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Archivio di agosto, 2007

Cerco casa

venerdì, agosto 31st, 2007

Mentre il mondo ha il problema del rialzo dei tassi e dell’aumento della rata sul mutuo, sembra, secondo l’Espresso, che questo genere di crucci non sia all’ordine del giorno per alcuni nostri politici, che hanno cercato e trovato casa a prezzi superscontati rispetto a quelli di mercato a Roma e nelle grandi citta’. Indignati, minacciano querele. Ma non basta dare pubblico accesso ai loro rogiti notarili per togliersi il dubbio?

 

www.corriere.it

Mariolina Iossa

 

«Hanno pagato troppo poco ieri per l’affitto e oggi per l’acquisto». Chi? I «potenti». «Ministri e leader di partito, ex presidenti della Repubblica e del Parlamento, magistrati e giornalisti». Il settimanale l’Espresso apre ufficialmente «svendopoli» undici anni dopo l’inchiesta de il Giornale di Vittorio Feltri «affittopoli ». Lo fa nel numero in edicola oggi e denuncia il trattamento di favore e i forti sconti praticati a molti personaggi che hanno vissuto in affitto a costi da «equo canone» in appartamenti di proprietà di enti pubblici, quasi sempre grandi metrature o persino attici, e poi hanno avuto l’opportunità di acquistare a prezzi al di sotto di quelli di mercato.

L’elenco conta 19 nomi. Ci fa parte il candidato del Pd e sindaco di Roma Walter Veltroni, la cui signora, Flavia Prisco, nel 2005 ha comprato un appartamento in un palazzo di via Velletri in centro, 190 mq, posto auto e cantina, per 377 mila euro. In quello stabile il padre di Veltroni, ex dirigente Rai, aveva avuto in affitto dall’Inpdai un alloggio dove la famiglia ha abitato. Il prezzo è basso per «il meccanismo degli sconti collettivi», scrive l’Espresso, per cui gli inquilini dello stabile, acquistando tutti assieme il palazzo hanno ottenuto uno sconto. Ci sono poi storie diverse, testimonia l’Espresso, dove «i colossi privati che hanno acquistato le case dell’Ina, Pirelli e Generali», in alcuni casi «hanno fatto prezzi bassi per blocchi di appartamenti finiti poi a famiglie dai nomi come Mastella e Casini». Pierferdinando Casini, con la prima moglie Roberta Lubich e le loro due figlie abitava in affitto in un palazzo Ina-Assitalia. Quando arrivano «le vendite tanto attese», scrive l’Espresso, Generali cede in blocco il palazzo a una società di un amico di Casini, e quest’ultimo lo «gira» ai Lubich-Casini «a prezzi di saldo»: un appartamento alla madre di Roberta (586 mila euro), uno all’ex moglie (323 mila euro), gli altri alle figlie di Roberta e Pierferdinando (306 mila euro per 5 vani e 586 mila per 8 vani e mezzo).
Clemente Mastella, scrive l’Espresso, «abita all’ottavo piano di un palazzo sul Lungotevere Flaminio». Stavolta da Ina-Assitalia ha acquistato Initium, una società di Pirelli e Generali che concede a suoi inquilini, tra cui Mastella ma anche l’ex capo dello Stato Francesco Cossiga (9 vani e mezzo per 710 mila euro), «prelazione e sconto». Per Mastella, continua l’Espresso, «Initium ha fatto di più». La moglie Sandra e i figli hanno comprato 5 appartamenti nel palazzo, in totale 26 vani e terrazzo per un milione e duecentomila euro. Mastella s’è indignato: «Le insinuazioni dell’Espresso sono ignobili. Ho dato mandato al mio avvocato di querelare il settimanale». Anche il presidente del Senato Franco Marini che, scrive l’Espresso,ha comprato «da Scip ex Inpdai 14 vani per un milione di euro », ha reagito furibondo: «Notizie false. Non ho mai querelato nessuno, stavolta ci sto pensando seriamente». Non querelerà invece, ma dice di aver comprato «sì con lo sconto però non ingiustamente», l’ex presidente Cossiga.

La Scelta dei Maranghi

giovedì, agosto 30th, 2007

Qualche settimana fa abbiamo parlato di Vincenzo Maranghi dopo la sua morte. L’uomo era inflessibile ed Enrico Cuccia lo aveva designato come suo successore proprio per la certezza che avrebbe tenuto Mediobanca nei binari tracciati dopo la guerra. Adesso si scopre che non solo ha rifiutato ogni forma di liquidazione super, come vanno di moda adesso nelle banche ed altrove, ma i suoi parenti hanno detto di no a qualunque genere di bonus e compensazione a nessun titolo fosse riconosciuta. A quanto pare gli italiani non sono tutti uguali. Voi al suo posto cosa avreste fatto, sinceramente?

Fabio Tamburini per “Il Sole 24 Ore”

Nessuna incertezza, nessun ripensamento e rapidità nella risposta: un cortese, ma assai determinato, no grazie! Così la famiglia Maranghi ha declinato l’offerta di molti azionisti di Mediobanca, pronti a consegnare un assegno congruo ai quattro figli del banchiere. Il gran rifiuto è avvenuto pochi giorni dopo la morte dell’ex amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi, fin dall’inizio a fianco del venerato Enrico Cuccia. Una scelta al tempo stesso prevedibile (perché in perfetta continuità con le scelte di vita del banchiere) e ricca di significato (perché il fascino del denaro è spesso considerato irresistibile).

L’idea dell’assegno è maturata nella seconda delle visite effettuate dall’attuale presidente del consiglio di sorveglianza Mediobanca, Cesare Geronzi, a casa Maranghi, una decina di giorni prima della morte, quando la lunga malattia era arrivata alla stretta finale, dolorosa e terribile. Vincenzo Maranghi aveva piena consapevolezza di essere arrivato al punto di non ritorno. E aveva tre preoccupazioni: il futuro di Mediobanca, quello della sua famiglia e il finanziamento di un paio d’iniziative senza scopo di lucro.

Detto e fatto anche per la parte economica. Anche perché l’opinione dei maggiori soci è risultata unanime: tutti favorevoli, sia pure con modalità differenti. C’è stato chi era pronto a firmare un assegno davvero consistente (non si è mai parlato di cifre, ma certo non inferiore a 3 milioni di euro) e chi, tra quelli rimasti vicini al banchiere, aveva immaginato altre strade (per esempio il riconoscimento di una vicinanza all’istituto mai venuta meno, neppure in seguito all’allontanamento).

In entrambi i casi non c’è stato nulla da fare, perché la famiglia ha preferito declinare l’offerta. Vincenzo Maranghi aveva sempre rifiutato buonuscite, compensi di carattere straordinario e stock option. Di quest’ultima usanza, in particolare, è stato censore convinto ritenendo che chi ha incarichi da amministratore delegato non dev’essere in alcun caso condizionabile nelle scelte aziendali.

Esattamente la stessa opinione di Cuccia. Tanto da fare di Mediobanca l’eccezione alla regola che, seguendo l’esempio americano, ha permesso a banchieri, imprenditori e manager di costruire in pochi anni ricchezze straordinarie. Oggi i tempi sono cambiati, ma la famiglia Maranghi ha voluto evitare di cadere in tentazione.

L’esempio di Vincenzo Maranghi era stato chiaro. Sia in occasione dell’uscita da Mediobanca, sia in seguito. Quattro anni fa aveva rifiutato una buonuscita d’oro, a coronamento di una vita al vertice dell’istituto. Gli era stata offerta dai banchieri e dai grandi azionisti dell’istituto che non avevano accettato di lasciargli la guida esclusiva dell’istituto e lo avevano sconfitto.

La sua risposta era stata secca: «Datemi soltanto le ferie non godute e il Tfr, come alle colf». Successivamente, negli anni amari dell’esilio e fino a non molto tempo fa, i rappresentanti delle principali banche d’affari internazionali che hanno bussato a casa Maranghi per contare su di lui come consulente sono stati numerosi. Anche in tal caso la possibilità d’incassare ricche parcelle era fuori discussione. Non è andata così. Vincenzo Maranghi ha voluto restare fedele all’impegno esclusivo per Mediobanca. E la famiglia ha ritenuto di seguire la stessa strada, di coerenza e fedeltà allo stile della casa.

Restano sul tappeto gli interventi a favore delle due realtà tanto vicine al cuore di Maranghi: la Fondazione Vollaro e l’Abbazia di San Pietro in Viboldone. La prima, costituita in ricordo della segretaria di Cuccia, Giancarla Vollaro, ha come ragione d’esistenza il finanziamento della ricerca oncologica. La seconda, molto amata dal banchiere, si trova alle porte di Milano, nel Comune di San Giuliano ed è centro di spiritualità benedettina e circestense.

Gazzetta: Il giocattolo rotto

martedì, agosto 28th, 2007

Oggi e’ uscito il mio ultimo commento sulla Gazzetta dello Sport, proprio dopo le ultime notizie dalla Cina: Pechino non ci sta e accusa la Mattel di cattivo design dei suoi giocattoli. In parole povere: “noi li abbiamo fatti come ce li chiedevate voi e adesso non potete farci fare la figura di quelli che avvelenano l’occidente.” Chi ha ragione?

 

www.finanzaworld.it
Francesco Carla’

Se non fosse una cosa maledettamente seria,
potrei dire, scherzandoci su, che si e’
rotto il giocattolo dell’idillio commerciale
tra la Mattel e la Cina, il Paese dove la
societa’ americana delle Barbie produce la
maggior parte dei suoi celebri giochi.

Wall Street, con il linguaggio brutale delle Borse,
ha emesso il suo primo verdetto facendo precipitare
il valore delle azioni Mattel dai quasi 28 dollari
del 17 luglio scorso, ai 22 di ieri.

“Prima spara e poi discuti”: a New York i traders
non sembrano per niente convinti che la colpa
del richiamo di 19 milioni di pupazzi e gadgets
della Mattel dai negozi, sia soltanto dei presunti
scarsi standard di qualita’ dei cinesi.

Pechino rispedisce l’accusa americana al mittente,
e proprio ieri conferma che l’85% dei giochi
pericolosi sono stati prodotti esattamente come
li volevano negli Stati Uniti.

Insomma il boomerang torna alla Mattel. Ma chi ha ragione?

Pechino sa di rischiare molta della sua credibilita’
come produttore mondiale: da quelle parti fanno 22
miliardi di giocattoli assortiti ogni anno.

Le domande a questo punto sono tre. La prima:
dopo i casi Colgate, Nokia e Mattel, c’e’ da aspettarsi
che altri marchi famosi saranno colpiti, anche in Borsa,
da problemi di controllo della qualita’?

La seconda: che garanzie possono dare le grandi brand
ai loro consumatori, anche per giustificare i prezzi
piu’ cari dei prodotti di marca?

La terza: la Cina e gli altri Paesi che producono
per i mercati e i consumatori occidentali, che
contraccolpi possono avere se queste crisi continuano?
Il loro boom economico puo’ essere messo a rischio
e creare altri seri guai all’economia globale,
dopo la vicenda non certo risolta dei mutui
subprimes?

Padoa Schioppa giura: niente tasse nuove

martedì, agosto 28th, 2007

Il tema delle tasse interessa moltissimo gli italiani. Quelli che le pagano tutte, quelli che ne pagano un po’, e anche quelli che non le pagano per nulla. Dalla casalinga di Voghera che pena per il marito tassato, a Valentino Rossi che fa il cittadino londinese ma poi sta sempre a Tavullia, tutti gli italiani avrebbero una ricetta precisa per le tasse giuste. Ovviamente questa ricetta non fa mai una torta le cui fette si somiglino a sufficienza. Cosi’ l’imprenditore piccolo e l’artigiano, inveisce contro il dipendente pubblico; il dipendente privato ce l’ha con il Governo e le accuse reciproche non fanno certamente cambiare lo scenario totale. Adesso il Ministro del Tesoro Padoa Schioppa assicura: altre tasse nuove nella finanziaria che incombe in autunno, non ce ne saranno. Lui stesso ammette che le tasse, per chi le paga tutte, sono gia’ molto pesanti e dovrebbe anche convenire che aumentare la tassa sugli investimenti significa aumentare le tasse.  

 

Cì sarà ancora risanamento dei conti pubblici, ma senza nuove imposte. “Sarà una finanziaria di tregua fiscale, non introdurrà obblighi di entrate fiscali”. A garantirlo è il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa in occasione del suo intervento alla festa dell’Udeur a Telese.

Quanto al peso delle imposte sulle tasche degli italiani, il responsabile di via XX settembre ha ammesso che il carico è elevato ma non può essere scisso dal problema dell’evasione. “Per chi è in regola – ha detto Padoa-Schioppa – il carico fiscale è eccessivo. Le stime, non nostre, parlano di 100 miliardi all’anno di imposte evase”.

Il ministro ha poi fatto riferimento al rallentamento della crescita evidenziato nell’ultimo trimestre. “L’obiettivo di una crescita del Pil al 2 per cento per il 2007 – ha ammesso Padoa-Schioppa – è ora più ambizioso di due mesi fa”. Per raggiungerlo a fine anno, ha precisato il ministro, “ci dovrebbe essere un recupero nei prossimi trimestri”.

Risanare e il problema del consenso degli elettori. “Bisogna andare avanti – ha aggiunto il ministro – tenere la rotta, non cambiare la strada. La legislatura dura cinque anni: non c’è nessun governo che conosco che dopo un anno vincerebbe ancora le elezioni. Bisogna andare avanti: se la strada è giusta darà i suoi frutti”. Per Padao-Schioppa il risanamento dei conti pubblici deve continuare, e farlo serve una crescita “crescita finanziaria, sociale, ambientale”.


C’è anche spazio per un’esortazione al ‘Sistema Italia’ a non rimanere troppo legato alla domanda proveniente dai paesi esteri. “L’ Italia – ha detto il ministro – può crescere a tassi più alti degli ultimi anni se aumenta la produttività, se aumenta la partecipazione della popolazione alla forza lavoro e se aumenta l’ efficienza della pubblica amministrazione”.

Il ministro ha poi parlato della crisi dei mutui subprime. “Sono stati solo colpi di tuono, ma non c’è stata la grandine, perchè le Banche centrali sono intervenute prontamente. Però i colpi di tuono sono il segno di alcuni squilibri internazionali”.

Intanto, secondo i dati elaborati da Equitalia, il fisco accelera i recuperi. Nei primi sette mesi dell’anno sono stati recuperati 3,139 miliardi. Un aumento complessivo del 56,4%. I tecnici stimano che per la fine dell’anno verrà incassato un miliardo in più rispetto a quanto stabilito in Finanziaria (2,092 mld) arrivando, per i soli ruoli erariali, a circa 3 miliardi.

Il referendum e i ‘nuovi partiti’

venerdì, agosto 24th, 2007

Come sapete io e FinanzaWorld e questo Blog, ci siamo battuti perche’ la raccolta delle firme per il referendum elettorale raggiungesse il numero stabilito cosa che per fortuna e’ successa. Adesso il referendum deve essere considerato ammissibile e poi potrebbe essere celebrato gia’ in primavera nel 2008. I partiti, innumerevoli, che dicevano in gran parte di considerarlo poco importante, sono gia’ in fibrillazione. I leader piu’ importanti stanno prendendo posizione, perche’ hanno capito che gli italiani sono stanchissimi di questa politica italiana costosa e inefficiente e cercano alternative credibili. In tutto questo movimento preparatorio, sfugge a parecchi una cosa importante: il morale bassissimo di un’intera generazione di ventenni, trentenni e spesso quarantenni che si sentono schiacciati e sottoutilizzati da un Paese che si arruginisce ogni giorno di piu’. Barbara Palombelli, moglie di Francesco Rutelli, un po’ sembra essersene accorta.

 

 

www.lastampa.it
Barbara Palombelli
Caro direttore,

confidando in una bella giornata d’autunno, il 14 ottobre prossimo, giorno in cui nascerà il Partito democratico, andrò al mare. Fino a un minuto prima, cercherò di convincere figli, amici dei figli, ragazzi e ragazze, a partecipare al voto.

Non andrò perché non vorrei che il partito nuovo/nuovo partito fosse un neonato con i capelli bianchi o tinti. Non andrò perché se tutti quelli che andranno avranno – come me – più di cinquant’anni, l’Italia resterà bloccata, ferma, immobile.

Se gli iscritti al Pd somigliassero o coincidessero con la platea dei dibattiti delle feste dell’Unità o della Margherita (dove spesso sono la più giovane), ci ritroveremmo con un movimento in cui tutti hanno qualcosa da difendere, dalla pensione alla licenza del taxi, dal negozietto alla piccola rendita.

Risultato: nessuna voglia di rimescolare le carte, i ruoli, i diritti che la nostra generazione ha conquistato ma che forse non sono più adatti al terzo millennio.
Serve un nuovo Sessantotto

Se gli ultracinquantenni prendessero la maggioranza, sarebbe un dramma: noi abbiamo la passione per gli anniversari, celebriamo quotidianamente – ormai – i morti di tutte le ideologie, costruiamo e veneriamo Pantheon di intellettuali che nessuno dei giovani ha mai letto neppure a scuola…

Massimo D’Alema, qualche tempo fa, in un’intervista a Gente, ha giustamente evocato «un nuovo ’68», sollecitando i ventenni e i trentenni a battersi per le loro rivendicazioni. Assenti e passivi, chiusi in una personale ricerca di lavoro che sempre più spesso viene affidata ai genitori e non alle associazioni sindacali, i nostri figli si chiamano fuori da tutto.
È il problema principale della politica contemporanea: si legifera nell’apparente indifferenza di coloro che quelle leggi e quelle scelte dovranno accettarle, subirle e rispettarle.
La partita? Stavolta giochiamola in panchina

Se il regolamento del nuovo Pd vietasse – come provocazione – l’iscrizione ai maggiori di cinquant’anni, scopriremmo quali passioni, quali ideali, quali stili di vita stanno a cuore a chi verrà dopo di noi.
Avrebbe un senso l’idea bizzarra di costruire un partito spalancando le porte a chiunque, come in un ipermercato: paghi 5 euro e compri due, una tessera e un diritto di voto. Se giocassimo questa partita in panchina, i nostri suggerimenti e i nostri consigli diventerebbero preziosi, indispensabili.
Se invece volessimo occupare tutti i ruoli, la moltiplicazione delle caste si scontrerebbe in modo irreversibile con l’onda dell’antipolitica. Altro che nuovo Sessantotto…
I nuovi iscritti li troveremo nei call-center

Ciascuna generazione ha il diritto/dovere di impegnarsi: era lo slogan che usavamo contro i «matusa» quando eravamo giovani. Volevamo le nostre musiche, i nostri capelli, le nostre minigonne, ma anche una nuova famiglia e nuovi diritti nel mondo del lavoro, della sanità e della previdenza. Abbiamo combattuto e vinto, con errori e dietrofront clamorosi.

Adesso saremmo molto più audaci scegliendo di fare un passo indietro (i nostri genitori capirono, consigliarono, soffrirono, ma ci lasciarono spazio) che non affollando i banchetti del 14 ottobre. Saremmo all’altezza del nostro passato migliore se promuovessimo il Pd nelle università, nei call-center, nei luoghi del precariato industriale e commerciale, invece che nelle fumose discussioni di noi eterni reduci.

Sicko e la sanita’ italiana (con annesse tasse)

giovedì, agosto 23rd, 2007

Una volta c’era perfino la tassa sulla salute, poi non ricordo che fine abbia fatto. Nel frattempo in questi giorni e’ uscito anche in Italia il nuovo film di Michael Moore, Sicko, un gioco di parole con ‘sick’ che vuol dire ‘malato’. La storia e’ sempre la stessa: in America si muore di sanita’ negata perche’ senza assicurazione non ti mandano neppure l’ambulanza. Leggenda metropolitana oppure verita’ sacrosanta? E ancora: siamo sicuri che in Europa e in Italia la sanita’ pubblica sia cosi’ efficace e a buon mercato visto che costa 150 miliardi all’anno ai cittadini?

 

www.opinione.it
Stefano Magni

Parlar male della sanità privata americana è un po’ come sparare sull’ambulanza. E’ uno sport a cui si dedicano tutti: gli Europei pontificano sulla superiorità del loro sistema sanitario nazionale, gli Americani stessi (gli Americani della “chattering class”, cioè media e professori) adorano criticare il loro sistema e portare ad esempio il vicino Canada e la lontana Europa. L’ultima condanna (in ordine di tempo) al sistema sanitario privato statunitense arriverà domani nelle sale cinematografiche italiane: “Sicko”, l’ultimo film di Michael Moore, tornato a colpire Bush e soprattutto il “popolo bue” americano che non si accorge della malvagità del suo sistema. La tesi parrebbe elementare e indiscutibile: se si affida la sanità ad aziende private, i malati poveri muoiono di malattia perché non possono permettersi le cure; se la sanità viene affidata allo Stato, tutti vengono curati gratuitamente. Eppure…
In Italia lo scandalo della “malasanità” non è un’eccezione, ma la regola, soprattutto negli ospedali pubblici del Sud. In Lombardia la sanità funziona meglio, ma proprio perché al privato è permessa una maggior libertà di competere con il pubblico.

Gli intellettuali di sinistra americani sognano un sistema in cui gli ospedali possano accogliere e curare tutti coloro che lo richiedono e pensano che in Europa funzioni così. In effetti in Europa chiunque può essere curato gratis… se riesce a sopravvivere dopo una coda di sei, otto, dieci o trenta settimane in lista di attesa. In tutti i Paesi in cui la sanità è pubblica si ripete sempre lo stesso problema: l’aumento dei tempi di attesa del paziente, che può essere un fastidio se si tratta di un mal di denti, ma una tragedia nel caso di malattie mortali che richiedono tempi di intervento rapidissimi. Anche nell’efficiente sistema sanitario britannico, i tempi di attesa registrati arrivano a un anno per un paziente su otto. Nel Canada portato ad esempio da Michael Moore, i tempi di attesa medi sono di 5 settimane nei reparti di oncologia, 40 settimane per l’ortopedia, 35 settimane per la chirurgia plastica e 32 per la neurochirurgia. Da noi, in Italia, i tempi di attesa massimi per una tac cerebrale, o per una risonanza magnetica alla colonna vertebrale arrivano a 8 settimane. In Francia, il sovraffollamento degli ospedali durante il grande caldo dell’estate del 2003, ha causato la morte di 13.000 persone (soprattutto per disidratazione) escluse dalle cure necessarie. Il problema delle code, nel sistema sanitario privato americano, di fatto, non esiste.

E’ proprio vero, poi, che il sistema sanitario nazionale sia gratuito? Il contribuente paga sempre, anche quando non ha bisogno di cure. E, a causa dell’elevato numero di pazienti, in quasi tutti i Paesi che hanno nazionalizzato i servizi sanitari, si ripete un problema di scarsità di risorse disponibili. La sanità britannica è andata più volte in rosso dal 2003 ad oggi; sempre nel 2003 andarono in crisi gli Svizzeri; nel 2004 in Canada il budget della sanità assorbiva il 7% del PIL e cresceva più rapidamente delle entrate fiscali; nella piccola e ricca Nuova Zelanda gli ospedali pregano i pazienti di stare a casa se proprio non sono casi gravi; a Cuba (altro Paese portato ad esempio da Moore) i pazienti degli ospedali per i comuni mortali (non per i turisti o per i dirigenti del Partito) devono portarsi coperte, cibo e lampadine perché mancano anche le risorse per l’energia elettrica. “Non esiste alcun pasto gratuito” sostengono da tempo gli economisti liberali: la sanità non fa eccezione. Un medico libertario americano, Mark Valenti, ha elencato sei problemi fondamentali della nostra sanità pubblica. Primo: disincentiva i pazienti a cercare la miglior soluzione. Chi ha bisogno di cure, in un sistema sanitario pubblico, tende ad affidarsi al primo medico o ad accettare il primo farmaco che vengono “passati dal convento”, anche se il medico è un incompetente o il farmaco è inefficace.

Il fenomeno è osservabile anche negli Stati Uniti, per quei servizi (come il pronto soccorso o l’assistenza gratuita per alcune malattie) che sono pubblici. Secondo: la standardizzazione della sanità pubblica distrugge la competitività dei medici e delle aziende farmaceutiche, visto che viene a mancare l’incentivo di agire al meglio per attirare più pazienti. Terzo: la sanità pubblica è pagata da tutti i contribuenti, i quali hanno meno possibilità di controllare come vengano spesi i loro soldi. Un ospedale le cui spese sono coperte interamente dallo Stato può essere indotto a effettuare tanti costosi esami non indispensabili, così come, a livello individuale, una persona sana può essere invogliata a effettuare tante visite mediche del tutto inutili, gratuite per lui, ma costose per il contribuente. Quarto: aumenta la disparità fra ricchi e poveri, visto che i primi possono sempre andare all’estero o farsi ricoverare in poche (e costose, perché prive di concorrenti) cliniche private nel loro Paese o all’estero, mentre i poveri devono accontentarsi dei servizi forniti dal pubblico, solitamente più scadenti perché non competitivi. Quinto: in un sistema sanitario nazionale, tutti i vizi privati diventano problemi pubblici, perché ogni malato diventa un costo per l’intera comunità dei contribuenti. Così comportamenti come fumare, andare in moto senza casco, mangiare cibi grassi, diventano problemi collettivi a cui si risponde con un sempre crescente proibizionismo. Sesto: le decisioni fondamentali per la salute sono prese da politici e burocrati. Siamo sicuri che queste persone agiscano realmente nel nome del bene della collettività?

Tassa sulle rendite finanziarie al 20%. Che ne pensate?

mercoledì, agosto 22nd, 2007

Per mesi e’ rimasta nel cassetto del Governo dopo essere costata per il solo effetto-annuncio un bel calo alla Borsa italiana e un bell’aumento delle entrate fiscali a Prodi e soci. Adesso torna di moda: la desiderano ardentemente quelli della sinistra radicale, mentre ci vanno con i piedi piombati quelli che masticano di piu’ di finanza ed economia liberale nel Governo. Questi ultimi temono assai le conseguenze sul costo del nostro mega-debito di un innalzamento della tassa sul capital gain per i Titoli di Stato. Voi cosa ne pensate?




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