Belpaese 2.0
Siamo in piena campagna elettorale, di nuovo. A quanto pare lo scenario politico si sta semplificando e lo scontro tra i due partiti piu’ grandi sembra ormai delineato. Quello che mi chiedo pero’ e’ molto semplice e vorrei chiederlo anche a voi: l’Italia e la sua politica hanno davvero capito che genere di cambiamenti ci siano in atto nel mondo? Esiste un’idea condivisa di ‘Belpaese 2.0′ da proporre agli italiani e al resto del mondo? Vogliamo raccontarla noi quest’Italia futura che sia, finalmente, molto migliore di quella del presente?

























Febbraio 11th, 2008 alle 09:38
C’era una volta l’Italia dell’impegno dove ci si rifiutava di vivere da parassita, l’Italia dell’onestà che non voleva nascondersi dietro la faciloneria del compromesso, l’Italia dell’intraprendenza individuale che capiva che per costruire il proprio e godere dei suoi frutti era necessario un Paese funzionante, l’Italia della rinuncia a privilegi ingiustificati perché unica strada per uccidere l’inefficienza, l’Italia che voleva riscattarsi verso il mondo ed essere orgogliosa di essere il Belpaese.
C’era una volta un’Italia che non c’è, ma che non deve essere solo una favola della buonanotte.
Questo il Belpaese 2.0 che mi piacerebbe raccontare quanto prima e non solo perchè sarebbe bello esistesse, ma perché, se non esisterà, rimarrà molto poco da raccontare.
Febbraio 11th, 2008 alle 10:06
La risposta alla domanda del prof. … se “l’Italia e la sua politica hanno davvero capito che genere di cambiamenti ci siano in atto nel mondo?” per quanto mi riguarda è semplicemente NO.
Alcuni italiani l’hanno capito, ma la maggior parte sembra proprio che non abbia afferrato quali differenze ci siano oggi rispetto a solo 10 anni fa (politici compresi).
Le speranze di n.n. sono da me condivise, anche se raffreddate da una diffidenza e da una assoluta mancanza di fiducia nei confronti degli attori che stanno calcando la ribalta politica nostrana.
Forse qualche comparsa semi-nascosta ha il valore di un vero politico, ma la maggioranza degli attori tende solo a mostrarsi e a stare in primo piano.
Tutto fumo.
Nessuna spina dorsale dritta all’orizzonte.
Tutto sa ancora di veccho…
Seguo con attenzione le evoluzioni possibili, ma ad oggi vedo solo gente che parla a casaccio.
Non la vedo molto bene… a meno che un segnale veramente forte, una sorta di catalizzatore politico, possa dare una scrollata al tendone del circo.
Mah…
Febbraio 11th, 2008 alle 17:56
Per migliorare questo paese forse basterebbe che le persone anziane in ogni campo lavorativo (specialmente i politici e i dirigenti) lasciassero il posto ai giovani.
E’ ormai stomachevole la presunzione e l’arroganza di questi vecchi.
Febbraio 11th, 2008 alle 20:18
… quali sono le 5 cose che fareste se ne aveste il potere per lanciare il Belpaese 2.0?
www.lastampa.it
LUCA RICOLFI
Nessuno sa ancora con certezza che cosa troveremo sulla scheda elettorale. Può darsi che il Partito democratico (Pd) si presenti in perfetta solitudine.
O alleato con un piccolo numero di partiti satelliti, come l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Radicali. Può darsi che il nuovo partito di Berlusconi e Fini (Pdl) si presenti da solo, o alleato con un numero più o meno grande di partiti piccoli e piccolissimi, come la Lega, l’Udc, il Partito di Mastella, quello di Storace, e così via. Può darsi che la politica di domani si riveli un po’ migliore di quella di oggi, come può darsi che - dopo le elezioni - tutto torni come prima. E tuttavia c’è un punto sul quale, comunque vadano le cose, non possiamo non essere grati a Veltroni, quali che siano le nostre idee. La mossa di Veltroni (ma sarebbe più giusto dire: la mossa di Veltroni e Rutelli, che per primo ebbe il coraggio di parlare di «alleanze di nuovo conio»), ha mostrato qualcosa che fino a poche settimane fa nessuno voleva vedere, e cioè che la legge elettorale era un falso problema, per non dire un alibi della classe politica. Sì, avevamo e abbiamo una cattiva legge elettorale, ma il cuore del problema italiano non è la legge elettorale bensì l’immobilismo della sua classe politica. È bastato che un singolo uomo politico, investito della responsabilità di guidare il maggiore partito della sinistra, trovasse il coraggio di fare un gesto chiaro e forte, che tutto si è rimesso improvvisamente in movimento.
Il nostro vituperato «bipolarismo muscolare», di cui quasi tutti incolpavano la legge elettorale, si è rivelato per quello che è: lo specchio delle paure della nostra classe politica, incapace di assumere dei veri rischi, lanciare delle vere sfide, compiere delle scelte chiare. Dopo il gesto di Veltroni, gli elettori hanno la prova tangibile che la vera origine dei nostri mali non sono le regole (che possono solo aggravarli) ma sono gli uomini. Dopo Veltroni, nessun leader degno di questo nome potrà dire, fatalisticamente: «vorremmo fare diverso, ma finché c’è questa legge elettorale non possiamo che fare così». No, cari uomini politici, il gesto di Veltroni vi ha ricordato che la politica la fate voi, e che l’impotenza della politica non era l’esito inevitabile di regole sbagliate, ma il frutto amaro delle vostre non scelte. È vero, la politica è l’arte del possibile, ma i confini fra ciò che è possibile e ciò che non lo è non sono dati una volta per tutte, perché dipendono in modo cruciale da quel che i politici osano immaginare.
Vista da questa angolatura, la sfida di Veltroni segna la fine di un incantesimo. Essa, che Veltroni lo voglia o no, permette all’elettore di sinistra di rivedere in una luce radicalmente nuova il film della legislatura che ora si chiude. Per due lunghi anni Prodi ci ha raccontato che erano i partiti a imporgli di moltiplicare i ministeri, erano i partiti a frenare l’azione del suo governo, erano i partiti a costringerlo a estenuanti mediazioni. Eppure quei medesimi partiti, dopo la crisi di un anno fa, avevano solennemente promesso che in casi di dissidi si sarebbero rimessi alla sua autorità. Perché Prodi non ha mai usato questa investitura, e ha preferito mettere in frigorifero tutte le questioni più spinose? Chissà, forse perché Prodi, a differenza di Veltroni, accetta che siano gli altri a stabilire i confini del possibile.
Ma la sfida di Veltroni rompe anche un altro incantesimo, quello dell’ineluttabilità dell’assetto storico del centro destra. È perfettamente possibile (e a mio parere anche probabile) che Berlusconi non abbia il medesimo coraggio di Veltroni, e che la nuova alleanza che si va definendo in questi giorni finisca per somigliare molto a quelle del 2001 e del 1994: i soliti quattro partiti, i soliti quattro leader, le solite parole d’ordine. Però anche in questo caso nulla sarebbe come prima. Il mero fatto che Berlusconi abbia dovuto prendere in considerazione l’eventualità di andare da solo, gli toglie automaticamente la giustificazione da tutti usata in questi anni: se gli altri fanno così noi non possiamo fare diverso, con questa legge elettorale non si possono evitare le grandi ammucchiate. Se Berlusconi riproporrà le solite alleanze, dovrà spiegare perché lo ha fatto e che cosa ci garantisce che i conflitti interni del 2001-2006 (ricordate il «subgoverno» di An e Udc?) non si ripetano nella prossima legislatura.
D’ora in poi, qualsiasi cosa facciano Veltroni e Berlusconi, sarà ad essi che gli elettori potranno e dovranno chiedere conto. E anzi, da questo punto di vista il fatto che la legge elettorale non permetta agli elettori di scegliere i candidati, renderà ancora più significative le scelte dei maggiori leader. Se Berlusconi candiderà Mastella e Storace, sarà difficile credergli quando prometterà di eliminare gli sprechi della Sanità. E se Veltroni accoglierà nelle sue liste politici rinviati a giudizio o condannati, sarà difficile credergli quando proverà a incantarci con la «bella politica». Naturalmente, quello di Veltroni è solo un primo passo, ma è un passo importante. Esso ha mostrato a tutti che l’impotenza della politica non dipende dal «sistema» ma dalla politica stessa. Speriamo che questa scoperta aiuti i cittadini a diventare meno scettici e i politici a diventare meno irresponsabili.
Febbraio 11th, 2008 alle 21:23
Io ne farei solo una che si articola in 5 punti:
1-Richiamerei alcuni dei ns. cervelli in fuga sparpagliati qua e là per il Globo e formerei un team formidabile di tecnici. Affitterei una bella suite in un albergo di periferia: si lavora meglio nel silenzio, ma lo spazio e gli agi permettono di non pensare al contingente.
2-Imporrei loro solo una regola: ogni decisione deve avere come unico fine la soluzione che sia meno costosa in termini economici, piu’ costosa in termini di privilegi ingiustificati, meno popolare se efficace, piu’ proiettata al bene comune.
3-Farei loro analizzare l’Italia come un insetto al microscopio.
4-Darei loro il potere di riassettare operativamente singoli settori di competenza.
5-Vigilerei sul loro operato con obiettivi a breve da raggiungere in orizzonti temporali ben determinati.
L’Italia allo stato attuale è un rompicapo e per non rompermi la testa cercherei aiuto a chi ha la genialità per risolvere l’impossibile.
Febbraio 11th, 2008 alle 21:28
- taglio della spesa pubblica inutile (sprechi, ruberie varie)
- accorpamento degli enti che si sovrappongono
- riformare sistema sanitario, mettendo al centro il malato
- incentivi per innovare ed investire per le aziende
- recupero del potere d’acquisto per i dipendenti
Febbraio 11th, 2008 alle 21:35
Le 5 cose che farei sono:
1) stipendi dei politici ed affini pari al massimo al doppio di uno stipendio da operaio. (per dare il buon esempio e per rilanciare la politica per passione, non per convenienza)
2) abolizione di un paio di livelli a livello amministrativo (via le provincie, via le regioni, oppure si alle regioni e via i comuni. Tutti questi enti sono troppi, inutili e mangiano soldi)
3) inserimento della possibilità di licenziare chi è nel pubblico impiego esattamente come nel privato, e parificazione di salario. (chi lavora nel pubblico non deve farlo solo per convenienza)
4) abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali e ai partiti. Con decorrenza immediata (e questo risolverebbe in qutomatico l’annosa questione dei partitini e dello sbarramento al 5%)
5) introduzione del lavoro per obiettivi. I manager che non raggiungono gli obiettivi a casa. A casa, non promossi per toglierli dai piedi
6) fine immediata dei finanziamenti pubblici ad alitalia e compagnia bella.
Febbraio 11th, 2008 alle 22:59
@ Farina K: sottoscrivo in pieno, soprattutto se per “compagnia bella” intendi anche la FIAT che sa perfettamente come privatizzare gli utili e statalizzare le perdite.
Se un’azienda non è in grado di stare nel mercato, deve fallire. Senza se e senza ma. Vedasi SWISSAIR. Gli svizzeri non ci hanno messo un minuto a dichiararne il fallimento. Salverei Regioni e Comuni, ma abolirei le province. Istituite a suo tempo da un tale personaggio della DC per creare nuovi posti a chi di … dovere.
A casa i parassiti e i ladri, ergo tutta quella pletora di funzionari che in grosse aziende italiane (pubbliche e private) hanno fatto in primis i propri interessi e poi… forse quelli dell’azienda che li manteneva.
Febbraio 11th, 2008 alle 23:50
Wow il potere assoluto in 5 punti? mmmhhhh..

n.n. secondo me si è avvicinata molto…
diciamo che o queste ideuzze per la mente, ma non in ordine prioritario.
1. Abolizione enti parassiti (prov., enti montani,ecc.);
2. Tetto massimo stipendi parlamentari (come succedeva negli anni 50/60);
3. Legge elettorale e abolizione quorum referendario.
4. Tassazione molto semplice;qualcosa di utopico tipo 10/15% sul reddito netto che risulterebbe dalla detrazione di tutto il fatturabile (es pane, pasta, scontrini della spesa,e cc.ecc.) sullo stile americano.
5. Incentivazione alla R&D, soprattutto per l’high tech e l’energetico con un occhio all’ambiente (sono convinto che se fosse stato fatto 30 anni fa non avremmo neanche per l’anticamera del cervello il tarlo del nucleare o dei termovalorizzatori).
mmmhhh … beh visto che ci siamo una controllatina all’acqua e alle gomme per favore
Buona notte.
Febbraio 11th, 2008 alle 23:51
“o queste ideuzze” ovviamente era da intendersi “ho queste ideuzze” .. mannaggia alla stanchezza..
yawn
Febbraio 12th, 2008 alle 13:37
Aggiungerei queste idee, lanciate a suo tempo dal buon Beppe Grillo:
- via dal parlamento gli indagati, i condannati, insomma i criminali (possibile che solo da noi metà dei politici sono sotto processo per reati vari???)
- via i politici di professione: al max si può stare in parlamento solo due legislature, e non una vita (come possiamo sperare in un rinnovamento da due leader che sono presenti da cosi tanto tempo???)
- via le pensioni facili ai politici: che anche loro lavorino 40 anni!!!
Febbraio 12th, 2008 alle 13:38
….ultima aggiunta:
- via i senatori a vita: chi li ha votati????
Febbraio 12th, 2008 alle 13:43
….ultimissima aggiunta:
- via la Camera dei Deputati, o in alternativa il Senato: perchè averne due??? duplicazione inutile e soprattutto costosa!!! perchè noi 1.000 politici e 60 milioni di abitanti, mentre gli Stati Uniti (per citarne uno ma anche gli altri paesi) meno politici per 300 e rotti milioni di cittadini??
E i cinesi cosa dovrebbero avere? Sono 20 volte noi, ma mica hanno 20mila parlamentari….
Febbraio 12th, 2008 alle 14:37
@Alessandro
Beh… alla Cina non servono i parlamentari
A parte la battuta sono d’accordo.
Febbraio 12th, 2008 alle 19:30
Bravo Alessandro, considerazioni inattaccabili..
E comunque mi trovo d’accordo con quasi tutte le proposte portate qui, fatte da persone che mi sembra usino il buon senso.
Febbraio 12th, 2008 alle 19:44
In Italia 350.000 pensionati percepiscono un importo totale pari a quello degli oltre 15 milioni di pensionati…Padoa Schioppa ,il paldino del rigore pensionistico prende 11.000 euro al mese solo di pensione!Dini il riformatore delle pensioni del 1995 ,quello che cambia le regole mentre distribuisce le carte,prendeva già 800 milioni di vecchie lire all’anno di pensione!…Ma come possono ,questi signori,avere l’autorità morale di dire agli italiani che le pensioni devono essere ridotte per abbassare il deficit?Si dovrebbero vergognare !A mio avviso le pensioni che superano 4.000 euro al mese sono un furto alla collettività!Bisogna redistribuire il reddito a tutti quei veri invalidi che non possono lavorare(che sono tanti)e vecchietti che hanno alla loro età hanno dovuto imparare a fare i salti mortali per arrivare a fine mese|
Febbraio 13th, 2008 alle 01:02
Ci vorrebbero 5… anni di dittatura per salvare questo Paese.
Ecco, l’ho detto.
Febbraio 13th, 2008 alle 17:38
Riforma del fisco che permetta a tutti, soprattutto a chi non è titolare di p.iva, di scaricarsi qualsiasi costo affrontato, dal pane alla prestazione medica e così via. Solo così si può pensare di far pagare le tasse a tutti e quindi di diminuirle.
Febbraio 14th, 2008 alle 15:23
… intanto, l’Italia politica spende e resta analogica …
www.repubblica.it
Antonello Caporale
Cliccando cliccando, abbiamo mangiato, alla tavola imbandita dall’Europa, circa tre miliardi e mezzo di euro. Con un altro clic abbiamo completato l’abbuffata grazie alle ulteriori risorse nazionali: due miliardi di euro e spiccioli. In pochi anni, meno di sei, la Pubblica amministrazione ha arraffato, nel magico mondo di internet, quasi sei miliardi di euro. Arraffati, sì. Ingoiati e anche digeriti. Siti, portali, sportelli, reti civiche. Un paradiso informatico nella Pubblica Amministrazione, soldi a fiumi, champagne per tutti. Così tanti che qualcuno non è riuscito proprio a farcela.
La Sicilia per esempio ha potuto spendere solo una cinquantina di milioni di euro sui cinquecento a disposizione. Li ha spesi forse male, ma si è fermata subito c’è da dire. Con un clic ogni siciliano avrebbe dovuto accedere all’amministrazione regionale e locale, richiedere e ottenere certificati e permessi, dichiarazioni e attestati. Una piattaforma telematica integrata (Pti) avrebbe dovuto consentire ogni sorta di trasferimento dati, ogni tipo di accesso, di ricovero e di smistamento nella sanità pubblica. 190 milioni di euro tra software, reti, collegamenti. Tutto previsto, deciso, concordato: data di inizio (2001) e data di fine lavori: 31 dicembre del 2006. Niente, oggi non c’è niente.
Purtroppo i soldi erano tanti e le competenze impegnate altrove. C’è stato però nel tempo un flusso interessante e creativo di comunicazioni, per posta e per fax, il caro vecchio fax. Ingegneri, web designer, informatici specializzati, segretari, assistenti, consulenti e assessori. Hanno scritto, si sono parlati, hanno chiarito, convenuto e confermato. Cinque anni di chiacchiere, solo chiacchiere per posta e per fax, sono costati due milioni e mezzo di euro. Troppo direte?
Ma non è niente invece. La Sicilia, stanca di sentirsi sempre sul banco degli accusati ha deciso di stornare i fondi, di attendere, non spenderli. Ha creato infatti due società (pubbliche naturalmente) le ha chiamate nel modo dovuto (Sicilia e-innovazione; Sicilia e-servizi) e le ha riempite di soldi. Stanno lì: intanto pagano gli stipendi dei dirigenti, le indennità dei consiglieri. Soppesano, valutano, riflettono. Aperta parentesi: in Italia, secondo una recente ricognizione della Corte dei Conti, sono nate e poi cresciute tante società pubbliche da dare nuovi oneri insieme a un ufficio ben remunerato a 17.500 consiglieri di amministrazione. Tutti politici-imprenditori.
La cifra, fotografata al giugno di quest’anno, è naturalmente stata superata giacché la creazione di queste Spa procede quotidianamente a ritmi vertiginosi. In genere vengono sistemati gli ex, i trombati. La Sicilia ha voluto vederci chiaro e ha pubblicato la lista delle sue società: sono solo 22 (ventidue) e soltanto 91 i presidenti, i loro vice e i consiglieri di amministrazione. Molti, ma nemmeno tanti gli ex. L’ex presidente della Regione Mario D’Acquisto, già fedelissimo di Salvo Lima, (presiede Italia Lavoro Sicilia SpA); l’ex presidente della Regione Matteo Graziano, oggi dirigente della Margherita, amministratore delegato della Multiservizi SpA. All’innovazione la Sicilia ha scelto di puntare anche su Nunzio Romeo, candidato trombato a sindaco di Messina (il suo motto: “né di qua né di là”) fedelissimo di Raffaele Lombardo. Consigliere di amministrazione e soltanto 35mila euro all’anno di indennità. Nell’altra società pubblica che dovrebbe mettere in rete la macchina burocratica il governo di Cuffaro ha scelto anche questa volta sfogliando i curricula: Vincenzo Lo Monte, fratello di Carmelo, ex assessore regionale. E’ solo consigliere e l’indennità rasenta i minimi storici: 23mila euro l’anno.
Ma abbiamo detto che i siciliani in tema di innovazione tecnologica, modernità e apertura alle nuove frontiere telematiche non sono secondi a nessuno. Infatti hanno creato una terza società, la Risem che sta per Ricerca Innovazione Sicilia Euromediterranea. Leggiamo tutto d’un fiato - si è infatti voluto risparmiare anche sulla puntaggiatura - la mission aziendale: “La Risem è una società consortile per azioni che si propone, senza scopo di lucro, la promozione, la realizzazione e il coordinamento delle iniziative dirette a favorire in Sicilia l’aggregazione di attività di ricerca quale elemento determinante dei processi di innovazione e di trasferimento di tecnologie ai singoli sistemi di produzione e di commercializzazione allo scopo di agevolare lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali e di favorire la crescita dell’intero sistema produttivo regionale”. Meno problematico contare il numero dei consiglieri di amministrazione: undici, tra cui un ex assessore provinciale di Messina (36mila euro annui).
Ricapitoliamo: in Sicilia ci sono due società pubbliche che hanno l’obiettivo di infrastrutturare le reti telematiche e generare i servizi al cittadino, renderli trasparenti, percepibili in tempo reale senza mediazioni (e-democracy!), e una terza comunque dedicata allo scopo. Tutte e tre hanno fior di consigli di amministrazione. Ci sono i soldi che però non riescono ad essere spesi. Dei 500 milioni di euro, due milioni e mezzo, come abbiamo detto, sono andati via per servizi di posta e fax e un’altra cinquantina per acquisto di “server e postazioni di lavoro”. Il restante è sigillato. Malgrado tutto almeno i computer ci sono e anche la regione ha il suo bel portale. Le comunicazioni sono state garantite. E infatti…
Ad ottobre scorso un cronista del Giornale di Sicilia ha inviato un po’ di mail agli uffici regionali: “C’è posta per te”. Ha atteso un’ora e due; un giorno e due. Poi ha telefonato: dottoressa, le avrei inviato una mail. La funzionaria, stupìta: “Guardi che non arrivano le mail. Le do quest’altro indirizzo”.
In attesa che nell’isola almeno le mail giungano a destinazione, il resto d’Italia si muove, eccome se si muove. Vediamo un po’ come.
Si parte da Roma, il centro nevralgico, il propulsore del flusso finanziario. Nella Capitale ha inizio (e fine) l’esperienza sprecona meglio riuscita. Non bisogna mai rinunciare a ricordare l’incredibile vertigine che l’ex ministro per l’alfabetizzazione informatica, Lucio Stanca, determinò avviando quello che negli anni è divenuta la stella polare della dabbenaggine, il più luminoso e inarrivabile esempio di come si possa uccidere la ragione, il buon senso, persino il decoro pubblico. “Un clic e accendi l’Italia”. Italia.it doveva esibire la ricchezza dell’offerta turistica del sistema nazionale. Il ministro succeduto a Stanca, Francesco Rutelli, ha dovuto in tutta fretta inviare le carte alla Corte dei Conti per non bruciarsi le dita. Il portale italiano ha ingoiato risorse ancora non definite esattamente (siamo, forse, sui 9 milioni di euro), ma superiori per dimensioni alla più grave delle ipotesi sul campo. Un impazzimento collettivo, concluso con la certificazione di morte del portale.
Come l’America voleva esportare la democrazia in Iraq, così l’Europa sei anni fa decise di esportare trasparenza, velocità, semplificazione nella pubblica amministrazione. La chiamò società dell’informazione. “Dalle code al clic”, citava un fortunato refrain dell’epoca. Iniziò la Calabria con un faraonico quanto inconcludente progetto di rete telematica (Telcal si chiamava). Poi a ruota il resto d’Italia. Sprechi grandi e piccini. Interi reparti nella pubblica amministrazione dedicati allo scopo: Cmsi, Cnipa, Cst, Dit. Acronimi che indicano uffici, centri nazionali o territoriali, amministratori, funzionari. Un mondo nuovo, la burocrazia del clic.
Il ministro delle Attività produttive Bersani decise di concentrare in uno sportello unico (e telematico!) tutte le informazioni necessarie per rendere un imprenditore felice con un clic. Centralizzare le informazioni, velocizzarle, renderle trasparenti e democratiche. Perfetto. Quanti sono gli sportelli che funzionano? Chi vi accede?
Ogni burocrazia ha resistito strenuamente e mantenuto le sue competenze, ogni ufficio le sue code, ogni dirigente le sue scartoffie. Tempo perso, soldi persi, inghiottiti. Le reti civiche: ogni comune ha avuto il suo sito. Adesso sono lì, pieni di polvere, già vecchi e inutili.
Internet è stata spesso (eccezioni virtuose non mancano certo) una corsa senza una bussola, il più delle volte un tesoro da consegnare alle poche multinazionali che hanno realizzato chiavi in mano un prodotto non richiesto a gente inesperta e totalmente incapace di verificarne la bontà. Sistemi informatici complessi, catene di accesso dedicate ma spesso irragiungibili, password cieche, piloni di computers in molti casi lasciati ancora imballati. Sigillati, imbalsamati. Carenza di controlli, di interesse. Mancanza del minimo senso del bene comune.
Un clic, s’era detto. E’ stato un clic su un’Italia spenta.