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Archivio di giugno, 2007

Benvenuto Iphone

sabato, giugno 30th, 2007

Le prime recensioni di chi lo ha comprato sono volate nel Simulmondo attraverso i Blogs e i siti di news in pochi minuti. Sembra unanime o quasi l’entusiasmo, anche se si sottolineano gli inevitabili piccoli disservizi e bugs. Ma io ho concentrato la mia attenzione soprattutto su una cosa: l’interfaccia touch-screen che e’ il cuore di Iphone e il vero motivo per comprarlo ed usarlo. Perche’ Iphone e’ una mia vecchia visione realizzata: il CelluloNet, l’Internet in piedi. A quanto pare l’interfaccia e il browser per andare sul web da mobili funzionano bene, nonostante la linea lenta di At&t che in Europa dovrebbe essere sostituita da quella super Umts. Se le cose stanno davvero cosi’ Iphone e’ l’inizio di una nuova generazione di tools, la realizzazione del sogno di alternare l’Internet seduti del pc con altre posizioni e altre liberta’. E quindi: “Benvenuto Iphone”.

Gli ultimi giorni di Prodi (e l’ultimo del Tfr)

venerdì, giugno 29th, 2007

Oggi e’ l’ultimo giorno utile per evitare il malefico ‘silenzio assenso’ che porterebbe tutti i dipendenti privati dritti dritti nelle mani di scelte automatiche e non volute che non potrebbero piu’ cambiare per tutta la vita. Su Fw, sulla Gazzetta, su Vanity Fair, in Tv e alla Radio, ho ripetuto migliaia di volte che e’ meglio lasciare il Tfr per ora in azienda e poi stare alla finestra a vedere cosa combinano quelli dei fondi assortiti, ma non ho molte speranze che alla fine possa convenire dirottare il Tfr da quelle parti.

 

www.corriere.it
Francesco Giavazzi
Oggi è l’ultimo giorno utile per decidere che fare del proprio Tfr. È una scelta che riguarda tutti i lavoratori dipendenti, con la sola eccezione degli impiegati pubblici. Milioni di lavoratori (l’associazione dei direttori del personale stima fino al 70%) non hanno ancora scelto. Se non lo faranno oggi subiranno le regole del silenzio-assenso che sono fortemente punitive (per informarsi si legga «Non è d’oro il silenzio sul Tfr» sul sito www.lavoce.info). Il Tfr rappresenta il 6,91% della retribuzione annua. A questo va aggiunto un contributo addizionale a carico dell’azienda, circa l’1% dello stipendio al lordo delle imposte (ma dal quale potrebbe essere escluso chi non sceglie oggi).
Mi sarei aspettato che in queste settimane il governo lanciasse una campagna di informazione per spiegare ai lavoratori l’importanza di questa scelta e i rischi del non scegliere. Che approfittasse di questa scadenza per spiegare ai giovani che fra trenta, quarant’anni quando andranno in pensione, l’Inps non esisterà più e la loro vecchiaia dipenderà da quanto avranno risparmiato e da come avranno investito i loro risparmi. Che accettasse la sfida del Governatore della Banca d’Italia e riducesse, anche di poco, i contributi obbligatori, consentendoci di investire direttamente una parte del risparmio che oggi dobbiamo obbligatoriamente affidare all’Inps. Che avesse il coraggio di mettere in discussione alcune delle scelte di previdenza integrativa del precedente governo.
Perché ad un lavoratore non deve essere consentito di riscattare il 100% del capitale maturato al momento del pensionamento e farne ciò che vuole? Perché se un lavoratore decide di investire il suo Tfr in un fondo non previsto dagli accordi sindacali perde il diritto al contributo addizionale a carico dell’azienda? Perché se è scontento dei rendimenti offerti dal suo fondo di categoria deve aspettare due anni prima di poter trasferire i propri risparmi altrove? Forse perché la gran parte dei fondi negoziali sono co-gestiti dai sindacati? Al tavolo intorno al quale nei giorni scorsi si è discusso di riforme delle pensioni si è svolto un balletto vecchio di almeno vent’anni.
Come sempre, il governo ha invitato solo i sindacati. Ma che cosa sperava di ottenere dalla trattativa con una controparte i cui iscritti sono perlopiù lavoratori già in pensione o prossimi alla pensione? Un governo lungimirante avrebbe invitato a quel tavolo rappresentanze di giovani. L’altro ieri Walter Veltroni ha citato Vittorio Foa: «La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi; la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati». Forse la sinistra che sogna Veltroni, certo non quella rappresentata in questo governo.
Prodi ha già deciso di accettare la richiesta dei sindacati: la legge Maroni verrà cancellata e dal prossimo anno si potrà continuare ad andare in pensione prima dei 60 anni. «Non si può mica rischiare uno sciopero generale!» (si osservi: contro una legge già in vigore, non contro una proposta previdenziale thatcheriana). La realtà è che quello sciopero avrebbe la stessa legittimazione dei blocchi stradali attuati dai tassisti contro il decreto Bersani: basterebbe avere il coraggio di spiegare ai cittadini quali privilegi si vogliono proteggere con quello sciopero.
Nel Dpef il ministro dell’Economia ha scritto che qualsiasi sarà l’accordo non dovrà pesare sui conti pubblici dei prossimi due-tre anni: dovrà essere compensato da altre modifiche nelle regole previdenziali. Non si rende conto che non si tratta di una questione solo contabile, che silenzi e reticenze sul Tfr e il passo indietro sull’età di pensione continuano a dare ai cittadini la sensazione di una politica che non sa dare prospettive.

 

 

 

Il mio commento sulla Gazzetta: l’usura e il prestito

giovedì, giugno 28th, 2007

Oggi hanno arrestato dieci usurai. Ieri Repubblica e i suoi giornalisti si sono finti a caccia di soldi ed hanno incontrato uno strozzino all’opera. I tassi sono altissimi: anche il 1000% all’anno. Ma c’e' il progetto di alzare fino a 100.000 euro il livello del credito al consumo. Voi cosa ne pensate? 

 

 

Credito al consumo ed usura
Francesco Carla’
www.finanzaworld.it

Ieri hanno arrestato a Roma una banda di
usurai: pretendeva interessi fino al
1000% all’anno dai suoi malcapitati creditori.

Ma perche’ si finisce nelle mani degli strozzini?

Una risposta e’ in un’altra notizia di questi giorni,
passata piu’ o meno sotto silenzio e scambiata per
un fatto tecnico delle banche: potrebbe salire da 31.000
a 100.000 euro il tetto sotto il quale potranno essere
concessi prestiti sotto forma di “credito al consumo”,
cioé con meno formalità e senza ipoteche.

Praticamente diventa piu’ facile indebitarsi
fino a 100.000 euro, anche senza troppe garanzie.

La novità potrebbe arrivare presto insieme alle norme
che il ministero dell’Economia sta studiando per modificare
la disciplina di questo genere di prestiti.

Saranno però più attenti i criteri di valutazione
per la concessione del prestito, per evitare che le
famiglie esagerino con i debiti. Il progetto e’ del
vice-ministro per l’Economia Roberto Pinza, ed è ora all’
esame di un gruppo di esperti, composto dalle diverse categorie.

Visto che il fenomeno dell’usura dilaga, speriamo facciano presto.

Quello che serve e’ una maggiore tutela per il consumatore.
Per esempio il famigerato Taeg, il tasso di interesse
che include anche le altre spese, deve diventare “trasparente”
e dovrà essere spiegato bene.
 
Sarà poi prevista la possibilità che il cittadino possa
ripensarci e recedere dal contratto entro due settimane.

Un’associazione di consumatori, l’Adusbef, ha reagito
negativamente a questa notizia. Secondo loro questa
riforma serve solo alle banche perche’ cosi’ possono
indebitare ancora di piu’ le famiglie che gia’ non ce la
fanno. Non sono per niente d’accordo.

Rendere meno difficile l’accesso al credito, ma allo
stesso tempo aumentare l’informazione e la tutela del
consumatore di prestiti e servizi finanziari al consumo,
e’ un modo molto concreto per evitare che le persone
finiscano nella rete degli usurai, come purtroppo succede
sempre piu’ spesso anche in Italia.

L’Italia non puo’ spendere come vuole

mercoledì, giugno 27th, 2007

Destra o sinistra la musica non cambia. Tutte le volte che crescono i ricavi, di qualunque genere, la politica italiana spende piu’ di quello che incassa. Cosi’ il debito pubblico non cala mai. Ma all’Europa, anzi all’Euro, la cosa non sta bene per nulla. Perche’ il nostro originale Paese e’ una delle colonne economiche e finanziarie della moneta unica e se non la smette di comportarsi da cicala le alternative sono solo due, una peggiore dell’altra: o ci sbattono fuori dalla moneta europea e possiamo portare subito i libri in tribunale perche’ il nostro debito esploderebbe per via del rialzo degli interessi che dovremmo pagare; oppure restiamo dentro, ma mettiamo in crisi l’euro e gli altri non ce la perdonerebbero facilmente. Ecco perche’ Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo, e’ stato incaricato di spiegarci con parole assai chiare che non possiamo fare riforme senza soldi e spendere come se fossimo un Paese virtuoso e senza debiti. Non lo siamo per nulla.

 

 

www.corriere.it

«L’Italia deve ricordarsi che è responsabile nei confronti di tutti i Paesi dell’euro e non è libera di distribuire i frutti della crescita come vuole lei». Il monito arriva da Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo e presidente dell’Eurogruppo, intervenuto a proposito del dibattito in corso in questi giorni in Italia sul Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) nel corso di un’audizione alla commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo.

APPELLO – «Lancio un appello all’Italia perché sia responsabile. Se l’Italia non riuscirà a ridurre in maniera sostanziale il proprio debito e non risanerà i suoi conti al più tardi nel 2010, ci saranno seri problemi anche per l’intera area euro», ha avvisato Juncker. «Per questo mi appello alla solidarietà dell’ Italia, che dall’introduzione dell’euro ha tratto molti vantaggi, non fosse altro che per la riduzione dei tassi d’interesse». Juncker riconosce l’esistenza di «rischi sociali che potrebbero sorgere, ma l’Italia deve ricordare che quasi tutti gli altri Paesi hanno riportato in buono stato le loro finanze pubbliche. Per questo l’Italia deve fare di tutto per rimediare e correggere questa situazione. Il dibattito in corso in Italia non esisterebbe se non avesse un enorme debito pubblico e se non fosse ancora così lontana dall’obiettivo di medio termine».

Il potere del Corriere

martedì, giugno 26th, 2007

Vi racconto una storia istruttiva che vi spiega perche’ e’ difficile investire in certe societa’ quotate in Italia. Ricordate tutti la vicenda dei Furbetti del quartierino di due estati fa e non sto a ripeterla. Uno dei capitoli fondamentali di quella storia fu l’attacco di Ricucci al Corriere della Sera, cioe’ ad RCS. Ricucci falli’ per colpe sue e per intervento dei magistrati e della stampa, guidata dallo stesso Corriere minacciato di scalata. L’Opa non fu mai lanciata e non se ne fece nulla. Ricucci fini’ in galera per qualche mese e racconto un sacco di cose che stiamo leggendo in questi giorni nei verbali pubblicati finalmente. Morale anzi morali: 1 non si scalano societa’ come RCS perche’ reagiscono con tutto il loro potere e non con i tradizionali sistemi di mercato che si vedono in questi casi, per esempio, a Wall Street. 2 in Italia non ci sono capitali veri e per questo nessuno osa davvero scalare societa’ come la RCS. Quindi gli azionisti piccoli e medi non sapranno mai quanto valgono davvero le loro azioni in questo genere di societa’.

 

www.italiaoggi.it
Franco Bechis
Dal diluvio di intercettazioni e i mozziconi di interrogatori pubblicati in questi giorni sulle scalate bancarie e finanziarie del 2005, emerge una semplice verità. Che nemmeno mettendo insieme un’armata che comprendeva Francesco Gaetano Caltagirone, Giampiero Fiorani, gli immobiliaristi alla Stefano Ricucci, imprenditori-politici come Vito Bonsignore, le Coop e l’Unipol, Silvio Berlusconi premier, Gianni Letta gran ciambellano, Angelo Rovati consigliere di Romano Prodi, Massimo D’Alema, Francesco Cossiga, Piero Fassino, è stato possibile sconfiggere il Corriere della Sera di Paolo Mieli. Perché al di là della polemica politica di queste ore, quei verbali sono la testimonianza di una disfatta.

Certo, i potenti della politica hanno fatto un tifo da stadio. Fa impressione oggi leggere le telefonate di allora, intuire un appoggio bipartisan agli scalatori, leggere addirittura un colloquio fra il segretario Ds Fassino e il manager di Unipol Consorte in cui si minacciano successivi regolamenti di conto con esponenti della Confindustria. Fa impressione perché quella era euforia da generale Custer, alla vigilia di una disfatta che ha lasciato solo morti e feriti in giro.

Se con diversi motivi e sfumature guardavano con simpatia quegli scalatori e talvolta sventolavano striscioni da vero tifoso niente meno che il capo del governo e quello dell’opposizione politica e non era contrario il governatore della Banca d’Italia, quello che stupisce è proprio una sconfitta di proporzioni inaudite. Solo sfiorando per qualche settimana il Corriere si sono bruciati tutti i polpastrelli.

Le fallite scalate del 2005 grazie ai particolari emersi in queste settimane sono la vera cartina al tornasole della debolezza della classe politico e istituzionale. Mieli, che quell’armata potente solo sulla carta ha sbaragliato, lo sapeva da tempo. Per questo gli è sembrato di vivere momenti simili alla caduta della Prima repubblica nel 1992. Intendiamoci, Mieli è un ottimo giornalista e conosce il potere molto da vicino. Quel Corriere che ha sconfitto mezza Italia, quella che al momento sembrava contare, rappresenta ben altro che un sia pure abile giornalista.

Ma è quel sistema, dotato di spalle robuste, su cui poggiano alcune delle prime banche e imprese del paese, che con Mieli è diventato l’unico vero potere forte in Italia. Più della magistratura. Più delle istituzioni. E naturalmente più della politica. Tanto da guidarne ancora i passi, talvolta togliendo di torno chi non piace, altre volte preparando la strada a nuove epoche. Come riuscì a spegnere la prima avventura politica di Berlusconi, così ancora oggi il Corriere licenzia capi del governo e impalma nuovi leader. Ha dato l’abbraccio a Prodi liberandolo sull’orlo del precipizio non appena è stato necessario. Ha sposato il Partito democratico, disegnando giorno dopo giorno la figura dell’unico leader gradito: Walter Veltroni…

 

Come saranno gli earnings?

lunedì, giugno 25th, 2007

Fra poco arriveremo alla fine di giugno e quindi di nuovo in zona earnings, cioe’ vicini agli importanti bilanci trimestrali di Wall Street e delle Borse globali, italiana inclusa. Saranno, come al solito, interessanti non solo per quello che ci diranno sul trimestre appena concluso. Ma anche e soprattutto sul trimestre estivo e su quello finale del 2007. Secondo voi cosa ci diranno? E secondo i Fwiani abbonati premium di IBII, IBCC ed Investitore Intelligente ETF & Global, cosa ci diranno sulle societa’ dei nostri portafogli e sulla salute dei nostri business?

Un’italiana a Londra

domenica, giugno 24th, 2007

Ho mutuato il titolo dai vecchi film con Alberto Sordi per sottolineare che di acquisizione si tratta e forse anche di colonizzazione, tanta e’ la differenza di valore tra Borsa italiana e London stock exchange, cioe’ la Borsa di Londra.

 

Con questo pero’ non vorrei sottovalutare l’importanza per noi investitori di questo accordo. Londra e’ la piu’ dinamica delle Borse europee oltre che la piu’ importante e questo potrebbe dare chances anche alle nostre PMI che da anni giudico maltrattatissime dal mercato finanziario italiano.

 

Insomma sono molto contento di questo accordo e di questa scelta e spero di vederne presto i risultati. In fondo e’ una battaglia storica di Fw per la sprovincializzazione della Borsa italiana che va finalmente in porto.

 

www.lastampa.it
Armando Zeni
E alla fine l’ex piccola Cenerentola Piazza Affari andrà in sposa al mercato più grande, più ricco, più liquido, il London Stock Exchange, dando vita a un colosso da 5,6 miliardi di capitalizzazione. Due giorni di riunioni, ieri l’accordo: all’unanimità gli uomini di Borsa Italiana hanno accettato l’offerta amichevole d’Oltremanica. L’offerta che valorizza 1,63 miliardi di euro Piazza Affari, che dieci anni fa era stata privatizzata dal Tesoro con un’asta che rese 20 milioni di euro allo Stato. Tutti d’accordo, tutti soddisfatti: banchieri, politici, uomini di finanza, pronti a sottolineare il «passo importante», la «fine dell’isolamento», concetto molto caro al governatore di Bankitalia Mario Draghi, e l’approdo in un’alleanza che chiude l’incertezza degli ultimi anni in Piazza Affari che aveva detto no a un accordo con Euronext, l’unione delle Borse di Parigi, Bruxelles, Amsterdam e Lisbona, che si è recentemente alleata a New York, e visto fallire il progetto di Borsa federale che avrebbe dovuto mettere insieme Milano a Deutsche Borse e a Euronext. C’è chi sottolinea che la grande distanza (in termini di mercato e capitalizzazione) tra le due Borse rischia di far apparire l’alleanza una colonizzazione, ma c’è chi replica che l’accordo non potrà che far molto bene (come immagine ma anche nelle dinamiche che porteranno regole e costi ad allinearsi a quelli più semplici e meno cari di Londra) a Piazza Affari.

Avanti con la City, dunque. In tempi brevi. Entro fine luglio, quanto serve cioè per procedere all’assemblea di Lse holding, che dovrà varare l’aumento di capitale per l’acquisizione, e all’assemblea di Borsa Italiana che dovrà adeguare lo statuto azzerando il tetto massimo del 10% al diritto di voto. Poi partirà la fase più delicata e complessa, che dovrà assicurare l’integrazione (curata da un team presieduto da Massimo Capuano, ad di Borsa Italiana) tenendo conto non solo di importanti sinergie che si realizzeranno tra Londra e Milano (se la City è il primo mercato in Europa per liquidità e per capitalizzazione, Milano potrà offrire la consistenza dell’obbligazionario Mts e sopperire alla perdita del Liffe, il maggior mercato dei derivati scippato al London Stock Exchange da Euronext, portando in dote l’Idem) ma anche dei prevedibili ostacoli dovuti a norme e regole diverse tra loro. Una sfida, insomma. E pazienza se, tra le ragioni che hanno portato Londra a stringere con Piazza Affari, c’è quella molto terra a terra di aumentare il valore e rendere più oneroso, se non impossibile, un take over sulla Borsa londinese. A cominciare dagli americani del Nasdaq che, dopo aver tentato di prendere Lse, vedranno diluirsi – con la fusione – il loro 30% a non più del 22%.

Ieri si è anche avuta conferma del tentativo in extremis da parte di Euronext di stoppare sul filo di lana l’offerta londinese con una lettera che ribadisce la disponibilità a riaprire la trattativa fallita un anno fa. Tecnicamente, la holding unica sotto la quale opereranno le due distinte realtà di mercato (Borsa Italiana e London Stock Exchange che conserveranno nomi e marchi) sarà la Lse holding quotata a Londra – cambierà nome per marcare il carattere di capogruppo comune – nella quale i soci italiani peseranno per il 30% circa mentre gli attuali soci Lse avranno il 70%. Per arrivare a questo equilibrio l’offerta, carta contro carta, prevede un concambio di 4,9 azioni ordinarie Lse ogni azione Banca Italiana. Il nuovo consiglio sarà composto da 12 membri, 7 della maggioranza inglese e 5 dei soci italiani. Presidente sarà il numero uno di Lse Gibson-Smith, vicepresidente il numero uno di Borsa Italiana Angelo Tantazzi, amministratore delegato Clara Furse e vice Massimo Capuano.




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