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Archivio di luglio, 2008

A proposito di soldi ed Indipendenza …

venerdì, luglio 25th, 2008

Si sta scoprendo, giorno dopo giorno, quanti e quali conflitti d’interesse ci siano in Italia, in tante professioni decisive che orientano l’opinione pubblica, e anche gli investimenti delle persone. In questi giorni e’ il turno della vicenda Telecom Italia che ha macerato i portafogli di chi ha creduto in questi ultimi anni nella pericolante azienda delle tlc italiana. il punto e’ sempre il medesimo: l’Indipendenza e’ fondamentale e solo chi e’ proprietario del suo mezzo, come me, puo’ evitare quei condizionamenti che impediscono di dire quello che davvero si pensa. O di tacere quello che non si puo’ o non si vuole dire.

Intervista a Lucia Annunziata da Italia Oggi

Claudio Plazzotta per “Italia Oggi”
E’ giusto indagare e pubblicare schede dettagliate sui guadagni di tutti i giornalisti. Lucia Annunziata, nell’occhio del ciclone per le consulenze da centinaia di migliaia di euro fornite a Banca Intesa, Telecom Italia ed Eni, sposa la causa, poiché «bisogna discutere sull’etica professionale e verificare dove ci sono i conflitti di interesse. Il nostro mestiere lo richiede. Quanti giornalisti e direttori prendono soldi, per esempio, da Telecom Italia? E quanti conduttori televisivi hanno un conflitto di interesse»?

Infatti, quanti? Parliamone.
Beh, ci sono grandi firme pagate un sacco di soldi da Telecom Italia. Penso a Giuliano Ferrara o a Gad Lerner. Ma non ho mai dubitato della loro professionalità.

Lei nel 2005 ha incassato 100 mila euro da Telecom Italia per un report sull’Egitto. Perché lo hanno chiesto a lei?
Era un lavoro diviso in quattro parti e che ho consegnato al capo degli affari esteri di Telecom Italia. Stavano ragionando se investire o meno in quel paese. Io ho vissuto un anno in Egitto, lo conosco bene, ho fatto un’analisi dei fratelli musulmani, dei profili politici.

E la consulenza da 49 mila euro sul Malawi per Banca Intesa?
C’era un megaprogetto su quel paese, a cui hanno partecipato in tanti big. E comunque sull’aereo che è volato in Malawi io non c’ero, ma c’era Gianni Riotta, e lo ha anche raccontato sul Corriere della Sera.

Al momento quanti rapporti di consulenza ha?
Nessuno. Quelli per Telecom e Intesa sono durati un anno. Per Eni, invece, faccio la coordinatrice del comitato scientifico della rivista Oil, dove lavorano anche altri giornalisti e scienziati. Mi occupo del menabò, metto insieme i pezzi

Per 140 mila euro all’anno…
Sì Lavoro per Eni, poi ho un contratto art. 2 per La Stampa e uno di due anni più uno alla Rai, pagata a trasmissione, senza benefit di nessun tipo.

Il presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, ha detto a ItaliaOggi che un giornalista deve essere indipendente ma anche apparire nella sua indipendenza. E che si augura che il Consiglio regionale del Lazio, dove lei è iscritta, avvii un procedimento per verificare se lei ha compiuto infrazioni deontologiche. Che ne pensa?
I miei direttori sono sempre stati informati delle mie consulenze: sia Marcello Sorgi, sia Giulio Anselmi alla Stampa. Le consulenze sono sempre state di affari esteri. E ora non intervisto Scaroni né mi occupo di petrolio.

Però 100 mila euro per un report sull’Egitto sono tanti, non crede?
A 57 anni non vendo la mia credibilità per 100 mila euro, stia tranquillo. Vada a vedere le dichiarazioni dei redditi dei direttori di giornale, e le confronti con la mia, di 225 mila euro nel 2005. Io sono l’unica giornalista che si è dimessa due volte senza scivoli. Nel 1996 ho lasciato la direzione del Tg3, e sono andata a Mosca, con mio marito, restando disoccupata un anno. Poi nel 2004 ho lasciato la presidenza della Rai, ancora una volta senza scivolo, solo con una liquidazione di 40 mila euro lordi. Potevo chiudere un occhio su molte cose, accettare la presidenza di Rai Usa a un milione di euro all’anno. Forse era meglio.

Beh, ma insisto: 100 mila euro sono un sacco di soldi.
Uno non lascia la presidenza della Rai per andare a fare consulenze sul Malawi o sull’Egitto. Anzi, in quel periodo ero molto depressa e mi pesava andare in giro a fare queste cose.

Dalle dichiarazioni di Tavaroli emergerebbe un suo coinvolgimento nella cessione dell’agenzia di stampa ApCom a Telecom Italia. Lei ha risposto affermando che si è dimessa dalla direzione di ApCom nel marzo 2003, e che la cessione a Telecom è stata successiva, nell’ottobre di quell’anno. Ma potrebbe aver avviato le trattative, per poi lasciare prima della chiusura del contratto, non crede?
Come no. Perché le trattative tra Francesco Micheli (azionista di riferimento di ApCom all’epoca, ndr) e Marco Tronchetti Provera (presidente di Telecom Italia all’epoca, ndr) le facevamo io e Tavaroli. Ma non mi faccia ridere. Io non ero proprietaria di nulla. Sono andata in Rai e avrei potuto chiedere l’aspettativa in ApCom, ma non l’ho fatto proprio per evitare che si parlasse di conflitto di interesse.

Insomma, se l’Ordine dei giornalisti, che espelle tanti colleghi perché fanno pubblicità alla luce del sole, dovesse chiamarla, lei che fa?
Mi presento con testimoni, dichiarazioni dei redditi e contratti. Non ho nulla da nascondere: le regole, io, le conosco.

Gomorra universitaria

lunedì, luglio 21st, 2008

Il lunedi’ mattina faccio un’ora di lettura dei giornali on line mentre Milano mette in moto la sua macchina che stamattina sembra sonnacchiosa, in clima con il caldo italiano di questi giorni. Tutto normale.

Un po’ di minuti li ho usati per leggere un altro bell’articolo su ilgiornale.it a proposito dei privilegi e delle scarsissime benemerenze della casta universitaria italiana di cui non faccio parte. Gia’ perche’ una cosa si e’ scordato di scrivere Pfaender: le universita’ italiane sono tenute a galla, faticosamente, da moltissimi professori a contratto, ricercatori e recentissimi associati che fanno esattamente il lavoro dei professori ordinari, con la piccola differenza che non sono pagati 240 euro l’ora, ma, in molti casi, 240 euro a trimestre. Lorde. E il bello e’ che l’80% degli ordinari ha fatto il ’68, con la bocca piena ed urlante di slogan a proposito di liberta’ dai baroni e dalla cultura dei padroni. Nessuna meraviglia che l’universita’ italiana sia agli ultimi posti al mondo come qualita’ e gradimento. Nessuna meraviglia che posti cosi’ ben retribuiti e per nulla monitorati siano spessissimo passati da padre in figlio nelle universita’ italiane. Naturalmente con qualche, sempre piu’ rara e per questo  sempre piu’ meritoria, eccezione. Spero presto in una vibrante ed efficace Universitopoli.

-Matthias Pfaender per il Giornale

Guai a chi tocca i privilegi dei baroni. Messaggio ufficiale: «In queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico». Messaggio implicito: «Toccate i nostri soldi e noi blocchiamo tutto». Parla il Senato accademico de «La Sapienza» di Roma. Parla per tutti e promette battaglia contro la manovra finanziaria del governo.

È la rivolta dei privilegiati, perché chi è pronto a scendere in piazza ha stipendi e contratti signorili, si siede su una cattedra e insegna, ascolta gli studenti e sceglie se promuovere o bocciare. E poi va all’incasso: tanti soldi per una mole di lavoro sorprendentemente bassa. Perché si lamenteranno che gli Atenei non funzionano, si metteranno a piangere per compensi che a loro sembrano bassi, ma che a scorrerli non sembrano niente male.

NON SI FATICA
Nel decreto del Presidente della Repubblica numero 382 del 1980, il testo di legge che da trent’anni disciplina il lavoro dei cattedratici, si legge che i professori ordinari a tempo determinato devono assicurare «la loro presenza per non meno di 250 ore annuali», e che, se a tempo pieno, sono tenuti anche «a garantire la loro presenza per non meno di altre 100 ore annuali (…) per l’assolvimento di compiti organizzativi interni». Calcolatrice alla mano, sarebbero la bellezza di ventinove ore al mese, meno di un’ora al giorno. Questo se i professori lavorassero, irrealmente, tutti i santi giorni dell’anno.

MENO DI 4 ORE AL GIORNO
A dare la giusta dimensione dell’impegno degli accademici ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che nel Conto annuale del personale, pubblicato a metà maggio di quest’anno sulla Gazzetta Ufficiale, ha ufficializzato il carico di lavoro giornaliero: tre ore e trentanove minuti, cinque giorni su sette. Sempre poco: soprattutto considerando che queste ore non sono tutte dedicate all’insegnamento, ma anche alle sessioni d’esame, alle partecipazioni alle commissioni di laurea e al ricevimento degli studenti.
C’è chi dice che il lavoro intellettivo non può essere cronometrato e ingabbiato in schemi fissi. Vero. Resta però il fatto che gran parte delle persone in solo tre giorni (chi addirittura in due) lavora l’equivalente delle ore che un professore affronta in un mese. I dati pubblicati dalla Ragioneria hanno fatto scalpore, tanto che il Sole24Ore ha dedicato un articolo approfondito sul tema; e, se ai rapporti statali hanno preferito fare orecchie da mercante, all’accusa della stampa i professori si sono scatenati. Duecentoquaranta ordinari, appartenenti a quindici atenei italiani, hanno affidato il loro sdegno a un documento redatto dalla professoressa Lilla Maria Crisafulli, docente di storia e lingue inglese a Bologna: «Se ovunque – si legge – specie all’università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere per tener testa a quello che la coscienza del docente e l’immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l’evoluzione scientifica dei nostri studenti e l’aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari».

Sorvolando sul fatto che per tutte le altre figure professionali la giornata lavorativa si adatta alle ore scritte nere su bianco sui contratti di assunzione, la domanda è spontanea: quanto rende essere titolari di una cattedra? Poco, se rapportato alle 24 ore di impegno intellettivo che i professori rivendicano. Decisamente tanto, se riferito a quello che effettivamente la legge chiede loro.

L’AUMENTO AUTOMATICO
Nelle tabelle delle retribuzioni dei professori ordinari del 2008, si può toccare con mano cosa vuol dire l’avanzamento dell’anzianità di servizio all’interno delle facoltà: appena entrato nell’alma mater, un professore ordinario percepisce 4.373 euro lordi al mese. Dopo 28 anni di lavoro, gli euro sono diventati 8221,39. Prendiamo di nuovo in mano la calcolatrice e scopriamo che un’ora di lavoro di professore ordinario a tempo pieno al quattordicesimo scatto d’anzianità vale 283,49 euro. Roba da competere con i top manager delle multinazionali più grandi dal mondo. Senza però sobbarcarsi lo stress di un manager. Nelle università italiane, come nel resto della pubblica amministrazione, basta aspettare, e il tempo farà da solo: l’incedere delle lancette dell’orologio equivale sempre a un aumento di soldi. A prescindere dal lavoro prodotto. Non stupisce quindi il fatto di avere in Italia uno dei corpi docenti più vecchio del mondo: solo il 15 per cento dei dirigenti, l’otto per cento dei professori associati e l’uno per cento dei professori ordinari ha meno di quarant’anni.

Volatilita’ e Maratona …

mercoledì, luglio 16th, 2008

La volatilita’ continua a farla da padrona in queste sedute infuocate a Milano e a New York … Oggi un business di IBII ha avuto oscillazioni assai violente e si avvia a chiudere in positivo. Intanto il SuperMegaTop di IBCC insiste ad andare controcorrente e ormai si avvia a superare stabilmente il +210% da quando e’ entrato in pfolio … Ci sara’ ancora volatilita’ nei prossimi giorni? Gli indici rimbalzeranno? La Maratona, come sempre e in ogni condizione di mercato, continua.

Caro Diario … (In cerca di Buone Notizie)

lunedì, luglio 14th, 2008

I mercati conoscono benissimo lo scenario attuale. Sanno perfettamente che: 1 la situazione finanziaria americana e’ molto cattiva; 2 la Bolla Mattonata continua a mordere e i prezzi delle case non risalgono; 3 la crescita in molti paesi d’Europa e in Usa e’ anemica per non dire recessiva … I mercati sanno tutte queste cose e le valutano con nero pessimismo.

Allora la domanda che faccio a me stesso e ai Fwiani e’: non e’ forse questo lo scenario ideale per accogliere bene qualche buona notizia? Ne ho scritto anche in Affari Nostri che e’ appena uscito e con questa domanda in testa comincio un’altra settimana di investimenti …

Caro Diario … (L’Italia ha il record dei Derivati)

mercoledì, luglio 9th, 2008

La giornata e’ partita tranquilla in Italia, sulla scia del Rally di ieri a Wall Street. La Borsa Usa continua a menare le danze, anche perche’ e’ proprio dall’America che e’ venuto il Catalizzatore negativo che da un anno falcidia gli indici.

Nel frattempo ho letto un po’ di cose qua e la’, e mi sono imbattuto in questo articolo di Mara Monti del Sole che sottolinea l’impegno delle banche italiane sui Derivati. Impegno che si potrebbe destinare a calare i costi e le commissioni che in Italia sono tra le piu’ alte al mondo.

I Derivati sono prodotti finanziari dai quali vi metto in guardia dal 1999, cioe’ da quando pochissimi in Italia sapevano cosa fossero.
Ammesso che oggi siano di piu’ quelli che li capiscono, cosa di cui dubito fortemente.

Intanto sto continuando anche a scrivere il mio nuovo libro per gli Investitori, e piu’ scrivo e piu’ mi accorgo che la semplicita’ e’ tutto anche in questo campo. La semplicita’, la calma, la pazienza, la tranquillita’, il Metodo.

La stessa semplicita’ che affascina e convince tutte le volte che parla Warren Buffett. Peccato che uno come lui non sia un politico. O forse meno male.

-Mara Monti Sole 24 Ore
È vero che il mercato italiano è leader in Italia per il collocamento di prodotti derivati nei portafogli degli investitori retail? Per Exane Derivatives sì, per la Banca d’Italia no. La controversia è nata dopo la pubblicazione di uno studio sulla diffusione dei derivati in Italia che secondo la finanziaria di investimento francese, controllata al 50% da Bnp Paribas, è in continua crescita nonostante la crisi finanziaria: con 42 miliardi di euro nel 2007, pari a un incremento del 46%, il trend è destinato a mantenersi sostenuto anche quest’anno con una stima di crescita del 21% dei collocamenti presso gli investitori privati. Lo studio messo a punto per il lancio del primo osservatorio sui prodotti derivati, non si ferma qui. Dai dati raccolti, l’Italia risulta il mercato più attivo in Europa con 200 miliardi di euro investiti in derivati (obbligazioni strutturate, certificati e polizze assicurative) e 4.500 prodotti emessi tra il 2000 e il 2007, davanti alla Germania (150 miliardi), Spagna (140 miliardi), Francia (105 miliardi) e Belgio (100 miliardi).
Protagonisti di questo sviluppo sono le banche italiane ed estere che gestiscono un’ampia quota del mercato dei derivati. Se nel 2006 il valore dei prodotti collocati dagli istituti di credito è stato di 18 miliardi di euro e quello delle compagnie di assicurazione di 11 miliardi di euro, nel 2007 il ruolo delle banche è divenuto largamente prevalente: le emissioni di derivati da parte degli istituti di credito sono state pari a 32 miliardi di euro, mentre per le assicurazioni non si è andati oltre i 10 milioni di euro.
A questo punto entra in gioco la Banca d’Italia che in serata ha contestato questi dati. Citando la relazione al Parlamento dove risulta che il collocamento di tali prodotti da parte delle banche italiane «si è ridotto dai 19,3 miliardi di euro del 2006 ai 9,5 miliardi del 2007». Non solo. In calo anche «l’incidenza dei titoli strutturati sul totale della raccolta obbligazionaria bancaria in Italia (108 miliardi di euro) pari a circa il 9%, al di sotto dei livelli del 2006 (20,3%) e del 2005 (16,7%)». Nessuna leadership dell’Italia, dunque, secondo la Banca d’Italia che al contrario vedrebbe calare l’interesse verso un comparto spesso criticato. Exane Derivatives difende il suo operato e precisa che «le emissioni di derivati a cui lo studio fa riferimento non sono soltanto a quelle realizzate dalle banche italiane bensì di tutti gli istituti nazionali ed esteri che operano in Italia», spiega al Sole 24 Ore Andrea Carniti capo della divisione prodotti strutturati in Italia. Nessun derivato di credito rientra nella statistica, inacessibile all’investitore retail, ma solo obbligazioni strutturate, certificati e polizze assicurative, tutte calcolate al valore nominale. Insomma, un dato è certo: che l’Italia sia leader o no, il caso-derivati continua a far discutere.

I Fondi sempre piu’ a fondo

lunedì, luglio 7th, 2008

Di lunedi’ mi alzo sempre verso le 6 e mezzo per leggere con calma i giornali, in attesa dell’apertura di Borsa a Milano e in Europa. Poco fa ho scandagliato un po’ il sito del Sole 24 Ore e ho trovato un articolo sulla situazione sempre piu’ negativa dei Fondi d’investimento, alle prese con i riscatti e i deflussi continui e incessanti. Dopo 10 anni di Finanza Democratica e a colpi di analisi di Mediobanca che denuncia puntualmente la scarsissima qualita’ delle performances dei fondi italici e, contemporaneamente, l’esosita’ e la poca trasparenza delle commissioni e dei costi assortiti, i nodi continuano a venire al pettine. Ecco perche’ tante volte ho ricordato da dove deve cominciare un Investitore Intelligente: deve prendere in mano il suo denaro ed imparare a gestirlo ed investirlo da solo. Chi vi dice il contrario lo fa sempre per un suo interesse. Per questo scegliete sempre e solo consiglieri ed informatori Indipendenti e senza conflitti d’interesse.

-Sole 24 Ore
Ancora un mese negativo per la raccolta dei fondi di investimento: secondo Assogestioni mettono in evidenza per giugno deflussi netti complessivi per 12,6 miliardi. I riscatti, superiori alle sottoscrizioni per tutte le categorie di prodotti, incidono sul calo del patrimonio, che oggi è pari a 515 miliardi. Anche a giugno, i deflussi più consistenti si registrano per la categoria dei fondi obbligazionari.

Nel corso del mese rallentano invece i deflussi per i fondi Hedge che subiscono nel periodo riscatti pari a 449 milioni, portando a poco meno di 35 miliardi gli asset della categoria. Per i prodotti Bilanciati la sommatoria tra sottoscrizioni e riscatti equivale ad un risultato negativo pari a -539 milioni, con circa 24 miliardi di asset. I flessibili perdono 690 milioni e il patrimonio è oggi fermo a quota 63 miliardi. In crescita i deflussi dai fondi Azionari e dai prodotti di Liquidità. I primi perdono a giugno 2,3 miliardi e detengono asset per 107 miliardi; i secondi subiscono invece riscatti superiori a 2,6 miliardi di euro ed hanno un patrimonio di circa 63 miliardi. Per i fondi Obbligazionari il bilancio delle sottoscrizioni è negativo per quasi 6 miliardi di euro ed il patrimonio supera abbondantemente i 193 miliardi.

Considerando anche i dati di giugno, i deflussi netti complessivi da inizio anno si attestano a 70,3 miliardi di euro.

Caro Diario … (I SuperTopVincitori di domani)

martedì, luglio 1st, 2008

Un esercizio che faccio spesso durante i Bear markets (cioe’ piu’ o meno nel 33% del tempo delle Borse, il 67% ci sono i Bulls ed e’ per questo che conviene la Maratona …) e’ il seguente. Mi vado a guardare le mie newslettere dei momenti piu’ neri degli ultimi anni: per esempio l’autunno del 2001, magari dopo le Torri Gemelle.

In quelle newslettere faccio il pompiere e spiego come sia necessario essere attenti, ma anche avidi quando tutti sono paurosi. Mentre convenga essere attenti ma anche molto cauti quando tutti sono avidi.

Non e’ un caso se alcuni dei miei maggiori successi di investimento, Marvel per esempio, oppure i CinesiNet etc, li ho trovati a sconto di fine stagione esattamente in quei momenti. E’ possibile che presto ci saremo di nuovo, per questo la mia attivita’ di analisi e il mio radar sono piu’ che mai in azione: per scovare oggi i SuperTopVincitori prossimi venturi.




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