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Archivio di aprile, 2007

Capitalismo Spaghetti

lunedì, aprile 30th, 2007

Tutto troppo giusto in questo commento che segue. Peccato che Statera
dimentichi di dire che il suo editore di Repubblica, e’ stato uno
degli inventori e teorizzatori delle ‘scatole cinesi’ che adesso tutti, Statera
per primo, deprecano.

Il capitalismo-spaghetti e’ ridicolo e assurdo, soprattutto in epoca
di Simulmondo, e l’Italia sta pagando un carissimo prezzo a questo
capitalismo senza regole e senza capitali.

Per questo da decenni preferisco investire a Wall Street o
in small caps italiane che vendono in tutto il mondo e se ne
fregano se comanda Prodi o Berlusconi.

Grazie a questo sistema politico-economico, i nostri
governanti sono contemporaneamente i meno legittimati
dai cittadini e dalla democrazia elettorale, e i piu’ potenti
e interventisti nell’economia del Paese.

Da qui nasce una situazione potenzialmente esplosiva
per la nostra democrazia, specie in epoca di libera e
circolante informazione interattiva e finanziaria.

Deve cambiare molto e fortunatamente ci sono
molte persone intelligenti che ci stanno lavorando,
anche nei media, nella politica e nell’economia.

E’ importante sostenerli.
www.repubblica.it
Alberto Statera

“Il mercato? Che si fotta: gli italiani li devono intercettare gli italiani”. Sic transit gloria mundi, con una vignetta di Tullio Altan che in dodici parole, più efficaci di qualunque editoriale, seppellisce per sempre l´epopea dei capitani coraggiosi della razza padana, che nel 1999 imbastirono la madre di tutte le privatizzazioni, e, con loro, l´homo novus del capitalismo italiano che nel lustro successivo, dal 2001, tentò di riportare l´operazione Telecom nell´alveo dei poteri forti – soprattutto sé stesso – sognando di farsi il Gianni Agnelli del ventunesimo secolo. Per la verità fu il Financial Times nel 2001 ad attribuire a Marco Tronchetti Provera l´eredità morale dell´Avvocato.

E fu seguito con entusiasmo da buona parte della spesso compiacente pubblicistica nostrana, con qualche distaccato fastidio – si racconta – dello stesso Agnelli.
Del resto, le stimmate, almeno quelle estetiche, l´uomo le ha tutte: bello, corrucciato, brizzolato, elegante – anzi l´italiano più elegante del mondo, sentenziò il Washington Post -, classe 1948, tre buoni matrimoni: con Letizia Rittatore Wonwiller, autrice di Come sposare un miliardario, Cecilia Pirelli, figlia di Leopoldo, e Afef Jnifen, l´attuale, modella tunisina ed ex moglie dell´avvocato d´affari romano Marco Squatriti, soprannominato Squatriarcos per gli stili di vita sardanapaleschi.

Nell´iconizzazione indefessa del “nuovo Agnelli” abbiamo saputo in questi anni che egli ha trascorso al vertice del colosso delle telecomunicazioni, che scia da dio, veleggia come Paul Cayard, veste Caraceni, porta scarpe su misura, se non per il tempo libero quando usa Tod´s e Prada, indossa camicie Loro Piana, orologio Audemars Piguet Royal Oak, cravatte Marinella. Il barbiere Colla garantisce che il suo “brizzolio” non ingiallisca. Nessuno ha mai rivelato da quali letture sia stata completata la cultura conferitagli dalla laurea alla Bocconi, ma tutti si sono fidati del giudizio di quel grande gentiluomo dell´ex suocero, che lo investì in Pirelli in un momento di crisi, dopo lo sfortunato assalto alla Continental, con le parole: «Marco sarà più di un capo». Enrico Cuccia ci credette e i risultati in Pirelli si videro.

Nel 2001, dopo il fallimento del “nocciolino” di Carlo Azeglio Ciampi inventato per collocare il lascito più importante dello Stato imprenditore e la successiva scalata e fuga col malloppo della razza padana, il decollo del grande disegno tronchettiano di fare di Telecom privata il crocevia di potere del nuovo capitalismo, quello che per mezzo secolo era stata la Fiat prima di Vittorio Valletta, poi di Gianni Agnelli.

Passati sei anni, Altan nella sua vignetta riassume in dodici folgoranti parole la crisi d´immagine di Telecom in seguito allo scandalo delle intercettazioni telefoniche, la crisi endemica dell´intero capitalismo italiano e della spesso dissennata politica industriale, il tutto condito dalla retorica dell´italianità. Del resto, sapete chi aveva previsto come sarebbe andata a finire? Chicco Gnutti e Stefano Ricucci, i capifila dei furbetti del quartierino, che appena due anni fa erano tutti schierati a scalare il cielo di questo tisico capitalismo autoreferenziale, quando non delinquenziale, fatto di partecipazioni a cascata, di scatole cinesi, di improbabili matrioske che partoriscono creature tarate.

Era l´estate del 2005, quando in un´intervista a questo giornale, Tronchetti, sempre misurato, quasi una sfinge – definizione che fece dire alla moglie «se lui è una sfinge io sono la sua piramide» – ci dichiarò che lui preferiva i «salotti sani» ai «salotti buoni». Il giorno dopo Ricucci, intercettato, parla al telefono con Chicco Gnutti: «…ma tu l´hai letta l´intervista di quel deficiente di Tronchetti Provera su La Repubblica di stamattina?» Gnutti: «No». Ricucci: «E leggitela va! Che parla de me e de te…. C´è tutta l´intervista del dottor Tronchetti Provera, che loro sono il salotto sano…». Gnutti: «Ah, ah». Ricucci: «…c´ha quarantacinque miliardi d´euro di debiti …il salotto sano lui c´ha!». «E sì, ma viene, viene…a miti consigli anche lui eh?» Ricucci: «E quando però?» Gnutti: «Eh, l´anno prossimo».

Come si fa a fare il crocevia del nuovo capitalismo con 45 miliardi di debiti e una partecipazione troppo fragile? Archimede diceva: datemi un punto d´appoggio e vi solleverò il mondo. Tronchetti- Archimede, caso forse unico al mondo, ci è quasi riuscito, perché con 340 milioni di euro ha ottenuto il controllo di Telecom, di conseguenza le mani in Capitalia, Mediobanca e Corriere della Sera, con un capitale investito di una settantina di miliardi, mentre gli azionisti di minoranza hanno sborsato 21 miliardi e le banche hanno concesso crediti per 45 miliardi.

Una leva finanziaria straordinaria resa possibile dalle partecipazioni a cascata e riversando il costo della scalata stessa sulla società acquisita, con l´esplosione dell´indebitamento. Se un imprenditore controlla la società con una quota piccola di capitale non c´è il rischio – come sostiene Lucian A. Bebchuk, professore della Harvard Law School – che trovi vantaggioso farsi gli affari propri, spolpare l´azienda avendone il profitto e scaricare gli oneri sugli altri soci? Per carità, non si può maramaldeggiare su Tronchetti e sul suo sogno infranto.

E´ il sistema italiano delle piramidi societarie – non la piramide incarnata dalla signora Afef – che consente il controllo da parte di un imprenditore che comanda tanto rischiando poco. Un sistema che ha favorito il formarsi di una classe dirigente mediocre, inadeguata a gestire le sfide del mercato e molto portata a favorire più gli interessi personali che quelli generali, come dimostra una ricerca del sociologo Carlo Carboni (Elite e classi dirigenti in Italia) in uscita per Laterza. Anche Tronchetti è stato sospettato e censurato duramente dall´economista Alessandro Penati per la famosa stock option formato gigante su Otusa, che portò nella sue tasche in un colpo solo 219 milioni di dollari, 146 in quelle di Giuseppe Morchio e 91,2 in quelle di Carlo Buora.

E anche per il suo “terzismo”. Nel 2001 Berlusconi è approdato a Palazzo Chigi e Tronchetti, appena entrato alla Telecom, dimostra la sua volontà di collaborazione: compra le disastrose Pagine Bianche e, con la Pirelli Real Estate, la berlusconiana Edilnord per 211 milioni di euro, un prezzo giudicato troppo alto. E subito dopo evira “La 7″ disinnescando la mina del Terzo Polo, progettato da Lorenzo Pellicioli e da Roberto Colaninno, che teneva alquanto in ansia Fedele Confalonieri.

L´aspirante homo novus del capitalismo italiano, il Gianni Agnelli del terzo millennio non è un furbo luciferino, lui si descrive come un tranquillo uomo di minoranza, ma non certo “il genero”, come lo chiamavano quando era coniugato Pirelli. In questi anni, nonostante gli errori commessi, al fianco della “piramide” Afef è diventato quasi un´icona nazionalpopolare, ma non riuscendo mai a colmare neanche lontanamente il vallo che lo separa dalla naturale autorevolezza che ammantava l´Avvocato.

Non un Lucifero, né uno stupido, nonostante la teoria di Robert Musil che divide in due la stupidità: una onesta e schietta, dovuta all´intelletto debole, l´altra, paradossalmente segno d´intelligenza, somigliante al «progresso, al talento, alla speranza e al miglioramento». Tanti anni dopo la testa pensante di Vito Gamberale, che inventò il business dei telefonini, oggi sapete che occorre? Non geni. Non stupidi. Serve un Marchionne dei telefoni.

La Casta e i suoi costi

lunedì, aprile 30th, 2007

I costi della politica italiana sono sempre piu’ insopportabili e scandalosi.
E ogni giorno viene fuori un nuovo capitolo di questa, oltretutto poco o
nulla pubblica, fiera dello spreco e dell’aggressione alle risorse dello Stato.

Ma davvero questa Casta si considera cosi’ intoccabile e impunibile, cosi’
Diversa e inarrivabile rispetto agli altri italiani che la mantengono?

La comunicazione rende il re sempre piu’ nudo. E volgare.
www.corriere.it
Sergio Rizzo e G.A. Stella

Giorgio Napolitano non ha mai messo i cappellini della regina Elisabetta. Dio lo benedica. Non ha un marito gaffeur come il principe Filippo che a una donna cieca col cane guida che vedeva per lei disse: «Lo sa cara che ci sono cani che mangiano per le anoressiche?». E Dio lo benedica. Preferisce i babà del caffè Gambrinus alle cakes di patate, frutta secca e pancetta affumicata. E Dio lo benedica. Sulla trasparenza, però, Dio salvi la regina. La quale ha messo on line tutti i suoi conti: tutti. Precisando quanto spende per questo e quanto spende per quello fin nei dettagli. Fino all’ultimo centesimo.

Da noi no: segreto. Il bilancio del Quirinale è vietato ai cittadini. (…) O meglio, alcuni dati generici il Colle li ha dati. Per la prima volta, come se volesse farsi britannicamente carico dei nomignoli di «Sir George» e di «Lord Carrington» che si trascina da una vita, il presidente ha deciso, nel gennaio del 2007, di render note le «fondamentali scelte contenute nel bilancio interno». (…) La fitta coltre di nebbia sui costi della Presidenza, però, è stata appena scalfita. (…) Tutto pubblico, in Gran Bretagna. Su Internet: www.royal.gov.uk/output/page3954.asp. Con 33 pagine ricche di dettagli sulle tabelle entrate-uscite dedicate alla prima voce, 54 alle residenze, 33 ai viaggi.

Sei un cittadino? Hai diritto di sapere che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all’anno prima. Che la regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro. Che nelle cantine reali sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in 608.000 euro. Che le uniformi del personale sono costate 152.000 euro e «catering e ospitalità» 1.520.000. Che sul volo di Stato numero tale, il giorno tale, in viaggio da qui a lì c’erano i passeggeri Tizio, Caio e Sempronio.

La convinzione democratica che chi sta ai vertici del potere abbia il dovere (non la facoltà: il dovere) di rendere conto del pubblico denaro è talmente radicata che una tabellina indica, con nome e cognome, lo stipendio dei massimi dirigenti. Sappiamo quindi che la busta paga di Lord Chamberlain (Richard Luce fino all’11 ottobre del 2006, poi William Peel) è stata di 97.000 euro, quella del segretario particolare della regina Robin Janvrin di 253.000, quella del responsabile del Portafoglio privato Alain Reid di 276.000, quella del Maestro di Casa David Walker 191.000 euro. E da noi? Boh… (…)

Certo è che i costi, stando all’unica fonte a disposizione (la comunicazione annuale con cui il Quirinale informa il governo di aver bisogno di «tot soldi» senza spiegare nulla su come vengano spesi) hanno continuato inesorabilmente a lievitare senza che mai sia stato segnalato un taglio e senza che mai sia stata fornita una risposta alle richieste di aggiornamento dei dati conosciuti e mai smentiti. Ci sono ancora 71 alloggi a disposizione dei massimi dirigenti e dei collaboratori più stretti? I cavalli della ex Guardia del re sono ancora 60? (…)

Dall’altra parte, in Inghilterra, la regina ha deciso di fornire ai cittadini non solo tutti i particolari del bilancio ma di far certificare questo bilancio dalla Kpmg. (…) Altra cultura. Un giorno di qualche anno fa, per dire, il governo inglese si accorse che la Civil List aveva calcolato un’inflazione (7,5%) più alta di quella poi effettivamente registrata, col risultato che la famiglia reale aveva ricevuto 45 milioni di euro in più. Bene: Tony Blair e il cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, come riportarono tutti i giornali, decisero il congelamento dell’appannaggio per andare al recupero dei soldi.

Invitata a «dimagrire», Elisabetta II ha preso l’impegno molto sul serio. Taglia di qua e taglia di là, per fare un solo esempio, a Buckingham Palace ci sono oggi 6 centralinisti a tempo pieno. La metà di quelli assunti dalla Asl di Frosinone nella tornata del dicembre del 2002. (…) Gli operai (falegnami, tappezzieri, orologiai…) impegnati nelle manutenzioni di Buckingham Palace sono in tutto 15, compreso il supervisore. Va da sé che la situazione finanziaria è letteralmente rifiorita. (…) Nel 1991-1992 la spesa pubblica per la Corona era di 132 milioni di euro, oggi è sotto i 57 milioni. Un taglio radicale.

E il Quirinale? Negli ultimi anni, una sola voce è rimasta uguale: la busta paga del capo dello Stato. Che a partire da Enrico De Nicola, che non toccava gli 11 milioni di lire l’anno di indennità, è ancora praticamente la stessa. (…) Intorno a lui, però, il Palazzo si è gonfiato e gonfiato e gonfiato negli anni senza che neppure Ciampi, che del risanamento dei conti pubblici e della sobrietà aveva fatto una ragione di vita riuscisse a fare argine.

Eppure il nostro amatissimo Carlo Azeglio, già nel febbraio del 2001, aveva sotto gli occhi una fotografia nitida della situazione. Il rapporto del comitato che lui stesso aveva voluto subito dopo l’insediamento e guidato da Sabino Cassese. Le 49 pagine, allegati compresi, non furono mai rese note. E si capisce: le conclusioni, fra le righe, non erano lusinghiere.

Nonostante i paragoni non fossero fatti con la monarchia inglese ma con la presidenza francese e quella tedesca. Al 31 agosto del 2000 il personale in servizio da noi era composto da 931 dipendenti diretti più 928 altrui avuti per «distacco», per un totale di 1.859 addetti. Tra i quali i soliti 274 corazzieri, 254 carabinieri (di cui 109 in servizio a Castelporziano!), 213 poliziotti, 77 finanzieri (64 della Tenenza di Torvajanica, che è davanti alla tenuta presidenziale sul mare sotto Ostia, e 14 della Legione Capo Posillipo), 21 vigili urbani e 16 guardie forestali, ancora a Castelporziano.

Numeri sbalorditivi. Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29 giardinieri (…) e 46 addetti a varie mansioni. Quanto ai famosi 15 craftsmen di Elisabetta II, artigiani vari impegnati nella manutenzione dei palazzi reali, al Quirinale erano allora 59 tra i quali 6 restauratrici al laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori. (…) Nel rapporto si sottolineava che la presidenza tedesca, dai compiti istituzionali simili, aveva dimensioni molto più contenute: 50 addetti alle tre direzioni organizzative, 100 ai servizi logistici e di supporto e 10 agli uffici degli ex presidenti. Totale: 160. Cioè 29 in meno dei soli addetti alla sicurezza di Castelporziano.

Quanto all’Eliseo, il confronto era almeno altrettanto imbarazzante: nonostante il presidente francese abbia poteri infinitamente superiori a quello italiano, aveva allora (compresi 388 militari) 923 dipendenti. La metà del Quirinale. E infatti costava pure quasi la metà: 86 milioni e mezzo di euro in valuta attuale, contro 152 e mezzo. Per non dire del confronto, umiliante, con la presidenza tedesca che sulle casse pubbliche pesava per 18 milioni e mezzo di euro: un ottavo della nostra. (…) Eppure, dopo quella denuncia interna sull’elefantiasi della struttura, non solo sono aumentati perfino i corazzieri ma il personale di ruolo è salito (…) a 1.072 persone.

E ancora più marcato è stato l’aumento sul versante del «personale militare e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza del presidente e dei compendi»: poliziotti, carabinieri e uomini di scorta vari sono 1.086. Cioè 382 in più rispetto a dieci anni fa. Con un balzo del 54%. Fatte le somme: nelle tre sedi rimaste in dotazione alla presidenza dopo la cessione alla Regione Toscana della tenuta di San Rossore, e cioè il Colle, Castelporziano e Villa Rosebery a Napoli, lavorano oggi 2.158 persone. Il doppio, come abbiamo visto, di quelle impiegate dalla corte inglese o dall’Eliseo. (…) Col risultato che il solo personale costa oltre 160 milioni di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga pro capite di oltre 74.000 euro. Il doppio dello stipendio di uno statale medio. E il doppio di un dipendente della regina.

I numeri più ustionanti, tuttavia, sono quelli assoluti. La «macchina» del Quirinale costava nel 1997 «solo» 117 milioni di euro. Dieci anni dopo ne costa 224 (più altri 11 milioni che arrivano al Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le ritenute previdenziali»). Un’impennata del 91%. Si dirà: c’è stata l’inflazione. Giusto. Fatta la tara, però, l’aumento netto resta del 61%.

Per non dire del paragone con vent’anni fa. Sapete quanto costava la presidenza della Repubblica nel 1986? In valuta attuale meno di 73 milioni e mezzo di euro. Il che significa che in vent’anni la spesa reale, depurata dall’inflazione, è triplicata. Mentre lassù in Gran Bretagna veniva più che dimezzata. Col risultato che oggi Buckingham Palace costa un quarto del Quirinale.

Che settimana sara’?

lunedì, aprile 30th, 2007

Sono appena cominciati altri sette giorni della nostra vita finanziaria.

 

Sara’ un’altra settimana con una festivita’ nel mezzo, gia’ domani, e con una serie di questioni ancora aperte, dopo che invece sono state chiuse, si fa per dire, le vicende legate a Telecom Italia.

 

Domani e’ anche il primo giorno di maggio.

E voi cosa vi aspettate da questa settimana? Avete gia’ cominciato ad investire per la vostra vita presente e futura? Se si’ quando, come e perche’? Se no, cosa vi trattiene ancora e come mai?

Telecom: Telefonica e gli italiani

venerdì, aprile 27th, 2007

A quanto pare la telenovela di Telecom Italia sta per chiudersi, almeno provvisoriamente.

 

Telefonica, Mediobanca, Intesa, Generali e Benetton dovrebbero controllare Olimpia dopo aver comprato le azioni di Tronchetti Provera a 2,80 euro al pezzo.

 

Volete le mie riflessioni mentre io aspetto le vostre?

 

Hanno vinto Prodi e Berlusconi, che probabilmente entrera’ nel pool in un secondo tempo con apposito aumento di capitale insieme a Colaninno che e’ gia’ del ramo, ha vinto l’asse con Zapatero che ha avuto gia’ una prova generale nell’operazione Enel per Endesa, Tronchetti ha salvato il grosso ed esce senza altri danni da una vicenda che poteva costargli davvero tanto, ha perso il partito degli americani, ma anche quello degli estremisti alla Grillo e anche un po’ alla Di Pietro che volevano lo scontro durissimo con Pirelli e l’emarginazione di Berlusconi. Hanno perso anche i piccoli azionisti che speravano di vendere le proprie azioni al miglior offerente.

 

E c’e’ anche aria di grandi intese politiche dopo queste economiche. Vedremo.

 

 

 

www.adnkronos.it

La trattativa è “in una fase avanzata, mancano solo alcuni dettagli”. Secondo quanto riferiscono all’Adnkronos fonti vicine al dossier, si starebbe per chiudere l’accordo che porterebbe Mediobanca, Intesa, Generali, Benetton e Telefonica a controllare Telecom, attraverso una quota complessiva pari a circa il 25% del capitale. Alla quota del 18% detenuta da Olimpia si sommeranno infatti anche le quote rispettivamente detenute da Mediobanca, 1,54%, e Generali, 4,1%.

Telefonica rileverebbe una quota pari al 40% di Olimpia e ne diventerebbe il primo azionista, con Mediobanca e Generali che entrerebbero apportando anche le quote dirette possedute in Telecom. A Intesa Sanpaolo spetterebbe una partecipazione piu’ piccola. All’interno di quella che sarebbe una sorta di Newco rimarrebbe anche Benetton con una quota quasi dimezzata rispetto all’attuale 20%.

Il disimpegno di Pirelli, che controlla l’80% di Olimpia, avverrebbe ad un prezzo pari a 2,80 euro, frutto della media di quanto metteranno sul piatto da una parte Telefonica e dall’altra i soci bancari. Un successivo aumento di capitale garantirebbe l’ingresso dei soci italiani.

Al momento, nessuna offerta sarebbe stata ancora formalizzata al vertice di Pirelli e il cda della Bicocca, chiamato a dare il via libera all’operazione, non sarebbe stato ancora convocato. Secondo quanto trapela, però, le trattative hanno subito una accelerazione tale da ipotizzarne una chiusura definitiva già nel weekend. In questo momento prosegue infatti freneticamente il lavoro delle banche coinvolte, Intesa e Mediobanca, che stanno limando gli ultimi dettagli con tutti i protagonisti di una partita che sembra ormai vicina al fischio finale.

Telefonica, riferiscono all’ADNKRONOS fonti vicine al dossier, ha vinto la corsa a due con France Telecom, su cui si era ristretta la ricerca del partner industriali e concentrata l’attenzione di Mediobanca e Intesa negli ultimi giorni. Ragioni di opportunità e l’esigenza di stringere i tempi avrebbero consigliato di rinviare l’ingresso di altri soci industriali italiani, Fininvest e Colaninno su tutti, a una seconda fase dell’operazione.

Chiuso per siccita’

venerdì, aprile 27th, 2007

Ci mancherebbe solo questa.

 

In Italia, come si legge bene anche in altro post anzi in altri post, abbiamo gia’ un bel mucchietto di problemi, di veti e controveti, e fra poco ci sara’ la guerra per la Tav, decisamente in pochi sentivano la mancanza della siccita’.

 

E invece pare che potrebbe perfino rendere indispensabile la chiusura, si spera temporanea, delle fabbriche.

 

Di quelle che ci sono rimaste dopo la delocalizzazione massiccia in Asia ed Est Europa…

 

 

 

www.corriere.it
Gabriele Dossena

Chiuso per siccità. Questo lo scenario che si prefigura per le imprese italiane a causa della crisi idrica. Uno scenario quasi imminente: entro l’estate, ormai alle porte. A lanciare l’allarme è il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo: «Ogni estate c’è un problema, ogni estate si corre ai ripari, quando ormai il danno è fatto, con delle toppe che non risolvono il problema di fondo e strutturale».
Da Berlino, in occasione della conferenza con i presidenti delle associazioni industriali degli altri Paesi del G8, Montezemolo non risparmia critiche nei confronti del governo: «È un problema che coinvolge investimenti e denaro, ma non viene mai risolto perché magari i risultati si vedono tra diversi anni, e ci sono sempre le elezioni dietro l’angolo, per cui bisogna sempre pensare al contingente e mai al futuro».
«NESSUNA PROGRAMMAZIONE» — Il numero uno degli industriali punta il dito sull’incapacità di programmare interventi infrastrutturali. E a questo proposito ha pure sottolineato come in Italia «solo il 4% del Pil sia destinato agli investimenti pubblici in infrastrutture, a fronte di una spesa pubblica complessiva che ha raggiunto il livello record del 50,5% del Pil».
«Da tanti, troppi anni non si è in grado di pianificare investimenti in settori basilari a controllo pubblico, come per esempio la rete idrica, con il rischio di dover fermare le fabbriche questa estate – ha poi aggiunto – . C’è un’incapacità patologica di procedere con interventi strutturali che superino il contingente. Tutto ciò accade mentre gli altri governi europei, a cominciare dalla Germania, stanno imboccando con rinnovato vigore e lungimiranza la strada della crescita e delle riforme, investendo in ricerca, infrastrutture, education e diminuendo la tassazione sulle imprese».
VERSO LO STATO D’EMERGENZA — In attesa del prossimo Consiglio dei ministri, che il 4 maggio dovrebbe dichiarare lo stato d’emergenza, la discussione sulla crisi idrica ha scatenato un dibattito a più voci e interventi spesso in conflitto tra loro. Al ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che insiste sulla necessità di adottare provvedimenti analoghi a quelli presi per l’energia, che incentivino l’uso efficiente della risorsa idrica e il suo riuso nei processi industriali e di depurazione, replica il responsabile dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, con la definizione di un piano anticrisi in quattro interventi per assicurare le forniture di energia elettrica: aumento di 1.000 megawatt della potenza interrompibile, dando al tempo stesso la certezza sulla disponibilità effettiva dei 3.100 megawatt già esistenti, con preavviso e in tempo reale, che riguarderà il sistema industriale; la prenotazione di 2.000 megawatt di capacità da fornitori esteri, oltre all’adozione di soluzioni temporanee idonee a garantire il funzionamento delle centrali elettriche che utilizzano le acque del Po anche in presenza di bassi livelli.
IL FANTASMA DEI BLACK OUT — Anche i tecnici di Terna, la società di distribuzione e dispacciamento dell’energia elettrica, hanno messo a punto un piano anti black out, in vista del possibile rischio di fermata o di consistente riduzione della capacità produttiva degli impianti termoelettrici che utilizzano l’acqua del Po e i suoi affluenti, rischio che andrebbe a sommarsi con un prevedibile picco della domanda in concomitanza con la progressiva entrata in funzione degli impianti di condizionamento. A farne le spese, con massicci distacchi di energia, saranno in primis le grandi aziende con consumi molto elevati, per poi arrivare ai distacchi programmati a livello nazionale che potrebbero colpire famiglie e piccole imprese.

“Volevo solo fare la pizza”

giovedì, aprile 26th, 2007

Fa ridere e fa anche piangere. A voi cosa fa?

 

Da “L’espresso”

Che pizza capricciosa
di Marco Travaglio
Corsi insensati, burocrazia da incubo, dipendenti finti malati ma
intoccabili. Tra Kafka e Fantozzi, l’odissea di un ristoratore. In un
libro che batte ogni saggio

In ‘Volevo solo vendere la pizza’ (Garzanti) Luigi Furini, 53 anni,
giornalista di giudiziaria e di economia, racconta la sua esperienza
di piccolo imprenditore e la storia tragicomica del negozio di pizza
al taglio cui per due anni ha dedicato tutto il suo tempo libero. Qui
di seguito pubblichiamo l’introduzione del libro, firmata da Marco
Travaglio.

Questo libro potrebbe intitolarsi, parafrasando Totò, “Poi dice che
uno si butta a destra”. È la storia di un ex giovane maoista, ex
sindacalista della Cgil, che fa il giornalista e a un certo punto
decide di investire un gruzzolo di risparmi mettendo su una micro-
pizzeria da asporto nella sua città, Pavia. E scopre suo malgrado
l’altra faccia dello stato sociale e del sindacato: quella che premia
chi cerca il posto, non il lavoro. E punisce inflessibilmente chi ha
voglia di fare. Gigi Furini, autore e protagonista di queste
avventure fantozziane, le racconta con delicatezza e ironia. Ma alla
fine il suo ritratto del nostro Welfare straccione è folgorante e
impietoso, politicamente scorrettissimo proprio perché molto più
autentico e realistico di qualunque trattato socioeconomico. ‘Volevo
solo vendere la pizza’ è vivamente consigliato ai politici e ai
sindacalisti che vogliano guardarsi allo specchio e uscire dal loro
polveroso Jurassic Park. Ma anche ai politologi che s’interrogano sul
“malessere del Nord”.

Dunque Gigi affitta a Pavia un locale di 30 metri quadri a 1.200 euro
al mese, e si mette al lavoro. S’iscrive alla Camera di commercio,
acquista il forno, i macchinari e gli arredi, rinnova gli impianti
perché siano a norma, si dota di tutto l’armamentario per la
sicurezza, passa ore e ore fra commercialisti, avvocati, consulenti,
Asl, uffici pubblici. Non vede l’ora di sfornare la prima pizza, ma
quell’ora sembra non arrivare mai. Passano i giorni, e il piccolo
imprenditore Gigi si trova risucchiato in un tunnel degli orrori
senza fine, roba da far impallidire i più vieti luoghi comuni sulla
burocrazia all’italiana. Il mondo di Gogol e Kafka è uno scherzo, al
confronto. Obblighi, autorizzazioni, carte, bolli, spese,
certificati, ispezioni, permessi, multe, leggi, regolamenti, cavilli,
manuali, corsi di formazione e soprattutto sigle. Tante sigle,
perlopiù incomprensibili. C’è per esempio il corso Haccp (Hazard
Analysis and Critical Control Points), che ricorda vagamente il
socialismo reale, invece insegna a distinguere le mozzarelle dai
detersivi e a numerare le trappole per topi. Ed è solo il primo di
una lunga serie, perché prim’ancora che Gigi apra il suo negozietto
c’è già qualche decina di persone che vive alle sue spalle. Cioè
campa su una serie di prescrizioni che “se non ottemperi, rischi di
prendere la multa”. Dunque, terrorizzato, ottemperi. Il medico che
deve valutare i rischi per i futuri lavoratori si porta via mille
euro per un sopralluogo di dieci minuti e una relazione prestampata.
E altre migliaia di euro per tenere corsi su corsi, uno più
tragicomico dell’altro. Le lezioni di Rssp (prevenzione e protezione)
svelano agli attoniti studenti come si appoggia una scala al muro,
come si spostano le sedie e soprattutto che cosa s’intende per
“luoghi bagnati”: la normativa considera tali “anche gli spazi aperti
dopo le precipitazioni atmosferiche fino al ritorno dello stato
asciutto”. Al corso antincendio si sconsiglia di “usare materiale
infiammabile per spegnere le fiamme” e si apprende che “il legno
brucia più facilmente quando è secco”; quando è umido, invece, “con
più difficoltà”. Roba forte. Mai come le lezioni di primo soccorso,
che insegnano un sistema tutto speciale per fronteggiare “gli eventi
avversi”. Quale? “Chiamare il 118 da qualunque telefono fisso o
cellulare, senza comporre il prefisso”, avendo cura di “specificare
città, paese o frazione, via e numero civico del luogo della chiama”,
altrimenti l’ambulanza non sa dove andare e non arriva.

La prima pizza non s’è ancora vista, e il piccolo imprenditore Gigi
ha già speso centomila euro. Poi finalmente, superato l’ultimo
scoglio dell’insegna luminosa (altra battaglia campale), la pizzeria
Tango apre i battenti e fa subito ottimi affari. Se non fosse per i
cosiddetti “lavoratori”, si capisce. La prima commessa si ammala dopo
dieci giorni: mai più vista. La sostituta, una studentessa, non vuol
saperne di un contratto per motivi fiscali suoi. Poi c’è la Guardia
di Finanza, che sulle quisquilie non perde un colpo. Un giorno la
commessa regala una fetta di pizza a una bambina: multa di 516 euro
per “mancata emissione del documento fiscale dell’importo di euro 1″.
La scena si ripete quando una cliente fugge lasciando lo scontrino
sul bancone e viene pizzicata senza, all’uscita, dalle occhiutissime
Fiamme gialle. La pizzaiola intanto resta incinta e si mette subito
in malattia per “gravidanza a rischio”. Poi però apre una pizzeria
proprio davanti alla Tango e comincia beffardamente a lavorarci
dall’alba a notte fonda, col suo bel pancione in primo piano. Prende
due stipendi, uno dei quali rubato, ma l’Inps non fa una piega,
l’Ispettorato del lavoro men che meno, il sindacato la protegge. E
Gigi paga. Tenta di licenziarla, ma non c’è verso. Ormai va avanti a
gocce di Gutron, sull’orlo dell’esaurimento nervoso. È a questo punto
che la sua fede comunista comincia a vacillare. I “compagni” della
Cgil lo trattano come un “padrone” e coprono la malata immaginaria
che viola il contratto, fa concorrenza sleale al suo datore di lavoro
e ha pure il coraggio di denunciarlo per averla licenziata. Gigi la
rimpiazza col signor Giovanni, ma gliene andasse bene una: lavora un
mese, per il resto è sempre in malattia, viene pagato per sette mesi,
più tredicesima, quattordicesima, ferie non godute e liquidazione, ma
non gli basta ancora: con l’ausilio dell’ennesimo “patronato dei
lavoratori”, denuncia Gigi per “inadempienze contrattuali”.
Le gocce di Gutron aumentano. La nuova pizzaiola è siciliana: al suo
paese lavorava in una panetteria, ma risultava bracciante agricola,
così il padrone pagava meno contributi. Controlli? In Sicilia,
nemmeno l’ombra. C’è chi, per molto meno, correrebbe a iscriversi
alla Lega Nord. Gigi, che è un buono, si limita a chiudere bottega,
per disperazione. Così l’Italia ha una piccola impresa in meno e
cinque lavoratori disoccupati in più. L’ultimo sfizio del piccolo
imprenditore prima di alzare bandiera bianca è quello di capire: è
stato solo sfigato, o c’è dell’altro? È capitato solo a lui, oppure è
così per tutti? Dall’Inps di Roma rispondono che nel 2003, su venti
milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati dodici
milioni di certificati medici per complessive sessanta milioni di
giornate lavorative perdute. Non era sfiga, è il sistema. Gigi,
anziché buttarsi a destra, è rimasto eroicamente comunista. Ma,
questo sì, è capitato solo a lui.

Google e Microsoft sulla Gazzetta

martedì, aprile 24th, 2007

Ecco un altro commento del sottoscritto per la Gazzetta dello Sport …  

 

Un’azione di Google dopo le buone
notizie di questi giorni costa ormai quasi 500 dollari.

Piu’ o meno cinque volte quello che costava
nell’agosto del 2004, quando il famoso
motore di ricerca di Internet e’ approdato
a Wall Street, tra l’altro con un sistema
inedito e originale che ha tagliato fuori
le banche e fatto risparmiare commissioni
alla societa’, ma reso meno ricchi i due fondatori.

Molto piu’ contenti gli azionisti: in meno di tre anni,
un investitore fedele avrebbe
quintuplicato il suo denaro: centomila dollari
sarebbero diventati quasi mezzo milione.

Intanto il valore di Google come azienda e’
a sua volta decollato. Dopo l’ulteriore rialzo
di ieri, l’idea dei due trentenni Larry Page (34)
e Sergey Brin (33), vale piu’ di 150 miliardi
di dollari. Quindi ‘solo’ 130 miliardi in meno
dell’acerrima rivale Microsoft che vorrebbero
scalzare dal trono ventennale di regina tecnologica.

L’aspirazione non e’ affatto campata in aria
visto che Google domina il mercato della pubblicita’
su Internet attraverso i suoi ‘AdWords’ e sta
provando ad invadere il regno di Bill Gates con le
sue versioni gratuite e on line dei programmi di scrittura,
e con tante altre applicazioni di uso quotidiano.

L’idea e’ ancora una volta ‘eversiva’:
regalare i programmi facendo pagare
i servizi alla pubblicita’. Un po’ come
succede da decenni per la tv commerciale
pagata dagli spot.

La battaglia tra Google e Microsoft si annuncia durissima e
senza esclusione di colpi anche su un terreno, come dire,
meno immateriale. Un episodio? Un anno fa Steve Ballmer, numero
due di Microsoft dopo Gates, accolse con il lancio di una
sedia e la frase ‘I’m going to kill Google’ la notizia che
un altro ingegnere si dimetteva per andare a lavorare per i rivali.

Ma e’ certo che Google dovra’ continuare a stupire Wall
Street, trimestre dopo trimestre, se vorra’ continuare
a giustificare il suo prezzo in Borsa. Quindi attenti al rischio.




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