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Archivio di dicembre, 2007

L’anno migliore (e buon 2008 a tutti)

giovedì, dicembre 27th, 2007

A pochissimi giorni dalla fine del 2007, “In Borsa con Carla’ ” sta mettendo a segno il suo anno migliore di sempre. Non solo, come succede dalla sua nascita cioe’ dal gennaio 2004, sta battendo nettissimamente l’indice S&P 500 (24 a 5). In piu’, con il provvisorio +24%, sta segnando la migliore performance di questi 4 anni di Wall Street. E’ un risultato, quello del 2007 e quello complessivo dall’inizio del 2004, che va oltre le mie piu’ rosee previsioni. Pensate che il miglior servizio newsletter degli Stati Uniti, e’ riuscito a battere 8 volte su 10 l’indice S&P 500 in 10 anni. Per il momento IBCC vince con un eloquente 4 a 0. E la Maratona continua. Buon anno a tutti i miei carissimi Fwiani, Vs. Francesco Carla’.

Buon Natale!

domenica, dicembre 23rd, 2007

Per una volta non ho domande da farvi, non nulla da segnalarvi, non sono qui per alimentare dibattiti o sentire opinioni. Voglio solo fare a tutti i Fwiani, a tutti i miei collaboratori e a tutte le nostre famiglie, i miei migliori auguri di un buonissimo Natale.

Blair for presidente

martedì, dicembre 18th, 2007

Non sono alla ricerca di primogeniture, anche perche’ non servono a nulla. Ma i piu’ attenti lettori del Blog ricorderanno che parecchi mesi fa proposi, mica tanto ironicamente, di importare politici dall’estero comunitario (UE) come gia’ si fa in tutti gli altri mestieri e professioni. Oltretutto la legge Bosman o come diavolo si chiama, ha aperto le porte ai calciatori in Italia e in Europa e non si vede perche’ non dovremmo sfruttare la stessa opportunita’ per dare il via ad un tourbillon di politici all’interno del famoso Schengen. Gli italiani esportano cervelli ed allenatori a chi li paga meglio del nostro povero Paese. Perche’ non dovremmo cominciare ad importare, oltre alle prostitute e ai lavavetri e a quelli che continuano a scrivere sui muri spacciandosi per artisti e invece sono solo microcriminali,  anche politici capaci ed integerrimi, provando a dare via all’estero, anche in paesi minori, alcuni di quelli che abbiamo in casa? Seguo la proposta di Luca Josi di cui allego di seguito lettera al Foglio e la completo: prendiamo Blair come dice lui e intanto proviamo a cedere, anche in prestito senza diritto di riscatto, Mastella e un po’ di sindacalisti dell’Alitalia. Se questo sogno si avvera sono pronto a mettermi sul mercato pure io.
www.dagospia.com

Da Il Foglio di sabato 15 dicembre 2007

Gentile Direttore,
La prego di ospitare questa bizzarra suggestione.
Nel calcio, sport nazionale del quale parlo con totale incompetenza, milioni di persone scaricano le loro passioni per la squadra locale sulle prestazioni di 11 campioni che raramente sono loro concittadini e molto spesso nemmeno loro connazionali.
Per la Formula 1, altro vanto mondiale, la nostra scuderia principe è guidata, alla vittoria, da un ingegnere francese e, letteralmente, da un pilota finlandese e da un altro brasiliano.
Nella sostanza per vincere si cerca il meglio, senza tante storie e non importa da dove arrivi.
Considerando che per uno dei succitati sport l’Italia si ferma, gli stadi esplodono, famiglie appesantite dal caro vita si tartassano e, non pochi, facinorosi si menano pensa che il metodo sarebbe esportabile alla politica?

Ci si dice, infatti, che tutto è globale, che l’eccellenza va cercata ovunque essa sia, che l’autarchia deve valere solo per le auto e che le classi dirigenti, politiche, non sono più quelle di una volta.
Darebbe, dunque, più garanzie un ministro del tesoro svizzero o dei lavori pubblici tedesco?
E se, previa piccola riformina, quello spiazzante fantasista dello scarto logico e della nuova politica, il Cavaliere Berlusconi, dettasse una nuova accelerazione dadaista all’agenda del cambiamento proponendo nella sua prossima compagine di governo il già premier inglese Blair (proposta chiacchierata nell’ incontro della settimana scorsa ad Arcore?) obbligando tutti gli altri, ancora una volta, ad inseguirlo?
Vale dibattito?
Cordialmente,
Luca Josi
PS: per cominciare, noi si è piazzato un cittadino italiano ad allenare la nazionale inglese.

Primari e partiti

lunedì, dicembre 17th, 2007

Burlando. Ma non era lo stesso che guidava contromano in autostrada e che invece di esibire la patente mostro’ il tesserino, scaduto, di parlamentare? A quanto pare in Liguria si da’ parecchio da fare: provvede anche alla sanita’ locale, istituendo reparti e creando primari dal nulla. Una specie di miracolo. Leggere gli articoli di GA Stella dall’America, dopo aver letto quello in prima pagina del NY Times che descrive il nostro Paese come il bengodi degli ottantenni e dei politici, e’ poco divertente. Ma penso che a furia di queste denunce gli italiani finiranno per stancarsi e potrebbero anche, finalmente arrabbiarsi davvero. Sarebbe la prima volta nella storia d’Italia e ce ne sarebbero tutte le ottime ragioni, perche’ la nostra politica costa troppo cara per essere cosi’ inutile e dannosa.
www.corriere.it
GA Stella

Per un trapianto di reni vi affidereste a un primario casiniano o diessino, forzista o mastelliano? Se la domanda vi sembra idiota, toccate ferro: i primari vengono scelti così, per la tessera, sempre più spesso. Il bubbone è scoppiato a Genova, grazie allo sfogo di un notissimo chirurgo. Ma lo scandalo si sta rapidamente allargando e forse richiamerà finalmente l’attenzione pubblica su un tema troppo a lungo occultato: le mani della politica nelle nomine perfino delle persone cui è affidata la nostra vita.

Ma partiamo dalla cronaca. Nell’aula magna dell’ospedale universitario San Martino di Genova, uno dei più antichi e dei più grandi d’Europa, Edoardo Berti Riboli tiene la relazione di chiusura della sua presidenza della Società ligure di chirurgia. Occasione solenne. Atmosfera formale. Finché il relatore butta lì: «Marco Bertolotto è diventato primario mentre era presidente della Provincia di Savona. Non ha nemmeno pensato di dimettersi o di andare in aspettativa. È diventato primario perché era politico o politico perché era medico?». È l’inizio d’un atto di accusa violentissimo. Contro i colleghi: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato e sono stati promossi grazie alla lunga e fedele militanza politica ». Contro le «scorribande» delle lobby: «San Martino è terra di conquista per un intreccio tra politica e massoneria. C’è un chirurgo assunto grazie a by-pass massonici».

Contro i partiti: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata ». Contro il governatore Claudio Burlando: «Si comporta come un dittatorello sudamericano… Se noi dobbiamo ringraziare chi ha curato i nostri genitori gli regaliamo dei fiori. Lui per dimostrare la sua gratitudine alla dottoressa che ha curato suo padre ha creato un reparto di ospedale».

E via così. Parole pesanti. Subito raccolte dal Secolo XIX. E da Burlando respinte con amarezza: «È un attacco di cattivo gusto che rientra in uno scontro tra quelli che una volta si chiamavano “baroni”. Non sapevo nemmeno che avessero creato un reparto nuovo. È vero che mio padre è stato curato in quel reparto, ma questo mi ha fatto soltanto capire quanto sia importante. Ho visto che per fare certi esami era necessario perfino andare a Torino… ». Neanche il tempo che l’accorata difesa del governatore e di alcuni primari tirati in ballo a partire da Marco Bertolotto («Sono stato nominato con regolare concorso. Si dice sempre che gli amministratori non devono essere politici di professione e poi se uno fa il presidente della Provincia e il medico lo si accusa di essere raccomandato») fossero pubblicate, e il giornale rilanciava le rimostranze del direttore della clinica oculistica Giovanni Calabria: «Noi in un anno forniamo 20mila prestazioni, Foniatria 200. Invece di dargli due stanze in più gli hanno dato 800 metri quadri. Per un medico e l’assistente». E perché? «Eccesso di zelo. Quando siamo andati dal direttore sanitario Gaetano Cosenza a fargli presenti le nostre difficoltà ha risposto che la realizzazione del nuovo reparto era un desiderio espresso da Burlando, che aveva identificato la mancanza di questo servizio e gli aveva detto di crearlo». Replica Burlando: «Dover andare a Torino per quel genere di cure non lo ritenevo tollerabile, per una città come Genova». Troppo spazio? «È una cosa che nemmeno io so spiegarmi. Io ho solo evidenziato una criticità che pesava sui cittadini… ».

Chi abbia ragione e chi torto si vedrà. Così come si vedrà se i medici tirati in ballo riusciranno a spiegare le loro ragioni e se la polemica politica, sollevata dentro la stessa sinistra dal consigliere Franco Bonello prima ancora che dal capogruppo di An Gianni Plinio, finirà per diventare incandescente o se prevarrà il silenzio in base all’antico monito evangelico: «Chi è senza peccato… ». Certo è che lo scandalo genovese getta sale su una ferita che è forse poco nota alla pubblica opinione ma da tempo sanguina nel corpo stesso dei medici italiani: il problema della scelta dei direttori generali e più ancora dei primari. Se la tesi che le politiche sanitarie devono essere decise dalla politica e che spetta dunque alla politica nominare i vertici delle Asl, tesi sostenuta sia a destra sia a sinistra, è più complicato convincere i cittadini sulla legittimità che anche un primario di ostetricia possa essere scelto sulla base dello schieramento politico. O peggio ancora partitico.

Eppure così avviene. E non solo in Liguria. Lo sostengono, ad esempio, tutti i medici via via coinvolti sul sito polis- savona.it nella discussione aperta dal dottor Giorgio Menardo. Il quale spiega che, cancellati i vecchi concorsi dove la commissione era composta da «un professore universitario, estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari ospedalieri della materia anche loro sorteggiati, ed un medico dirigente del ministero della Salute con un rappresentante dell’amministrazione locale che bandiva il concorso (…), vi sono oggi due primari ospedalieri quasi sempre della stessa regione ove ha sede l’ospedale che bandisce il posto ». Gente direttamente coinvolta. Peggio, l’esame vero e proprio non c’è più: «È solo una formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto lasciando al Direttore Generale carta bianca nel scegliere chi vuole». Risultato: la politica pesa tanto che, dato che si sa già chi vince, crolla ovunque il numero dei partecipanti ai concorsi. Direte: possibile? Sul serio i primari sono spesso scelti solo per le simpatie politiche? «Non spesso, sempre», risponde secco Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, la Confederazione Italiana Medici Ospedalieri, considerata a torto o a ragione vicina ai moderati. «È un’intrusione massiccia. Pesantissima. Non solo nella scelta dei primari ma anche dei medici, degli infermieri… Nelle regioni di destra e di sinistra. Certo, il fenomeno in Campania, in Calabria o in Sicilia è terrificante. Ma riguarda, purtroppo, tutto il Paese. Tutto ». Carlo Lusenti, il segretario dell’Anaao, conferma: «Se non sempre, la politica ci mette il naso nove volte su dieci. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Ma è certo che, se non si cambia il sistema delle nomine…».

Fine anno nelle Borse globali

venerdì, dicembre 14th, 2007

Fra poco ci siamo: il 2007, turbolento, sta per finire e gli scenari finanziari sono i piu’ vari e incerti, come sempre. I nostri servizi premium stanno tutti battendo ampiamente gli indici, grazie all’inesistente esposizione sui finanziari e sugli immobiliari, che sono i settori piu’ decisamente entrati in crisi. Aver visto arrivare per tempo la Bolla Mattonata e’ stato molto utile ai nostri portafogli. Ma adesso, a due settimane dal triplice fischio, cosa vi aspettate da Milano, da New York e dal resto del mondo? Possiamo discuterne qui e poi farci gli auguri per il 2008.

“Le tasse sono bellissime”

martedì, dicembre 11th, 2007

Tommaso Padoa Schioppa non e’ forse un Ministro del tesoro peggiore di tanti altri che lo hanno preceduto e di molti altri che lo seguiranno. IL suo problema specifico e’ la lingua. La sua lingua che non sa tenere a freno e che, in questi tempi di media affamati di titoli e scoop, e’ davvero micidiale. Per lui stesso ovviamente. In un solo anno e’ riuscito a collezionare due frasi imperiture, in grado di consegnarlo alla storia minima della politica italiana: “Le tasse sono bellissime”, i giovani italiani sono dei “Bamboccioni”. Mentre seguo dall’estero le evoluzioni dei Tir che bloccano le autostrade e fermano il nostro Pil gia’ nei guai per conto suo, penso alla gioia con la quale gli italiani pagano le tasse. E mi viene in mente il Ministro.

www.repubblica.it
Pietro Citati

Conosco poco il ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Ci siamo stretti qualche volta la mano, a Roma e ad Acquisgrana; e poi abbiamo taciuto, non sapendo cosa dirci. Mi ha sorriso. Ha un bel sorriso, che gli accarezza timidamente la superficie del viso, gli vela gli occhiali, si perde tra i capelli; e non riesce a penetrargli nel cuore, perché il cuore è abitato dalla malinconia. È delicatissimo e candido.

Non conosce la realtà: non sa che esistono i pomodori, gli zucchini, le caciotte, le bistecche di maiale; ed ignora cosa sia il danaro. Qualche tempo fa, ha pronunciato la frase più famosa della recente storia italiana: «Pagare le tasse è bellissimo».

Quando pago le tasse, al contrario di Tommaso Padoa-Schioppa, non sono felice. Credo che pagarle sia un atto doveroso, doloroso, fatale: mentre le paghi, le Parche tessono il loro filo ferrigno sul fuso. Bisogna pagare le tasse, per tenere aperte le scuole (sebbene la sinistra alleanza tra Luigi Berlinguer e Letizia Moratti abbia gettato le scuole italiane ad un livello lievemente superiore a quello del Mali, ma inferiore a quello del Ghana).

Bisogna pagare le tasse per far correre i treni (sebbene i treni siciliani, nei loro voli più folli, non riescano a superare i trenta chilometri all´ora). Bisogna pagare le tasse perché le automobili sfreccino sulle strade (sebbene le strade di Roma siano una sola, interminabile successione di buche). Bisogna pagare le tasse per assicurare le pensioni e l´assistenza medica e l´apertura dei musei e dei cimiteri e dei giardini pubblici e delle biblioteche rionali, e per mille altre ragioni, reali ed immaginarie, che i cittadini italiani conoscono molto meglio di me.

Sono, ahimè, un contribuente onesto: anche se volessi evadere le tasse non potrei, perché le dichiarazioni dei miei datori di lavoro formano, riunite insieme, un cappio così fitto attorno al mio collo che, se non le pagassi, mi impiccherei con le mie mani. Le pago prima possibile: a metà maggio e a metà ottobre, con lo stesso sentimento di uno che si leva un dente anzitempo, per tener lontano il dolore.

Il mio commercialista sta in piazza Tacito: una donna precisa, dolcissima e inflessibile, che si chiama Teresa, prepara i moduli. Il giorno prima dell´appuntamento, vengo assalito da una specie di torpore ed intontimento al capo, alle braccia, alle mani e ai piedi. L´occhio si oscura, l´orecchio non sente, la mano non palpa, la mascella cala sfiorando la parte superiore del petto.  Penso ai miei carissimi libri, dai quali traggo la possibilità di pagare le tasse. Non sono io, ma Omero, Goethe, Leopardi, Kafka, Musil, Alice Munro, che finanziano lo Stato a mio nome.

E provo una sofferenza acutissima al pensiero che Omero e Alice Munro permettano all´onorevole Alessandra Mussolini di farsi fare gratis la messa in piega, all´onorevole Buttiglione di mangiare quasi gratis i moscardini e le mazzancolle, all´onorevole Diliberto di pronunciare gratis sciocchezze, e all´onorevole Massimo D´Alema di veleggiare, rapido ed elegante come un airone, tra le isole che tremiladuecento anni fa scorsero il viaggio disperato dell´ultima nave di Ulisse.

Non sono un uomo di sentimenti profondi; e la mia tristezza non dura mai a lungo. Il giorno fatale vado a Piazza Tacito, suono il campanello, entro nell´ufficio, firmo innumerevoli fogli di carta, e tre assegni; uno, enorme, per l´Irpef, uno più esiguo per l´Ici, e uno, esilissimo, per il commercialista. Consegno gli assegni nelle mani di Teresa; e in quel preciso momento, non so per quale ragione, il dolore si consuma e si volatilizza.

Torno a casa sollevato e quasi lieto. Penso che l´unica cosa bella del denaro non è accumularlo, né consumarlo, ma gettarlo via dalla finestra, come un uccello che ha appena appreso a volare. E poi, la testa dell´onorevole Mussolini ha davvero bisogno della sua messa in piega, lo stomaco dell´onorevole Buttiglione deve venire irrorato dai succhi dei moscardini e delle mazzancolle, l´onorevole Diliberto deve dire sciocchezze per la nostra gioia, mentre siamo lieti che l´onorevole D´Alema ascolti estasiato il canto delle Sirene, senza venire legato all´albero di Ulisse.

Provo una grande ammirazione per i ministri delle Finanze, le commissioni parlamentari, i legislatori, i tecnici del Ministero e dei Comuni e degli innumerevoli Enti e sovra-Enti e sotto-Enti, e per tous ces puissants qui nous gouvernent. Posseggono una fantasia inesauribile nell´inventare tasse: come oggi non conosce nessun romanziere o regista.

Prima c´è la trattenuta del venti per cento alla fonte: tassa quasi indolore, perché il cuore percepisce appena il vuoto lasciato nel conto corrente. Poi c´è l´immenso Irpef e l´Ici e la nettezza urbana e l´addizionale comunale e l´addizionale regionale e l´imposta per l´acquedotto del Fiora, che versa nei tubi della mia casa al mare una torbida acqua rugginosa; e poi tutte le piccole imposte, quando compro una matita, le lamette, il dentifricio, il sapone da barba, lo spazzolino da denti, l´inchiostro stilografico, la detestabile medicina.

Come tutti gli abitanti della Maremma, ho il privilegio di versare una tassa in più: quella per la Bonifica Maremmana. Settant´anni fa, il nonno dell´attuale onorevole Mussolini bonificò la Maremma: ora non ci sono più né paludi né zanzare: i maremmani non s´ammalano di malaria; eppure devo pagare una tassa per mantenere in vita i nipoti dei nipoti degli eroici bonificatori.

Infine, ci sono le tasse postume. Ogni anno, il ministero delle Finanze o l´assessore del Comune o il funzionario di qualche Ente o sotto-Ente si risveglia all´improvviso dal torpore e mi comunica minacciosamente che nel 2001 o 2002 o 2003 non ho pagato una tassa, e che devo pagarla ora, subito, maggiorata da spaventosi interessi di mora. Non ricordo più nulla. E telefono a Teresa, terrorizzato.

Sobria e tenera, Teresa mi assicura: «Non si preoccupi, signor Citati, Certamente sono loro che hanno sbagliato». Difatti, è uno sbaglio: non devo pagare nulla. Allora sorrido, mi guardo allo specchio, infilo il cappotto, esco di casa, fiero di vivere sotto la protezione del migliore dei ministri delle Finanze possibili, sotto il manto del migliore dei Governi possibili, nel migliore dei mondi possibili.

La Fiat e lo spin off

lunedì, dicembre 10th, 2007

Marchionne l’ha mandato il cielo alla famiglia Agnelli e affiliati. Dopo aver portato a termine uno dei turnaround piu’ impensabili degli ultimi anni, adesso annuncia un possibile spin off di Fiat Auto, portando l’azienda di Torino in un altro mondo rispetto a quello politico e ministeriale degli anni del disastro. Il cambio di mentalita’ e’ stato evidente sin da subito, gia’ dai tempi dei negoziati per la Put con GM e poi a seguire con il boom della Grande Punto etc etc. Adesso annuncia di voler scorporare Fiat Auto e di aver in mente per il 2009 una micro500 che e’ esattamente quello che il mercato chiede. La sintesi e’ facile: il capo della Fiat sa comunicare con i mercati finanziari e infatti la Borsa applaude. Certo gli annunci sono una cosa e i fatti un’altra, ma e’ possibile che Marchionne continuera’ a fare un buon lavoro in un settore molto difficile per tutti. Che ne dite?
www.corriere.it

Fiat potrebbe valutare la possibilità di uno spin off dell’auto, ovvero scorporo e quotazione in Borsa del business delle quattro ruote, se il mercato non valorizzerà pienamente le azioni del gruppo. L’ad Sergio Marchionne, in un’intervista al periodico specialistico Automotive News, nella quale prevede anche al 2009 il possibile lancio di un modello più piccolo della nuova 500. «Non è una questione di organizzazione del gruppo – ha detto Marchionne, commentando l’eventualità di uno spin off della divisione auto – ma di trading delle azioni Fiat a sconto rispetto alla somma delle parti».

MINI 500 – Secondo Marchionne, la questione è «un argomento che potrebbe avere un fondamento valido. Per adesso Fiat non ne ha sofferto, ma se succedesse e se vi fosse una perdita di valore permanente, potremmo valutare uno spin off». Marchionne ha aggiunto che Fiat non intende cedere terreno a livello di quota di mercato nel segmento A delle auto di piccola cilindrata e ha detto che una microcar sarà costruita sulla base di una piattaforma più piccola del segmento A. «L’unica cosa che posso dire è che il modello (su cui stiamo lavorando) è una vera bellezza», ha rilevato Marchionne.

JAGUAR E LAND ROVER – Marchionne ha anche ammesso l’interesse da parte di Fiat per Jaguar e Land Rover, marchi messi in vendita dalla Ford. L’ad ha chiarito che era un interesse legato alla rete di distribuzione negli Usa di Land Rover e delle piattaforme e dei motori di Jaguar. Fiat li avrebbe potuti usare per i suoi modelli Alfa Romeo. «Tuttavia – ha aggiunto – abbiamo ritenuto di non aver potuto gestire Jaguar e Land Rover e allo stesso tempo portare avanti un’adeguata esecuzione del piano di rilancio di Fiat group automobiles». Fiat resta comunque aperta – ha concluso marchionne – a colloqui con il futuro proprietario dei due marchi circa una possibile collaborazione. Il partner indiano di Fiat, Tata Motors, è in pole position per l’acquisto dei due brand da Ford.

IN BORSA – Le parole di Marchione circa un potenziale spin off di Fiat Auto hanno intanto avuto un primo effetto: il titolo della casa torinese è balzato del 4,9% attestandosi a 18,61 euro. Le azioni del Lingotto, deboli per tutta la mattinata, hanno virato al rialzo dopo che sono state rese note le opinioni del numero uno circa la struttura del gruppo.




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