliata Generali, suggerisce che gli istinti retrogradi sono duri a morire”. E secondo il quotidiano finanziario, “non bisogna avere dubbi sulla mossa finale di un operatore che in un decennio si è costruito una formidabile reputazione sul principio del pieno controllo e dell’integrazione di acquisizioni”. La presa di controllo “è certamente l’obiettivo finale di Telefonica. Non potrebbe esserci migliore dimostrazione della futilità delle catene di holding che per troppo tempo hanno trattenuto Telecom Italia”. A conferma di questo ragionamento si può leggere del resto il comunicato di Telefonica, datato 28 aprile ma diffuso oggi sul sito della Consob spagnola, nel quale la compagnia iberica puntualizza i termini dell’accordo che ha portato alla costituzione di Telco, la newco che ha acquisito il controllo di Telecom: Telefonica “ha un diritto di prelazione sulla vendita di azioni della nuova società e diritto di veto in alcune decisioni di modifica dell’azionariato, politica dividendi e dismissioni. Con questa operazione, si puntualizza, “Telefonica rafforza le relazioni con Telecom Italia, compagnia con cui ha già stretto accordi di collaborazione in Germania, e consolida la propria posizione in Europa e Sudamerica”.

  4. Giuseppe Bravi:

    Alla faccia dell’italianità della Telecom.. d’altronde non aveva senso che Telefonica sganciasse tutti quei soldi senza avere il controllo..

  5. Erino Montanari:

    Di indipendenti mi vengono in mente Gabanelli, Travaglio e pure Beppe Grillo, sono d’accordo su Tabacci e segnalerei pure Capezzone.

  6. n.n.:

    Beh, io quando voglio farmi un’idea personale navigo dove il Simulmondo mi permette: nelle testate giornalistiche agli antipodi della terra…da Bloomberg e Forbes a quotidiani indiani e sudafricani. Se l’indipendenza non dovesse essere italiana , la parzialità è difficile che sia mondiale.

    Qua per esempio la Spagna. E gli articoli del Financial Times.

    El Pais:
    http://www.elpais.com/articulo/economia/entrada/Telefonica/Telecom/Italia/refuerza/eje/Madrid-Roma/elpepueco/20070430elpepieco_6/Tes

    El mundo
    http://www.elmundo.es/mundodinero/2007/04/29/economia/1177847128.html

    FT
    http://www.ft.com/cms/s/6f8d1828-f6b7-11db-9812-000b5df10621.html
    http://www.ft.com/cms/s/31868b04-f6b7-11db-9812-000b5df10621.html

  7. pierangelo:

    @ Erino Montanari

    bhe’ Travaglio e Grillo mi sembrano un tantino schierati…… daccordissimo su Gabanelli

  8. Erino Montanari:

    Credo che Travaglio sia un gran giornalista che racconta i fatti (cfr. il suo ultimo libro - La scomparsa dei fatti) mentre Grillo mi piace anche se a volte non lo condivido perchè sul suo blog porta a conoscenza di chi vuole un sacco di situazioni e cmq fa informazione

  9. Francesco Carlà:

    … E’ cosi’ che funziona la governance Telecom Italia …

    www.repubblica.it

    Sull’ingresso di nuovi soci nella Telco (la società che avrà il controllo di Telecom) e su operazioni di particolare rilievo servirà l’assenso di telefonica. Su richiesta della Consob, Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Sintonia ribadiscono - in un comunicato - che il “diritto di prelazione a favore di Telefonica sulle azioni di Telco possedute dai soci italiani sarà postergato a quello spettante a questi ultimi. Inoltre i soci italiani, prima che telefonica possa esercitare la prelazione, potranno indicare nuovi primari investitori, sempre italiani, per i quali è previsto il gradimento di telefonica”.

    Inoltre i soci italiani confermano che “la governance di Telco sarà articolata secondo criteri di proporzionalità; essa prevede maggioranze qualificate - il cui raggiungimento implica anche l’assenso di Telefonica - relativamente a talune specifiche operazioni di particolare rilievo, tra cui quelle suscettibili di modificare l’assetto azionario (scissioni, fusioni ed aumenti di capitale riservati): qualora tali maggioranze qualificate non fossero raggiunte - continua il comunicato - si determinerà una situazione di ’stallo’ e le relative deliberazioni potranno essere assunte a maggioranza, fatto salvo il diritto dei soci dissenzienti di uscire dalla compagine azionaria di telco a mezzo di apposita scissione”.

    E’ anche previsto un quorum qualificato per la determinazione della politica dei dividendi di Telco (e non del gruppo Telecom Italia), il cui mancato raggiungimento non darà luogo a una situazione di stallo. “Qualora Telecom Italia intendesse effettuare disinvestimenti esteri di valore eccedente 4 miliardi di euro o stringere alleanze strategiche di rilievo con operatori nel campo delle telecomunicazioni, Telefonica, se dissenziente, avrà diritto di uscire dalla compagine di Telco a mezzo di apposita scissione”.

    Per quanto riguarda il prezzo per il 100% di Olimpia indicato in 4,1 miliardi, i soci italiani di Telco confermano che “esso è provvisorio dovendosi tenere conto della posizione finanziaria netta di olimpia alla data di perfezionamento dell’operazione che, come noto, avverrà a valle delle autorizzazioni e approvazioni delle auorità competenti”.

    Sul capitale di Telco, viene ribadito dai soci italiani che ad esito dell’operazione Generali avrà il 28,1%, Intesa Sanpaolo il 10,6%, Mediobanca il 10,6%, Sintonia l’8,4% e Telefonica il 42,3%.

  10. Andrea Parmeggiani:

    D’accordo in pieno con Erino…

  11. Giuseppe Bravi:

    OT
    @Pierangelo
    Personalmente condivido Erino, ma volevo dirti che ho visto Travaglio bacchettare così forte e così tanto la sinistra che pensarlo schierato mi meraviglia…

    Per quanto riguarda gli Spaghetti. Spero solo che non rimangano attaccati alla padella….

  12. Stefano Oriani:

    @Tutti quelli che dicono che Travaglio è schierato…
    Leggete, come ho fatto io 2 mesi fa, Erino ed altri… il suo ultimo libro, “La Scomparsa dei Fatti”, da me già citato in precedente thread … e poi ne riparliamo.

    Condivido pienamente i giudizi espressi da Erino, incluso Capezzone. Grillo effettivamente a volte fa un pò casino ma come già detto da altri il suo sito è una miniera di rivelazioni utili e veritiere… altrettanto Dagospia anche se a me lo stile gossip non piace molto… ma ho la sensazione che sia molto utile per chi invece di investire intende fare trading su Piazza Affari…

  13. Francesco Carlà:

    … Bertinotti presbite …

    www.ilfoglio.it

    Una volta che le acque intorno a Telecom Italia si saranno calmate, e la rete sarà scorporata, la compagnia potrà andare incontro al suo destino che, secondo molti osservatori, è quello di una fusione con Telefonica. Al di là dei diritti di veto che gli spagnoli hanno preteso su alcune materie strategiche, è forse questa la spiegazione del motivo per cui Telefonica ha acconsentito di spendere molto di più dei suoi compagni di avventura, avendo un potere inferiore. L’arrivo della società guidata da Cesar Alierta è stata salutata da molti politici come una liberazione dal rischio che la compagnia potesse finire ad At&t. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti il giorno dopo l’accordo ha spiegato: “Penso che si sia evitato il peggio, garantendo una presenza italiana che rappresenta la premessa per un discorso più ampio”.

    L’antiamericanismo soffre di presbiopia. Vede America in At&t, ma non la riconosce in Telefonica. Eppure, i cinque maggiori azionisti della compagnia iberica sono Chase Manhattan Bank Nominees con il 9,9 per cento, State Street Bank con il 7,6, Bbva con il 6,6, La Caixa con il 5,09 e Citibank con il 4,6. Tre dei primi cinque soci sono americani e controllano una percentuale complessiva del 22,17 per cento del capitale. Questo significa che dei 70 miliardi di euro circa della capitalizzazione di Telefonica una quindicina sono in mani statunitensi. Le tre banche sono concorrenti, ma disposte a dialogare. Facendo entrare Telefonica gli americani sono entrati lo stesso e, per paradosso, anche un pezzetto di At&t. State Street Corporation infatti è il quarto azionista assoluto della società americana con una partecipazione del 4 per cento, per un investimento di circa 9 miliardi di dollari.

    L’anacronismo dell’antiamericanismo italiano in chiave tlc non tiene conto anche del fatto che il secondo azionista assoluto di Telecom è Brandes Investment Partners, che ha sede a San Diego, con una quota del 5,42 per cento e che una percentuale del capitale compresa fra il 5 e il 15 per cento e in mani di altri investitori americani. Dunque questo matrimonio è per un pezzo americano, perché il denaro si raccoglie laddove esistono le condizioni. Naturalmente nel sistema della libera circolazione dei capitali nella sua fase di transizione, in dialettica con i sistemi economici nazionali, Telefonica è contemporaneamente una grande società di lingua e nazionalità spagnola.

    In molti ritengono che l’affare Telecom-Telefonica sia stato una compensazione per l’ingresso di Enel in Endesa. In realtà José Luis Zapatero, già nel meeting di Ibiza, avrebbe chiesto a Romano Prodi di dare il via libera ad Autostrade Abertis. In questi giorni l’operazione sembra ritornata di moda, ma è ancora lontana dall’essere imminente.

    “Il governo ha di fatto tolto il veto – ha affermato una fonte vicina al dossier – ma fino a quando non verranno rimossi i limiti legislativi non se ne farà nulla”. In particolare dovrà essere abolito il famigerato articolo 12 del collegato alla Finanziaria che disciplina la materia delle concessioni autostradali con una convenzione unica al posto delle singole concessioni introducendo il principio che in mancanza di adesione del concessionario la concessione passa all’Anas. Prodi sa che un intervento del suo governo su questa materia creerebbe una forte contrapposizione con Antonio Di Pietro e attende che Bruxelles si pronunci in maniera definitiva. I Benetton, che non accettano alcuna forma d’intromissione nella partita Autostrade, e che hanno preso una piccola quota in Telco con funzione di sentinella, attendono le mosse del governo.

  14. Francesco Carlà:

    Ecco un’altra personalita’ da sostenere …

    www.lastampa.it
    Luigi Grassia

    Le banche italiane rappresentano «una forma di governo occulto» che porta a una «discutibile divaricazione rispetto a una logica di mercato» nell’economia del nostro Paese. Il presidente della Bocconi (ed ex commissario europeo al mercato interno) Mario Monti ha tenuto ieri un’altra lezione sul capitalismo italiano, di quelle che sta portando avanti in una serie di discorsi pubblici e di interventi sui giornali - la puntata precedente era stata scritta appena lunedì scorso in un editoriale del Corriere della Sera - e stavolta ha sparato a un bersaglio grosso come il sistema del credito.

    Monti, che parlava al convegno «Riccardo Lombardi e le riforme di struttura» nella Sala delle Colonne della Camera a Roma, ha denunciato che ai «rischi di politicizzazione dell’economia» e alla «confusione tra politica e affari» che regna in Italia in questi anni non è estraneo, anzi è elemento essenziale, «l’interventismo delle banche». «È allarmante - ha detto l’ex commissario Ue - sentir parlare di amicizie tra imprenditori e banchieri. In passato si diceva che lo Stato era una sorta di banca occulta, data la grande attività finanziaria che svolgeva. Oggi si guarda alle banche come a una forma di governo occulto». Il concetto viene rafforzato ed esteso in un’intervista che si potrà leggere oggi sulla pagine dell’Espresso: «Resto stupefatto - dice Monti - quando si legge, senza che nessuno batta ciglio, che un certo banchiere o imprenditore è “amico di” o è “vicino a” questo o quel politico. Che cosa vuol dire? Che un’operazione viene fatta, in tutto o in parte, per fare un favore a qualcuno? E quali sono i danni che un simile comportamento, fuori dai principii del libero mercato, necessariamente comporta? Che cosa voleva dire, come si è letto nei giorni scorsi, che si pensava a una “cordata bipartisan” per acquistare il controllo di Telecom?».

    Benché l’ex commissario europeo non entrati nei dettagli, con la citazione di Telecom si riferisce evidentemente all’ingresso nel capitale del gruppo di telecomunicazioni di Intesa Sanpaolo e di Mediobanca (con le Assicurazioni Generali) per un intervento a difesa dell’«italianità» riguardo al quale, nonostante le smentite formali di molte delle parti coinvolte (ma non, ad esempio, di Antoine Bernheim, che ha ammesso il fatto) il concerto fra governo e sistema del credito è stato rilevato da tutti i commentatori. Fra gli altri possibili riferimenti di Monti c’è la presenza di banche e assicurazioni nel capitale Pirelli e il caso della privatizzazione di Alitalia, con Intesa Sanpaolo a sostenere la cordata di Ap Holding, Mediobanca in quella di Tpg e Unicredit a spalleggiare Aeroflot.

    Riferendo la sua opinione sulle più recenti vicende societarie del sistema economico italiano, da Autostrade a Telecom, Monti dice di essersi «formato un’impressione» secondo cui «quelli che in Italia consideriamo i poteri forti della politica e dell’impresa sono in realtà poteri piuttosto deboli. I capitalisti e gli imprenditori, se li guardiamo su un piano internazionale, contano davvero poco, salvo rare eccezioni». Non da oggi Monti fa il tifo per le liberalizzazioni come contributo alla cura dei mali strutturali italiani, e legando ancora una volta economia e politica afferma che «occorre estendere le riforme a quei settori della società che sono tradizionalmente più vicini ai partiti della maggioranza».

  15. Francesco Carlà:

    Bazoli insiste e protesta autonomia … ma in pochi ci credono.

    www.lastampa.it
    Gianluca Paolucci

    Giovanni Bazoli non ci sta. Intesa Sanpaolo non è la banca di Romano Prodi, né dell’Ulivo. E anzi, non può essere «etichettata come amica o vicina a un personaggio pubblico. A me pare un’idea infondata e persino grottesca. Questa ipotesi non trova e non troverà mai riscontro in una nostra delibera, comportamento o dichiarazione». L’attivismo di Intesa Sanpaolo nella partita Telecom, ma anche in quella ancora in corso per la privatizzazione di Alitalia, hanno preso molto spazio nei giornali e i piccoli azionisti accorsi all’assemblea chiedono lumi, chiarimenti o prese di distanza, anche con toni accesi, ai vertici dell’istituti.

    Il presidente del consiglio di sorveglianza prende la parola proprio per rispondere a un azionista che rimprovera l’eccessiva vicinanza dell’istituto da lui guidato e se la prende con una «campagna mediatica su un legame di reciproco appoggio e influenza tra il capo del governo e la nostra banca». «Non posso accettare che venga messa in discussione l’autonomia e l’indipendenza della nostra banca dalla politica», ha sottolineato con forza Bazoli, ricordando che tutti i politici dell’opposizione e di governo sono stati informati «ad accordo concluso» della fusione tra Intesa e Sanpaolo e l’opinione pubblica ha apprezzato l’operazione. «Tutti sanno - ha spiegato ancora Bazoli agli azionisti - come è nata questa banca, che governo e opposizione sono stati informati solo a conclusione dell’accordo, come l’opinione pubblica all’estero abbia apprezzato l’operazione non solo per se stessa ma anche per le modalità, la rapidità, il riserbo e la totale autonomia dalla politica in cui questa è maturata.

    All’inizio anche in Italia è stato così, senza discussione in sede politica tra capo del governo e capo dell’opposizione. Poi però, inspiegabilmente, è iniziata una campagna mediatica volta a spiegare la vicinanza al governo e in particolare al presidente del consiglio». E dopo Bazoli, prende la parola anche il presidente del consiglio di gestione, nonché ex numero uno di Sanpaolo, Enrico Salza. Anche lui ci tiene a rimarcare la distanza dalla politica, anche a lui preme dire che questa neonata Intesa Sanpaolo non è la banca di Prodi e anzi della politica si fida anche poco. Tanto più che le notizie sulla fusione tra i due istituti «sono state comunicate solo al governatore della Banca d’Italia» e non al mondo politico: «Avevamo paura che la politica parlasse» che l’operazione non si facesse.

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