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Archivio di febbraio, 2007

La variabile di Shanghai

martedì, febbraio 27th, 2007

 

Fa un po’ effetto che adesso sia Shanghai, che dieci anni fa nessuno si filava, a fare notizia per un bello scrollone globale, e non Wall Street.

 

L’indice della borsa cinese ha perso piu’ dell’8% e ha preso una parte dell’enorme profitto accumulato in questi mesi e anni recenti. Il governo cinese comincia a capire, con i fatti, che imbrigliare la finanza mondiale non e’ esattamente come sbattere in galera i dissidenti di Tien an men.

 

E’ un tantino piu’ complesso ed improbabile.

 

In Europa e in Usa, ovviamente, prendono atto e fanno calare i propri indici in modo proporzionale, quindi molto piu’ moderatamente; il che crea quello storno a breve, un calo fisiologico e gradito, specialmente per chi desidera prendere posizioni e non e’ riuscito a farlo nei mesi scorsi.

 

In questi casi, naturalmente, ci vuole pazienza, gradualita’ e metodo.

 

www.lastampa.it

La Borsa del Dragone crolla e fa tremare il mondo.
Oggi Shanghai ha chiuso in picchiata dell’8,8%, la peggiore sessione da 10 anni a questa parte, confermandosi una piazza finanziaria che che combina l’esuberanza a una marcata volatilità. Non è certo la prima volta che la prima Borsa della Cina continentale accusa uno di questi scivoloni, finora li ha sempre recuperati in poche sessioni.

Quello di oggi sembra esser stato accentuato da una serie di fattori che hanno favorito un corsa alle vendite. Primo tra tutti – secondo gli analisti – le normali prese di profitti scattate dopo i forti rialzi dei giorni scorsi, ed esacerbate dallo sfondamento della soglia psicologica dei 3.000 punti. Ma a spaventare gli investitori potrebbero esser state anche le voci di una nuova serie di strette di politica economica da parte di Pechino.

I policy makers cinesi, preoccupati dai rischi di surriscaldamento dell’economia, potrebbero irrigidire ancora le misure a carico degli investimenti su industria pesante, infrastrutture e immobiliare, per meglio imbrigliare eventuali bolle speculative.

A chiusura di contrattazioni l’indice della Borsa cinese aveva lasciato sul terreno un 8,8% a 2.771,79 punti, dopo il +1,4% di ieri con cui erano stati consolidati i precedenti rialzi fino a raggiungere quota 3.040,60 punti. Per trovare un calo più forte bisogna risalire fino alla morte di Deng Xiaoping, quando il listino generale crollò dell’8,9%. Pesante, oggi, anche il crollo della più piccola Borsa di Shenzen, meno 8,54% a 709,81 punti. «La ragione più importante per la caduta di oggi è nelle pressioni per le prese di profitti», afferma Peng Yunliang, analista della Shanghai Securities. «La gente considera i 3.000 punti una soglia psicologica – aggiunge – ed è normale che voglia uscire dopo che il mercato l’ha sfondata».

Pesanti vendite su tutte le blue chip cinesi, tra cui un meno 10% per la Baoshan Iron & Steel, meno 9,7% per Citic Securities, meno 9% per Life Insurance. Va rilevato che lo scorso anno in media le azioni quotate a Shanghai hanno raddoppiato di valore, e a testimonianza di quanto afflusso di investimenti si sia concentrato in Cina questo è avvenuto mentre Pechino procedeva con giganteschi sbarchi in Borsa, tra cui quelli di alcune delle sue maggiori banche a controllo statale, che avevano inzialmente creato qualche preoccupazione su una saturazione della domanda.

Quest’ultima non c’è stata, piuttosto l’esuberanza si è sempre accompagnata dalla volatilità: solo da inizio del 2007 Shanghai ha già accusato un crollo del 4,9% e un altro del 3,7%, e ogni volta il mercato ha recuperato le flessioni per poi salire a nuovi record. Intanto, però, l’onda d’urto del tonfo di oggi si è rapidamente trasmessa alle piazze del resto del mondo. Al giro di Boa della sessione il Dax tedesco perdeva l’1,3%, il Cac40 francese l’1,5%, il Ftse100 britannico l’1,4%. A Milano il Mibtel cedeva l’1,38% e lo S&P/Mib l’1,19%. Non va meglio a Wall Street, dove a un’ora e mezza dall’inizio della sessione di scambi, i futures sul Dow Jones perdevano 77 punti, quelli sul Nasdaq 19 punti, mentre quelli sullo S&P 500 lasciavano sul terreno di 8,40 punti.

Il “caso” Ciccolella

lunedì, febbraio 26th, 2007

 

Oggi non apre per eccesso di ribasso: -17% solo teorico, ma nessuno sa a che prezzo si potranno vendere le azioni Ciccolella.

 

Un caso da manuale del gioco del cerino o anche detto a Wall Street, il gioco dello scemo piu’ scemo.

 

I fatti: da qualche mese una microcap, una societa’ a piccolissima capitalizzazione, continuava a salire del 10% al giorno senza apparenti ragioni fondamentali.

 

Voci circolanti davano i florovivaisti pugliesi molto sottovalutati, per via di improbabilissimi conferimenti di immobili e vaghezze del genere.

 

Poi venerdi’ scorso, a borsa chiusa e con due bei giorni cuscinetto a disposizione, Ciccolella si mette il cuore a posto spiegando che non hanno idea del perche’ siano cresciuti cosi’ tanto finora ma, se il mercato proprio insiste a volere le azioni, 500.000 graziosamente gliele venderanno quelli della company.

 

Da qui il crollo verticale di stamattina e la fine del gioco dello scemo piu’ scemo. I Fwiani, ovviamente, se ne sono stati a guardare divertiti che ancora esistano partecipanti a questi stupidi games di borsa.

 

 

Gazzetta: La borsa sale in silenzio …

domenica, febbraio 25th, 2007

 

Sabato scorso e’ uscito il mio secondo commento sulla Gazzetta dello Sport che, come vi avevo raccontato, ha creato alcune pagine di temi non strettamente sportivi.

 

Per i Fwiani che non la comprano, ecco il testo. Buona lettura.

 

-Gazzetta dello Sport

Francesco Carla’ 

“Le borse nel mondo salgono, senza fare troppo rumore,
dalla fine del 2002.

Quasi tutti gli indici, compresi quelli della borsa italiana,
stanno superando i massimi del 2000, a parte il Nasdaq che e’
ancora lontanissimo dai livelli di quella primavera.

Un boom silenzioso, ma importante visto che gli indici
di Milano sono raddoppiati in quattro anni e mezzo. Vuol dire
che, in media, i valori delle societa’ sono cresciuti di
oltre il 20% all’anno.

E tutti sapete, invece, quanto poco rendono i soldi
investiti di questi tempi.

Ma adesso chi ha partecipato alle crescite insperate
di questi mesi, comincia a chiedersi se la festa non
stia per finire. Al contrario, chi e’ stato alla
finestra si domanda se non sia il caso di cambiare
opinione sulla borsa e gettarsi nella mischia.

Insomma: siamo alla vigilia di un calo anche sostanzioso
oppure la crescita e’ destinata a continuare?

La mia esperienza dei mercati globali e specialmente
di Wall Street, mi ha insegnato alcune cose:

1 “Le previsioni a breve termine non dicono nulla
  sulle borse, ma dicono molto su chi le fa”. E’ una
  frase di Warren Buffett, secondo uomo piu’ ricco
  del mondo dopo Gates. Uno che, in cinquant’anni,
  ha trasformato 10.000 dollari in 50 miliardi.

2 I mercati azionari salgono nel silenzio, trionfano
  tra gli applausi e crollano nell’euforia generale.
  Secondo me dobbiamo ancora passare del tutto
  attraverso la fase due e siamo lontani dalla fase
  tre.

3 Quando i tassisti cominciano a parlarvi di azioni
  e alle feste tutti sanno qual e’ il “titolo giusto”,
  allora dovete cominciare a preoccuparvi.

Il fatto e’ che la borsa e’ ancora vista, troppo
spesso, come una specie di casino’ dove scommettere piu’
che investire.

Invece per avere successo negli investimenti
azionari dovreste tenere a mente tre regolette semplici:

Non usate denaro che vi serve nei prossimi due o tre anni.
Non comprate presi dall’euforia e non vendete presi dal panico.
Investite solo in quello che capite davvero ed
evitate di partire gia’ sconfitti, pagando troppe
commissioni alle banche e agli intermediari.

E Internet puo’ aiutarvi molto in questo perche’
ha abbattuto i costi operativi e reso disponibili
informazioni importanti.”

Diario d’investimento: il tempo

sabato, febbraio 24th, 2007

 

Un’altra variabile fondamentale dell’investimento e’ il tempo.

 

C’e’ chi pensa che si possa investire per secondi, minuti e ore, oppure per giorni. Io invece penso che sia necessario pensare sempre di investire per anni.

 

Warren Buffett dice sempre che il momento giusto per vendere e’ … mai.

 

Quello che intende dire e’ che l’ideale sarebbe tenere in portafoglio un certo investimento, nella buona e nella cattiva sorte, per un tempo lunghissimo.

 

Piu’ o meno quello stesso tempo, 50 anni, che ha permesso a Buffett di trasformare 10.000 dollari in 50 miliardi di dollari. E a fare di lui il secondo uomo piu’ ricco del mondo e, forse, prima di morire, il primo.

 

Questo se Microsoft perde colpi, come potrebbe essere, e porta con se Gates e il suo primato assoluto e inviolato da anni.

 

Secondo voi, quand’e’ il momento giusto per vendere un investimento? Fatemi sapere, alla fine saprete qual e’ il momento perfetto secondo me.

 

 

 

Attacco frontale

giovedì, febbraio 22nd, 2007

 

In fondo era stato proprio Gates ad insegnare a tutti come si faceva.

 

Bill il Cannibale aveva sempre teorizzato, con i fatti, che quello che conta e’ essere i primi dei secondi. Rapidi ed inesorabili a comprare, o a replicare, le idee migliori che le menti del Simulmondo sfornano.

 

Page e Brin l’hanno preso in parola.

 

I motori di ricerca gia’ c’erano, ma funzionavano male. E loro hanno inventato Google. L’email gia’ la usavano tutti, ma trovare una lettera di un anno prima era un incubo. E loro hanno regalato al mondo Gmail.

 

E adesso arriva lo scontro frontale con la Microsoft: ”A che serve Office se puoi fare le stesse cose con Google?”

 

A casa di Gates fa un po’ piu’ freddo del solito.

 

 

www.corriere.it
Alessandra Muglia

Google dichiara guerra a Microsoft. Una guerra che si combatte tutta in ufficio. La sua arma? Si chiama «Google Apps Premier», una piattaforma di servizi web per le aziende lanciata oggi a livello mondiale che costa 40 euro all’anno per dipendente. L’idea è quella di trasferire la reperibilità veloce delle informazioni che ha fatto la fortuna del primo motore di ricerca al mondo anche all’interno dell’impresa, rompendo con l’idea tradizionale dei software per le aziende, che prevedono l’installazione di pesanti e costosi programmi su ogni singolo computer. Proprio in questa direzione si sta muovendo anche la società di Bill Gates, che poco più di un mese fa ha lanciato la nuova versione di Office: il pacchetto di programmi più usato al mondo nelle aziende si è infatti rinnovato proprio trasferendo sul web molte funzioni per permettere la condivisione delle informazioni a distanza tra dipendenti.

L’UFFICIO SUL WEB – Google porta invece tutto l’ufficio sul Web: documenti, email, appuntamenti e programmi diventano così accessibili e interscambiabili tra colleghi ovunque ci si trovi, semplicemente collegandosi a Internet da qualsiasi pc. In pratica ogni collaboratore ha a disposizione una casella di posta elettronica con 10 mega di memoria (8 mega in più rispetto alla versione già offerta da Google gratuitamente) consultabile anche sul cellulare e sul Blackberry, il programma di chat , la possibilità di scrivere, condividere e modificare a distanza documenti e presentazioni anche in Powerpoint, di rendere visibile a chi si desidera la propria agenda e consultare quella altrui. Tutti servizi accessibili da una homepage che il dipendente può personalizzare. E con assistenza 24 ore su 24 (al momento soltanto via email e in inglese) e la garanzia che i servizi funzionano nel 99,9 per cento dei casi. Quindi sempre, salvo blackout della Rete. Una promessa impegnativa a pochi giorni dalla denucia di alcuni navigatori che si sono visti perdere brandelli del loro archivio di posta elettronica. «Eravamo ancora nella fase beta, di prova, del servizio, è chiaro che i sistemi di storage a pagamento come questo ci sono altre garanzie» assicura Gabriele Carzaniga, ingegnere di Google Enterprise, la divisione del gruppo che si occupa delle aziende.

PRIVACY – Un altro timore è quello legato alla privacy: i dati non stanno sottochiave nel mio desktop ma viaggiano in Rete. Chi mi assicura che siano al riparo dai ficcanaso? «Nemmeno l’amministratore aziendale può accedere ai documenti o alle email dei dipendenti a meno che questi non abbiano deciso di condividerli con lui» garantisce Carlo Marchini, responsabile di Google Enterprise in Italia.

TRE VERSIONI – Premier è la versione aziendale di Google Apps, introdotto sei mesi fa come servizio gratuito con una serie di programmi web che includono la Gmail e la messaggeria istantanea. Si aggiunge a Google Educational, versione gratuita offerta alle università che, a parte lo spazio email di 2 mega e la pubblicità disattivata di default (solo per gli iscritti, non lo è per gli ex studenti), offre gli stessi servizi. Più di 100.000 piccole aziende utilizzano la versione gratuita sulla quale appaiono messaggi pubblicitari, mentre centinaia di università nel mondo stanno utilizzando la versione gratuita priva di pubblicità.

A CHI SI RIVOLGE – Gli utenti potenziali di Google Apps? I dipendenti delle piccole medie imprese, ma anche i commessi dei negozi, e tutti i lavoratori per i quali le aziende di solito non vogliono spendere molti soldi in costosi computer dotati di molti programmi, dice Dave Girouard, vice presidente del settore commerciale di Google.
«Possiamo offrire un prodotto più funzionale a un prezzo più basso» sintetizza Schmidt, amministratore delegato di Google. Ora la parola passa al mercato. Tenedo presente i numeri snocciolati da Rebecca Wettemann, vice presidente della divisione ricerca di Google: «Una società può spendere 80mila dollari per la gestione delle email e i software aziendali. Per la stessa cifra Google Apps dà supperto a 1.600 dipendenti. Una proposta più vantaggiosa anche se i software di Microsoft fossero gratuiti».

Poveri o sommersi?

martedì, febbraio 20th, 2007

Non si capisce bene a cosa servano queste statistiche di Eurostat sulla poverta’ e la ricchezza nell’Unione Europea.

A leggere bene si evince che:

1 Sono numeri vecchi del 2004;

2 L’Italia e’ in media grazie alla Lombardia, ma la Sicilia e’ messa peggio dell’Ungheria;

3 I ricchi veri starebbero quasi tutti in Inghilterra grazie alla sterlina fortissima.

Tra l’altro non si capisce se sono davvero poveri i nostri meridionali o soprattutto sommersi.

Ma la vera ricchezza sta nella capacita’ della moneta di comprare beni e servizi. Per questo penso sia molto piu’ ricco un siciliano o un pugliese con 1500 euro al mese che non un cittadino di Milano con gli stessi soldi a disposizione.

Non parliamo poi di uno che a Londra guadagni 1000 sterline ogni 4 settimane …

www.repubblica.it

Nell’Europa dei 27 stati membri, che conta ormai anche stati poverissimi come Romania e Bulgaria, nessuna regione italiana riesce a figurare tra le 15 più ricche dell’Ue, mentre ne compare anche una dei nuovi stati membri, e cioè Praga. E dire che la media, con l’allargamento a est, si è nettamente abbassata. Il dato non troppo consolante emerge dall’ultimo rapporto di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Ue, sul pil procapite dei 27 stati membri. Occorre però notare che non si tratta di dati aggiornatissimi: pur essendo pubblicati oggi, si riferiscono al 2004. Il dato di riferimento è 100%, ovvero la media esatta dei 27. Ebbene, secondo l’ufficio statistico le 15 regioni più ricche sono nell’ordine: la city londinese (303%); Lussemburgo (251%), Bruxelles (248%), Amburgo (195%), Vienna (180%), l’Ile de France (e cioè la regione di Parigi, 175%), le regioni britanniche di Berkshire, Buckinghamshire e Oxforshire (174%), l’Alta Baviera (169%), Stoccolma (166%), l’olandese Utrecht (158%), la tedesca Darmstadt, Praga e la regione irlandese del Sud e dell’Est (tutte e tre con un valore di 157%), Brema (156%) e infine la Scozia nord-orientale (154%).
Per trovare la prima regione italiana, la Lombardia (141,5%), bisogna arrivare al diciottesimo posto. Seguono tra le italiane la provincia autonomia di Bolzano (140,2%), il Lazio (131,8%), l’Emilia Romagna (130,4%). Tra i 15 ‘best’ e le nostre regioni più ricche troviamo però l’Olanda settentrionale (153,7%) e la fiamminga Anversa (144,5%). L’Italia nel suo complesso è nella media, 107%.

Andando per macroregioni, secondo Eurostat il Nord-Ovest arriva al 131,9%, il Nord-Est al 127,9%, il centro il 121,4%. Molto peggiore, invece, al solito, il quadro per il sud: non è bastato neppure l’arrivo, tra il 2004 e il 2007 di 12 nuovi stati membri per lo più relativamente poveri a farlo avanzare un granchè. Stando alle statistiche di Eurostat diffuse a Bruxelles, in effetti, nessuna regione del Meridione arriva al 100% della media (la più ricca è l’Abruzzo, con l’84%). Nel complesso il Sud raggiunge in media appena il 70% della media a 27, la Sicilia, fanalino di coda in Italia con il 67,3%. Come dire, quanto poco meno della media dell’Ungheria (64%), peggio di Malta (74,4%), non molto meglio della Slovacchia (56,7%), ma certamente peggio della Slovenia (83,3%).

A consolarci ci pensano, naturalmente, i poveri dell’est. Anzitutto i nuovi venuti, Bulgaria e Romania a cui appartengono 12 delle 15 regioni più povere dell’Ue, cui si aggiungono tre regioni polacche. Tutte regioni comprese tra il 39% e il 24% della media Unione. In più, qualche consolazione si può trovare nel guardare un’altra ‘classifica’ di Eurostat, quella del numero di regioni al di sopra del 125% della media a 27: ebbene, con 7 regioni che arrivano a quel livello l’Italia è al terzo dopo Germania e Gran Bretagna (entrambe ne contano otto), ma ben prima, è questo è certamente un dato interessante, della Francia, che ne conta solo una.

Dietro l’Italia anche stati ben più piccoli: l’Olanda ha cinque regioni sopra il 125%, l’Austria 4, tre il Belgio e la Spagna, due la Finlandia, una sola, oltre alla già citata Francia, la Repubblica Ceca, l’Irlanda, la Slovacchia, la Svezia e il Lussemburgo. Statistiche, naturalmente, e come tale soggette anche a critiche e discussioni. Così non pochi fanno notare che i dati di città come Londra, Lussemburgo o Bruxelles sono falsate dalla massiccia presenza di grandi aziende internazionali. Lo stesso Eurostat nella nota, inoltre, avverte che “in alcune regioni il pil procapite può essere influenzato in modo significativo dai flussi di pendolari”, i quali “spingono la produzione a livelli che non sarebbero possibili con la sola popolazione attiva residente”. Il risultato, osserva correttamente l’Ufficio statistico, è che “il pil procapite per abitante può essere sovrastimato, mentre quello delle regioni da cui provengono i pendolari può essere sottostimato”.

Infine, val la pena ricordare che Eurostat non include nelle sue statistiche un elemento che invece proprio per il nostro sud è molto determinante, e cioè il sommerso. Nelle sue tabelle finiscono esclusivamente le cifre ufficiali.

Correzione in vista?

lunedì, febbraio 19th, 2007

 

I mercati azionari di tutto il mondo, salgono dalla fine del 2002 con poche eccezioni. Quasi tutti gli indici hanno riguadagnato i massimi del 2000, a parte il Nasdaq che era il piu’ flagellato dalle mille bolle blu ed e’ ancora lontanissimo dai livelli di quella primavera.

 

Naturalmente, dopo tanti anni di Toro (Finanza World con i suoi servizi premium ha battuto nettamente gli indici, gia’ molto positivi, in tutto questo periodo), sono gia’ al lavoro le Cassandre e gli ‘esperti’ che prevedono guai e ribassi sostanziosi.

 

Correzioni.

 

Ognuno di questi usa le sue ‘tecniche’ di analisi per cercare di prevedere quando e quanto grande sara’ l’inevitabile storno.

 

Voi cosa ne pensate, sia della correzione che degli ‘esperti’?

 

www.yahoo.it

I mercati azionari a livello globale stanno continuando a dare prova di grande forza e a conferma di ciò troviamo il sempre più frequente raggiungimento di nuovi massimi da parte dei listini, che a volte si traducono in record storici, come nel caso dell’indice S&P/Mib e del Dow Jones (notizie) . Le principali piazze azionarie hanno superato brillantemente i più importanti appuntamenti proposti in questa prima fase dell’anno, dalle trimestrali societarie alle decisioni delle Banche Centrali sulle due opposte dell’Atlantico. Ultima in ordine di arrivo è stata la prova di ieri, rappresentata dall’audizione del presidente della Fed, Ben Bernanke, che ha regalato ai mercati un’ulteriore boccata di ossigeno, con alcune incoraggianti indicazioni sul futuro della crescita economica in America e sulle prospettive relative all’inflazione.

L’andamento dei principali indici da una parte regala sempre maggiori conferme sulla bontà del trend rialzista in atto, dall’altra però non esime dal porsi una serie di interrogativi in merito allo scenario che si potrà delineare nei mesi a venire. Quanti seguono da vicino il mondo della Borsa, ben sanno che la salita di un mercato non può durare in eterno e che prima o poi bisognerà fare i conti con una correzione o quantomeno con una fase di consolidamento. Quello che ci si chiede, in questa fase di mercato, è quando si potrà verificare questa pausa, da più parti invocata, e quali saranno le scelte migliori da effettuare nel momento in cui tale situazione si andrà a materializzare.

Una risposta piuttosto esaustiva a questo interrogativo viene fornita dai risultati dell’ultimo sondaggio realizzato da Morningstar (NASDAQ: MORN – notizie) che tra il 6 e il 12 febbraio scorsi, ha raccolto l’opinione di 21 delle principali società di investimento di diritto italiano ed estero, operanti sul nostro territorio.
Dall’indagine emerge che oltre il 60% dei gestori continua a scommettere su un ulteriore rialzo delle Borse occidentali nei prossimi sei mesi, mettendo in guardia però sul rischio di possibili prese di beneficio che potrebbero verificarsi nel breve termine.

Parlando delle singole aree geografiche, soltanto il 5% dei managers si dichiara pessimista sul futuro delle Borse del Vecchio Continente, mentre il 33% scommette su una sostanziale stabilità intorno ai livelli attuali. Oltre il 60% prevede un rialzo per i prossimi mesi, ed è improntato ancora ad un maggiore ottimismo il giudizio sull’Italia, che vede una maggiore percentuale di gestori pronti a scommettere su un’ulteriore crescita di Piazza Affari. Nessuno invece si attende un calo degli indici domestici, dal momento che gli stessi sono considerati più difensivi rispetto ai colleghi europei.

Nel complesso, la crescita delle quotazioni in Europa dovrebbe essere favorita da un quadro macroeconomico ancora positivo, visto che gli esperti si attendono che l’inflazione rimanga sotto controllo e l’espansione prosegua anche nel 2007. non c’è grande preoccupazione invece per i prossimi rialzi dei tassi di interesse e per la perdurante forza dell’euro nei confronti del biglietto verde, pur non escludendo che questo possa avere un impatto sulla dinamica degli utili aziendali.

Non molto diversa la prospettiva delineata per le piazze dell’opposta sponda dell’Atlantico, per le quali solo il 15% degli intervistati prevede un ribasso delle quotazioni, mentre il 60% scommette su un’ulteriore apprezzamento delle stesse. A differenza dell’Europa, a Wall Street la crescita sarà supportata soprattutto dalle valutazioni ancora attraenti, considerando che i listini sono vicini ai massimi del 2000, ma non in una situazione di bolla speculativa. Non si esclude in ogni caso il rischio di un possibile rallentamento della crescita dei profitti sotto il 10% annuo, con conseguente impatto negativo sui corsi azionari, mentre è stata messa da parte l’ipotesi di una recessione economica. Secondo Kevin Grice, economista di American Express, il soft landing proseguirà e il maggior rischio è che sia troppo soft con la conseguenza che l’inflazione non scenderà sotto la soglia di sicurezza fissata dalla Federal Reserve”.

La piazza che raccoglie maggiore consensi tra i gestori è quella di Tokyo, per la quale l’85% prevede un ulteriore rialzo dei listini, a fronte di un 10% di pessimisti, segnalando che molte case di investimento stimano un incremento dei profitti superiore all’occidente, pur in presenza di un quadro macro che appare ancora controverso.

In generale, la visione sui mercati azionari è positiva, ma non viene esclusa una correzione di breve periodo, che, per alcuni va considerata come un’opportunità di acquisto. Per quanto riguarda invece le scelte migliore da compiere a livello settoriale, i comparti che catalizzano l’attenzione sono il finanziario, l’energetico, le telecomunicazioni e il tecnologico. C’è ancora grande ottimismo sui titoli bancari e assicurativi, cui si accompagna un giudizio positivo anche per i telefonici, mentre le maggiori divergenze di opinione riguardano i petroliferi. Da non trascurare infine che interessanti opportunità di acquisto saranno offerte dai tecnologici che presentano ancora valutazioni e interessanti e dai farmaceutici, soprattutto per la loro natura difensiva.

Infine, sul fronte dei tassi di interesse, mentre si scommette per una stabilità sui livelli attuali in America, si prevede un aumento del costo del denaro a marzo da parte della Banca centrale europea, cui dovrebbe seguire successivamente un’ulteriore rialzo che porti il livello dei tassi al 4%.




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