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Archivio di dicembre, 2006

Liberi di comunicare, buon 2007.

venerdì, dicembre 29th, 2006

 

La Falcetti mi ha chiesto di raccontare ai suoi ascoltatori cosa ne pensassi dell’idea di Time di attribuire il titolo di ‘persona dell’anno’ a YOU, cioe’ a tutti noi che abbiamo fatto di Internet e del Simulmondo quel continente non geografico, quel pianeta non astronomico che e’ molto piu’ umano di come lo vogliono rappresentare, e molto migliore, spesso, della Terraferma e dei suoi mass media.

 

Meglio muovere il cervello sulla rete che il corpo in autostrada, e scusate se mi cito.

 

Ma pare che ci siano in giro ancora dei nostalgici dei vecchi media analogici, adoratori dei sacri ordini dei comunicatori professionali, gli unici, secondo loro, addetti alla manipolazione della notizia, vergini e vestali autorizzate e celebrate, come Barzini che frequentava a cavallo i campi di battaglia e poi raccontava.

 

Buon 2007 a tutti noi, Vs. Francesco Carla’.

 

 

 

www.ilgiornale.it 

Andrea Piersanti

La televisione “collaborativa” del futuro impazza e “Time”, come Tafazzi che si prende a bottigliate sull’inguine, cade nella trappola. Titola sulla nuova “democrazia digitale” quando invece si dovrebbe parlare ormai di “demagogia digitale”. “YouTube”, la tv fai da te, con migliaia di video prodotti dal pubblico, comprata per un miliardo e mezzo di dollari da Google; il “Venice project” degli inventori di “Skype” e “KaZaa” per una nuova tv “peer to peer” (condivisione di video fra gli utenti del web, come era stato fatto per la musica); l’esplosione dei blog (milioni di informazioni e commenti autoprodotti e visti da una coriandolizzazione di minicomunità di utenti); “Wikipedia”, l’enciclopedia online con centinaia di migliaia di lemmi scritti da chiunque nel mondo e ormai piena zeppa di strafalcioni e di definizioni partigiane: sono questi i fenomeni che hanno indotto il settimanale “Time” a commettere un autolesionistico errore di valutazione.

 
Il consueto “personaggio dell’anno”, infatti, questa volta è stato rappresentato da una copertina a specchio. Il titolo diceva: “Person of the Year: You”. “Nel 2006 – ha scritto Lev Grossman su “Time” – il World Wide Web è diventato uno strumento per condividere i piccoli contribuiti di milioni di persone e farli diventare notizie”. Una trappola pericolosa. Per anni il tema della deontologia dell’informazione (una specie di parolaccia che ci ricorda che la comunicazione è una cosa eticamente delicata) ha tenuto deste le coscienze. Il filosofo Karl Popper aveva proposto addirittura una patente per chi fa la tv. Adesso invece il dibattito è scomparso. È la vittoria definitiva del “relativismo”.

In questa esplosione delle informazioni “peer to peer”, letteralmente “pari fra pari”, ogni opinione è valida di per sé stessa. Un fenomeno culturale e sociologico che è nato prima del web e che ormai è già rimbalzato fuori dalla rete ricadendo nella nostra vita di tutti i giorni. All’inizio furono i “talk show”, programmi televisivi dove le chiacchiere dovevano dare spettacolo. Fu il primo approdo del relativismo di massa. Ognuno aveva ragione e ognuno poteva strillare le proprie sciocchezze. Bastava essere dotati di una qualche forma di appeal. Un insulto, una parrucca vistosa: ogni trucco andava bene. Poi la tecnologia ha aiutato la crescita del fenomeno.

 
Le dimensioni sono così macroscopiche che, mentre i masochistici giornalisti di “Time” si inchinano alla fine delle loro carriere, molti studiosi cominciano ad interrogarsi sul “trash digitale”, la spazzatura del web di cui ormai sono pieni i nostri computer. Maldicenze, bugie, millantati crediti, finte indagini, scoop cretini si rincorrono ogni giorno dentro e fuori la rete (vogliamo parlare del video di Deaglio sui presunti brogli elettorali, per esempio?) creando leggende metropolitane al confronto delle quali la notizia degli alligatori albini nelle fogne di New York diventa una storia da premio Pulitzer. Qualche tempo fa, il ritratto del giornalismo televisivo del passato fatto da George Clooney nel suo film “Good Night, Good Luck” (la vera storia di Edward R. Murrow, l’anchorman della Cbs che sconfisse il sen. McCarthy) si chiudeva con questa citazione. “La televisione – disse Murrow ai suoi colleghi – può insegnare, può illuminare; sì, può anche ispirare. Ma può farlo solo a patto che gli uomini siano determinati a usarla per questi scopi. Altrimenti non è niente di più che cavi elettrici e luci dentro una scatola. Buona notte e buona fortuna”.

 

La fine del Pc?

mercoledì, dicembre 27th, 2006

 

 

Il nuovo sistema operativo di Microsoft, Vista, piu’ in ritardo di una ristrutturazione immobiliare, e’ in arrivo nel 2007.

 

Sono passati 12 anni da Windows 95 e il gigante di Gates e’ alle prese con una delle tante sfide mortali che le si sono presentate negli scorsi 20 anni. Tutte superate con non pochi grattacapi e non minori effetti positivi sui suoi bilanci.

 

Oggi il vero nemico di Microsoft e del Pc e’ il web stesso. Il web 2.0 che minaccia di trasferire, come sognavano quelli di Sun molti cicli fa, il Pc nel network, abolendo l’hardware o quasi, e trasformando il nostro hard disk e il nostro notebook in qualcosa di parecchio diverso da quello che e’ oggi.

 

Ristrutturando cio’ che io nel 1999 chiamavo KamasutraNet, cioe’ le tre posizioni di Internet: Seduti (Pc), In piedi (Cellulare), Sdraiati (Tv) e aggiungendo liberta’ ai frequentatori del Simulmondo, e abbassando il costo di vita e lavoro digitali.

 

Il problema non e’ “se”, ma “quando”, succedera’. Il timing, pero’, e’ molto importante.

Gli auguri di Fw e Francesco Carla’

venerdì, dicembre 22nd, 2006

 

Per quelli di buon 2007 ci sara’ tempo nei prossimi giorni.

 

Intanto vorrei fare a tutti i Fwiani, ai nostri lettori, ai nostri abbonati, ai bloggers che sono diventati sempre piu’ numerosi in questi giorni, a tutti quelli che hanno a cuore la democratizzazione della finanza e dell’economia, a tutti noi e a tutti voi, i miei migliori auguri di buon Natale, auguri che vi giungono anche da tutti i miei collaboratori, Wolfgang Cecchin in primis, e da tutto il gruppo di lavoro di Finanza World.

 

Buon Natale a tutti, Vs. Francesco Carla’.

 

L’esempio Parmalat

giovedì, dicembre 21st, 2006

 

 

La vicenda di Parmalat e’ ancora fresca nella mente dei risparmiatori italiani, insieme a quella di Cirio e della Banca Popolare di Lodi con i Furbetti del quartierino.

 

Sono i punti piu’ bassi toccati dagli scandali finanziari italiani, per questo e’ molto istruttivo leggere la ricostruzione completa della Truffa Tanzi, preparata da Enrico Bondi che Parmalat ha risanato e quotato in Borsa con successo e in tempi abbastanza record.

 

Leggendola, anzi studiandola, ho avuto continuamente lo stesso pensiero: la Finanza Democratica dovrebbe essere addirittura un partito politico, talmente e’ decisivo il modo in cui viene controllata l’operativita’ effettiva (e non quella teorica) di un soggetto finanziario che minaccia i risparmi di milioni di cittadini. Com’e’ infatti accaduto con gli obbligazionisti di Parmalat. E con i suoi azionisti.

 

 

 

www.lavoce.info
Marco Onado

Dai drammatici giorni del dissesto Parmalat l’attenzione si è concentrata soprattutto sui temi della tutela dei risparmiatori e del rilancio produttivo del gruppo. È bene però ricordare che il dissesto – uno dei più gravi della storia economica italiana che pure è dolorosamente ricca di fatti criminosi – ha cause finanziarie profonde che mettono in evidenza alcuni vizi strutturali del capitalismo privato italiano e di molte banche, compresa qualcuna di grande tradizione internazionale e altrettanta disinvoltura nei confronti delle operazioni più spericolate.
Nel terzo anniversario del dissesto è dunque utile compiere un’operazione didascalica per ricordare le cifre fondamentali del clamoroso crack. È troppo semplice attribuire tutto alle frodi: queste sono state lo strumento per coprire una situazione sempre più squilibrata e ovviamente hanno dovuto diventare sempre più grandi e sempre più sofisticate. Come ogni bugia chiama bugie più grosse, così la frode finanziaria trascina l’impresa in un vortice da cui è impossibile sfuggire: un incubo analogo a quello descritto da Edgar Allan Poe nel racconto “Una discesa nel Maelstrom”.
Il mio contributo ha dunque solo finalità didascaliche e si rivolge a quanti, in primo luogo studenti, intendono documentarsi e riflettere su questo importante fatto. I dati sono tratti soprattutto dalla relazione del commissario straordinario, Enrico Bondi, e da quella del consulente (Stefania Chiaruttini, consulente tecnico d’ufficio, o Ctu) di uno dei pubblici ministeri al lavoro sul caso. Il Maelstrom di Parmalat può essere riassunto in sette passaggi ciascuno dei quali verrà documentato con le cifre fondamentali.
1) Parmalat è sempre stata un’azienda finanziariamente fragile, vittima di una contraddizione insanabile in capo al suo azionista di controllo, Calisto Tanzi, il quale concepiva piani di crescita sempre più ambiziosi, ma nello stesso tempo era totalmente refrattario all’idea di immettere capitali propri nell’azienda.
Dal negozio di villaggio a una multinazionale presente in 139 paesi: queste le cifre della crescita di Parmalat dal 1962 (circa 100mila euro) al 2003 (oltre 7,5 miliardi), sintetizzate dal grafico che segue. Il che significa tassi di crescita annui del 44 per cento nel primo ventennio e del 21 nel secondo.
La crescita del fatturato è determinata soprattutto dall’estensione della base produttiva realizzata con acquisizioni in tutti i continenti. Nel complesso, dal 1990 al 2003, il gruppo effettuerà investimenti per 5,4 miliardi di euro, di cui 4 per acquisizioni.
In una espansione così vistosa non poteva mancare qualche errore di carattere tattico e strategico. Sul primo versante, alcune acquisizioni in paesi stranieri si riveleranno prive di prospettive commerciali adeguate, ma sono errori tutto sommato marginali, inevitabili in una dinamica così intensa (per di più diretta da una sola persona). Il commissario straordinario Enrico Bondi, nella sua opera di risanamento, procederà ad alcuni tagli del core business, ma si tratta di potature di una pianta complessivamente sana. Più gravi sono gli errori strategici, che riflettono vizi antichi degli industriali italiani, sempre pronti a trovare sbocchi in settori che assicurano consenso e appoggi politici (Tv, calcio) ma divorano risorse. Anche questo però non spiega la fragilità finanziaria di fondo e tanto meno le frodi.
Lo squilibrio strutturale è dimostrato dalla figura seguente, che indica gli investimenti dal 1990 al 2003 e (nei riquadri) i valori dell’indebitamento complessivo alle varie date.
Il grafico dimostra come la febbre delle acquisizioni abbia fatto esplodere il fabbisogno finanziario (bisogna naturalmente tener conto anche delle esigenze di capitale circolante per soddisfare le esigenze di produzione e vendita su un impero produttivo sempre più vasto) e di conseguenza l’indebitamento. Dal 1990 al 2003, i debiti crescono del 42 per cento all’anno. Il motivo è uno solo: tutta questa crescita è basata solo sui debiti. Niente male per un’azienda che alla fine degli anni Ottanta aveva attraversato la sua prima crisi finanziaria. E questo ci porta alla seconda sequenza del nostro film dell’orrore.
2) La quotazione in Borsa viene utilizzata solo per risolvere i problemi finanziari dell’azionista di controllo.
L’eccesso di indebitamento accumulato nei primi venti anni porta a un piano di risanamento curato dalle banche (e favorito dal governo di allora e in particolare da Ciriaco De Mita, allora potente segretario della Dc) e alla quotazione in Borsa.
Leggiamo quello che scrive un autorevole giornalista finanziario sulla situazione di Tanzi negli anni Ottanta. “La lunga cavalcata dell’ambizioso ragioniere di Collecchio sembrava già molto vicina al capolinea. Gia allora, venti anni fa, la nave Parmalat faticava a tenere il mare. Stava a galla grazie all’appoggio garantito dalle banche. Ma a quel tempo, molto più di oggi, il sistema creditizio dipendeva quasi per intero dai partiti. Ovvero in massima parte dalla Democrazia cristiana, che a sua volta assegnava le poltrone sulla base degli equilibri fra le varie correnti interne. Tanzi, che era di casa nei palazzi democristiani, riuscì così a ottenere il sostegno finanziario di cui aveva assoluto bisogno. Per sopravvivere l’imprenditore emiliano si fece stringere al collo un guinzaglio da cui non riuscì mai più a liberarsi”. (1)
Nel 1989 un gruppo di banche (tutte vicine alla Dc) organizza il pool per il prestito che porta nuove risorse al gruppo in difficoltà e pone le premesse per lo sbarco in Borsa, che però viene realizzato con tre marchingegni finanziari:

i) la quotazione viene realizzata conferendo Parmalat a una società finanziaria già quotata, praticamente una scatola vuota. In questo modo si evita il collocamento pubblico e la redazione di un prospetto informativo per risparmiatori;
ii) la conseguenza è che la società quotata (subito ridenominata Parmalat Finanziaria) ha come unico asset una società operativa, dunque è la più classica delle “scatole cinesi”.
iii) La quotazione prevede un aumento di capitale per 600 miliardi, ma nelle casse societarie ne arrivano circa 300 miliardi, perché la società operativa viene ceduta da Tanzi a un prezzo che gli consente esattamente di intascare con la mano sinistra i mezzi che fornisce all’impresa con la mano destra in occasione dell’aumento di capitale.

Con questa tripla capriola, il gioco è fatto. La crisi finanziaria è superata (almeno in apparenza) e Parmalat Finanziaria è controllata al 51 per cento da una società (Coloniale) della famiglia Tanzi, di cui Calisto detiene comunque il 51,8 per cento. Come afferma il Ctu (pag. 49): “L’operazione (…) consente alla famiglia Tanzi, sostanzialmente senza esborsi di denaro, ma con i soli 300 miliardi raccolti sul mercato: i) di reperire il denaro necessario alla ricapitalizzazione di Parmalat; ii) di acquistare Parmalat ponendola sotto il controllo della società quotata, che poi muterà la sua denominazione in Parmalat finanziaria; iii) di mantenere il controllo della società quotata stessa”.
Lungi dal placare le ambizioni dell’imprenditore emiliano, questo nuovo assetto è la premessa per un’ulteriore espansione senza freni sempre basata sull’indebitamento. Dal 1990 al 1994 l’indebitamento quintuplica (tasso di crescita annuo del 53 per cento). Ma il tasso di crescita quasi raddoppia nel quadriennio successivo che porta il debito a 7,7 miliardi alla fine del 1998. Cosa è successo in questo periodo?
Semplicemente Tanzi è sceso ulteriormente nel vortice del Maelstrom, cioè al livello in cui secondo la ricostruzione del Ctu (pag. 59) “entrano in scena una serie di istituti di credito inernazionali che seguono l’espansione del gruppo nella vesta di advisor nell’ambito delle operazioni di acquisizione e/o di lead manager di emissioni obbligazionarie”. Sono queste banche (pag. 61) che concepiscono “una serie di operazioni di finanziamento con formule e clausole del tutto innovative” e spingono il gruppo “a porre in essere una serie di operazioni di vera e propria finanza strutturata”.
Di fatto dunque è chiara la terza sequenza del nostro film.
3) La quotazione in Borsa è il trampolino di lancio per l’esplosione dei debiti, non per la raccolta di capitale di rischio.
Dal 1990 al 2003, le operazioni sul capitale portano alle casse di Parmalat solo 416 milioni di euro, cioè il 7,7 per cento degli investimenti realizzati, il 3 per cento della crescita complessiva del debito.
Secondo la ricostruzione del commissario straordinario Enrico Bondi, la gestione ha fornito risorse per 1 miliardo circa. (2)
Il che significa che l’indebitamento è cresciuto di ben 13,2 miliardi.
Il motivo è uno solo: ogni aumento di capitale avrebbe costretto Tanzi a mettere mano al portafoglio se voleva mantenere da solo la maggioranza assoluta del gruppo. Di fatto, la leva azionaria concessa dal gioco delle scatole cinesi gli avrebbe consentito di sborsare solo il 25 per cento delle nuove risorse, ma anche questo era giudicato evidentemente eccessivo. Perché tirare fuori un solo euro, quando ci sono tante banche là fuori pronte a organizzare operazioni sempre più sofisticate e complesse?
Nei tempi della contestazione operaia una mano ignota aveva scritto sui muri di Mirafiori: “mi fate passare otto ore al giorno in questo inferno e pretendete anche che lavori?”. Il motto di Tanzi suona più o meno così: “sono un imprenditore pieno di idee e di capacità realizzative e pretendete anche che ci metta i soldi?”
Di fatto però i soldi saranno non solo quelli delle banche, ma soprattutto quelli dei privati risparmiatori, perché dalla metà degli anni Novanta l’indebitamento si sposta sempre di più verso il mercato obbligazionario, come vedremo fra poco.
4) Il valore dell’attivo è stato gonfiato con una serie di manipolazioni contabili, che risalgono almeno all’inizio degli anni Novanta.
Un indebitamento che cresce esponenzialmente non è compatibile con un business dai ritorni tutto sommati modesti, come quelli del settore del latte. Per far quadrare i conti, Parmalat ha fatto ricorso a tutti i trucchi possibili. Alcuni, semplici e che sembrano tratti da un film di Totò e Peppino, consentivano di usare una stessa fattura per ottenere due finanziamenti. Dice infatti Bondi (pag. 5): “uno stesso documento veniva finanziato più volte; tale finanza, impropriamente ottenuta, ha contribuito anch’essa a mantenere in vita artificialmente il gruppo”.
L’attività di falsificazione contabile diventa frenetica, a partire dalla fine degli anni Novanta, perché il buco da coprire è sempre più grosso e il vortice trascina in abissi sempre più profondi. Leggiamo in Malagutti (pag. 143): “Era Tonna [il direttore finanziario] che decideva le modalità tecniche con cui venivano occultate le perdite. In estrema sintesi il sistema funzionava nel modo seguente. Le società industriali iscrivevano all’attivo di bilancio crediti (in realtà inesigibili) che venivano girati a società off-shore del gruppo Parmalat. Di conseguenza, queste finanziarie vedevano aumentare i loro debiti, che risultavano compensati in modo molto semplice, quasi banale: inventando di sana pianta delle poste attive. Ovvero, conti bancari, titoli di credito, bond e quant’altro la fervida immaginazione dei falsari di Collecchhio riusciva ad inventare”.
Abyssus vocat abyssum, avrebbe detto Poe. E infatti, Parmalat si inventa anche il modo di occultare i debiti. Come? Leggiamo ancora Malagutti (pag. 146): “Ricorrendo al vecchio trucco dei cosiddetti back to back. In pratica, una finanziaria estera del gruppo di Collecchio apriva un deposito presso una banca. Quest’ultimo però serviva soltanto a garantire un prestito di uguale entità elargito dallo stesso istituto a un’altra società della galassia Parmalat. In altre parole, il deposito era vincolato, ma il vincolo non veniva segnalato in bilancio”.
L’elenco potrebbe continuare, ma vale seguire il consiglio di Malagutti (pag. 148): “l’elenco delle tecniche di falsificazione contabile potrebbe proseguire ancora a lungo, ma non aggiungerebbe molto al nostro racconto. Meglio fermarsi allora, e citare un semplice dato evidenziato nell’analisi Price Waterhouse Coopers: al 30 settembre 2003 i debiti veri del gruppo Parmalat erano pari a 14,3 miliardi, più del doppio rispetto ai 6,4 indicati nella relazione alla stessa data presentata dalla società, l’ultima firmata da Tanzi”.
5) Il vortice della finanza e delle falsificazioni ha fatto sì che quasi metà delle risorse finanziarie venisse assorbita da interessi e commissioni.
La relazione di Bondi contiene una tabella istruttiva sull’impiego dei 14,2 miliardi di euro complessivamente ottenuti dal gruppo nel periodo 1990-2003. Il grafico che segue indica appunto come è stata distribuita questa gigantesca torta.
Gli investimenti in capitale fisico sono solo l’11 per cento del totale; insieme alle acquisizioni arrivano al 38 per cento. Quasi il 40 per cento è rappresentato dal pagamento di interessi: in valore assoluto si tratta di 2,8 miliardi pagati al sistema bancario e 2,5 pagati agli obbligazionisti. Vedremo però che questi ultimi si troveranno al momento del dissesto con una quota ben superiore dell’indebitamento totale.
Chiosa Bondi (pag. 4): “In definitiva il gruppo si è dimostrato un vero e proprio divoratore di cassa perché cresciuto per linee esterne non redditizie, perché oberato da distrazioni imponenti e perché invischiato, per tentare di occultare lo stato di insolvenza, in operazioni finanziarie di grandi dimensioni e sempre più costose”. Insomma, una produzione di debiti a mezzo di debiti che ha arricchito solo il sistema finanziario internazionale.
Merita poi di essere sottolineato che le uscite non documentate rappresentano il 16 per cento del totale. Si tratta di ben 2,3 miliardi di euro, che pudicamente Bondi definisce “distrazioni” come se fossero dovute solo al fatto che Tanzi si era dimenticato di prendere le pillole per la memoria e si era trovato in tasca qualche spicciolo non suo. In realtà sono i fondi che sistematicamente sono stati sottratti anno dopo anno alla società e agli azionisti di minoranza.
6) Novembre 2003: si scopre che il re è nudo.
A partire dal 2002, il mercato era sempre più nervoso sulla situazione finanziaria di Parmalat: non si capiva perché una società con un indebitamento così elevato avesse una liquidità così ingente. Il nervosismo cresce quando vari indizi dimostrano la difficoltà del gruppo a fare fronte agli impegni di rimborso dei bond in essere e a liquidare i presunti investimenti a breve. Alla fine, l’epilogo scontato: il 18 dicembre Bank of America comunica che il deposito per 4,9 miliardi di dollari che una società del gruppo (ovviamente ubicata alle Cayman Islands) pretendeva di avere presso la filiale di New York della banca, semplicemente non esisteva e il documento esibito da Parmalat era un falso. Una fotocopia, per giunta maldestra: Totò e Peppino avrebbero fatto senz’altro di meglio.
La società viene posta in amministrazione straordinaria e in poche settimane di duro lavoro Enrico Bondi comunica cifre da brivido. Il valore “vero” dell’attivo ammonta a poco più di 2,3 miliardi di euro; il capitale circolante è negativo: quello che resta è praticamente assorbito da crediti privilegiati, a cominciare da quello dei lavoratori. Dedotti i debiti, ne risulta un patrimonio netto negativo per oltre 13 miliardi, come dimostra la figura seguente.
L’importo delle obbligazioni in essere sfiora i 7 miliardi (una parte soltanto delle quali detenuta da banche per effetto di operazioni di private placement) mentre l’esposizione del sistema bancario (in gran parte banche internazionali) è di poco superiore ai tre miliardi. Dunque il peso prevalente del dissesto è stato spostato dal sistema bancario internazionale a investitori privati e anche istituzionali.
7) Il piano di ristrutturazione comporta gravi sacrifici per tutti gli investitori. Nonostante il rilancio produttivo, coloro che hanno sottoscritto obbligazioni Parmalat sono ancora ben lontani dal recuperare il capitale.
Gli azionisti di minoranza hanno quindi perso tutto. Ai creditori (privati risparmiatori e banche) Bondi propone un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue”, in pratica un grande scambio fra debiti e azioni che prevede un abbattimento drastico del valore di recupero (mediamente un quinto del valore del credito). L’approvazione del piano da parte dei creditori consente la quotazione in Borsa nel 2005 e da allora una ripresa significativa dei corsi. Il valore del titolo, da qualche tempo superiori ai 3 euro rispetto a 1 euro di prima quotazione, significa che le percentuali di recupero sono più che triplicate, ma sono ancora ben lontane dal valore dell’investimento iniziale.
Fra qualche anno forse la storia del risparmiatore Parmalat si concluderà come quella del marinaio di Poe che narrava la sua avventura: “Una barca mi trasse in salvo – esausto per la fatica e (cessato il pericolo) incapace di parlare al ricordo degli orrori passati. Quelli che mi avevano preso a bordo erano miei vecchi amici, compagni di tutti i giorni, eppure stentarono a riconoscermi, come se fossi stato uno che tornava dal mondo degli spiriti. I miei capelli che erano stati di un nero corvino, erano bianchi come li vede lei ora. Dicono anche che tutta l’espressione del mio viso era mutata. Raccontai loro la mia storia – ma non mi credettero. Ora l’ho raccontata a lei – ma non mi aspetto che le dia più credito di quanto non gliene abbiano dato gli allegri pescatori di Lofoden”.

 

Articolo completo di grafici e tabelle qui:

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2502&from=index
(1) Vittorio Malagutti, Buconero SpA. Dentro il crac Parmalat, Bari-Roma, Laterza, 2004, pp. 77-78.
(2) Parmalat Finanziaria SpA in amministrazione straordinaria, Prime sette pagine della Relazione del Commissario straordinario sulle cause di insolvenza di Parmalat Finanziaria SpA e società controllate oggetto della proposta di concordato del 21 giugno 2004. (si tratta dell’unica parte del documento pubblicata sul sito della società).

La Fiat di Marchionne

mercoledì, dicembre 20th, 2006

 

 

Non faccio fatica ad ammetterlo: fino a quando non e’ comparso all’orizzonte Sergio Marchionne che nessuno aveva mai sentito nominare prima, ero tra quelli che non avrebbero scommesso granche’ sul futuro della Fiat Auto.

 

Al massimo, e ci stavo gia’ pensando, poteva risvegliare appetiti per il patrimonio immobiliare torinese, e non solo, che aveva nel suo book. Scommetto di non essere stato l’unico a pensarci e, mi ricordo, che gia’ si parlava di un interesse di De Benedetti e Colaninno in quell’autunno rovente del 2004.

 

Poi e’ arrivato Marchionne e tutto e’ cambiato, dal valore delle azioni al marchio e ai modelli, dalla situazione finanziaria a quella industriale. Sopratutto quella industriale: adesso a Torino si fanno tante auto e, finalmente, ci si guadagna a farle.

 

La storia di questo successo nell’intervista che segue. Buona lettura.

 

 

www.panorama.it
Paolo Madron

Partiamo da quando è arrivato, da quell’effetto Carneade che ai più suscitava il suo nome, con tutti che si chiedevano: chi è costui? Da dove viene? Chi l’ha voluto?
Sono entrato nel consiglio d’amministrazione della Fiat perché me lo ha chiesto Umberto Agnelli.

Ma io mi riferivo a quando nello stupore generale l’hanno fatta amministratore delegato.
Dopo che ero arrivato in consiglio sono successe un po’ di cose, a cominciare dall’improvvisa uscita di Giuseppe Morchio, l’amministratore delegato che mi ha preceduto.

Fu Gianluigi Gabetti a chiederle di sostituirlo?
Ufficialmente sì, ma il primo che ha sondato il terreno è stato John Elkann: due giorni prima della mia nomina avevamo cenato insieme a Ginevra.

Sorpreso che avessero pensato a lei?
Sì, ma fino all’ultimo ho sperato che i problemi con Morchio si risolvessero. Già c’erano stati quattro amministratori delegati in due anni. Un quinto mi sembrava francamente troppo.

Troppo per chi?
Per la stabilità di un grande gruppo come la Fiat.

Non l’ha mai sfiorata l’idea che gli Agnelli avessero scelto lei per accompagnare Fiat a una morte dolce?
No, avevo capito che la famiglia non aveva alcuna intenzione di mollare. Erano soli e parecchio sfiduciati.

Comprensibile. Dopo la morte dell’Avvocato al Lingotto è successo di tutto.
Forse non speravano più che la Fiat si potesse riprendere.

Aveva un mandato a vendere?
No. All’inizio mi avevano chiesto di trovare il modo più intelligente per valorizzare il «put» (l’obbligo di General Motors, su richiesta della Fiat, di comprare l’intero capitale dell’Auto, ndr) che la Fiat vantava nei confronti degli americani. Non sapevano bene come venirne fuori.

E oltre al put che altre grane c’erano?
Il prestito convertendo con le banche da 3 miliardi di euro. E poi la situazione industriale, che era il problema maggiore. Solo che se ne parlava di meno.

Perché?
Un po’ per rassegnazione, un po’perché parlare di put o di convertendo aveva più appeal. Ma il problema vero era che producevamo auto in perdita.

Forse si parlava molto di finanza perché per gestione industriale nessuno più sapeva a che santo votarsi.
Avevo capito che risolvere la questione con gli americani e definire i rapporti con le banche voleva dire poterci concentrare sulle attività industriali.

Quando ha capito che la cura poteva funzionare?
Nel 2004 si era già profilato qualche tenue segnale di miglioramento, anche se ero convinto che avremmo fatto due soldi solo nel quarto trimestre del 2005. Era importante anche guadagnare solo un euro, per segnare l’inversione di rotta.

Lei lo sa che l’Auto era data per morta?
Sì, e per questo mi ci sono messo subito di impegno. Ma si parlava d’altro. Quando portavo il discorso sulle auto e i modelli, i miei interlocutori mi guardavano e dicevano: sì, vabbè, ma quand’è che vendete a General Motors?

Sarà perché l’immagine era in caduta libera. Difficile anche per gli ottimisti credere che la Fiat potesse tornare a produrre buone auto.
Le dirò di più: anche dopo l’accordo con gli americani, e la conversione del prestito bancario, nessuno in giro pensava che l’Auto sarebbe riuscita a generare profitti. Fino a quando non lo abbiamo fatto per quattro trimestri di seguito, anche in campo bancario lo scetticismo era totale.

Al suo arrivo cosa l’ha colpita di più?
Ho notato che i manager non sapevano più come generare profitti. Era come se la parola utile fosse stata cancellata dal gergo e dalla cultura Fiat. Ricordo la prima presentazione che mi fu fatta sull’andamento dell’Auto dal vecchio gruppo dirigente, nel giugno 2004: si prevedeva un investimento enorme e una perdita dello stesso importo. Quando uno è geneticamente predisposto a vederla così…

Magari anche in famiglia qualcuno la pensava allo stesso modo
La famiglia era solo stanca di finanziare un’attività cronicamente in perdita.

Quando ha accettato l’incarico ha chiesto carta bianca?
Ci ho pensato un po’, poi ho detto sì senza trattare condizioni e stipendio.

Si dice che lei sia stato un negoziatore durissimo, sia con la General Motors sia con le banche.
Gm e banche contrattualmente non avevano scelta. C’era il futuro della Fiat in bilico e io dovevo proteggere la baracca contro tutti, banche e americani compresi. Con gli istituti di credito poi non c’era nulla da negoziare: i 3 miliardi del prestito dovevano diventare capitale se l’azienda non fosse stato in grado di restituirli.

Si sono sentite con la pistola alla tempia.
Soluzioni di proroga del prestito sono state esaminate, specie dopo l’uscita degli americani. Avevo detto alle banche di restare azioniste: tanto prima o poi sarebbe arrivato il momento di una loro naturale uscita.

Invece parecchie lo hanno fatto subito, vendendo o coprendo l’investimento. Visto dov’è il titolo oggi, c’è da mangiarsi le mani.
Fatti loro, anche se ammetto che con il senno di poi è facile giudicare. A me interessava il convertendo, era la nostra sicurezza. Voleva dire che comunque potevamo contare su 3 miliardi di capitale.

Sul fronte industriale com’è che dalla più cupa disaffezione improvvisamente i marchi del gruppo tornano in auge?
Naturalmente per i nuovi prodotti. E poi per due motivi. L’aver lavorato sul livello organizzativo dell’azienda, smantellando la gerarchia dell’Auto. Il 90 per cento dei manager di primo livello che ho trovato al mio arrivo non ci sono più. Oggi abbiamo un management molto più snello, giovani che non hanno il senso delle idee fallite. E io lavoro con loro dalla mattina alla sera. Secondo: cambiato le campagne pubblicitarie, rendendole meno istituzionali. Spot strani, scioccanti, pensi a quella campagna sull’italianità e a tutte le polemiche che ha creato.

La vettura della svolta?
Da un punto di vista pubblicitario la Croma, lanciata secondo i nuovi criteri. Poi la Ypsilon e la Punto, tutte campagne pensate da giovani creativi.

È vero che avete drasticamente abbassato l’età media dei manager?
Sì, abbiamo ancora qualche cinquantenne, ma la maggior parte sono di quarant’anni o meno.

Lavora per una Fiat forte e sola o la sta facendo ingrassare per darla in dote a qualcuno?
Forte e sola. La Fiat ha tutte le capacità strutturali per esserlo.

L’Avvocato diceva che in futuro sarebbero rimasti sei grandi produttori di auto al mondo
Saremo tra quelli, e non solo nell’Auto, ma anche nei trattori e nei camion.

Lei sta simpatico a Guglielmo Epifani, immagino per la sua propensione a tagliare i colletti bianchi piuttosto che quelli blu.
Il problema delle maggior parte delle organizzazioni dove ho lavorato è l’eccessiva burocrazia. E a creare la burocrazia non sono certo gli operai, ma i colletti bianchi che mantengono tutto un apparato per giustificare la propria esistenza.

Cos’è, l’etica del manager che vuole salvare le fabbriche?
Guardi, appena sono arrivato ho passato 40 giorni a visitare la maggior parte degli stabilimenti. La prima volta che ho visto Mirafiori sono rimasto scioccato dalla mancanza di cura. Non si possono trattare così gli operai. Non voglio fare il sinistrorso, ma non ci può essere un tale dislivello tra l’ambiente in cui vivo io e quello in cui vivono loro. Bagni, docce, spogliatoi, mensa: un disastro.

Ci ha mangiato alla mensa?
Sì, malissimo. Una mensa da barboni, alla Oliver Twist. Se ci va adesso è un’altra cosa.

Lei è di sinistra?
Non lo sono, non mi vedo come tale.

E come si vede?
Come uno che ha la responsabilità di gestire 180 mila persone, le quali ogni mattina si chiedono dove le sto portando.

Basta un equivoco sulla sua uscita dal gruppo e in borsa il titolo perde 3,5 punti. Ce n’è abbastanza per titillare Narciso e sentirsi indispensabili.
Nessuno è indispensabile. E provo un fastidio personale quando si parla di me.

Allora fondamentale: ammetterà che alcuni uomini lo sono.
Che gli uomini siano fondamentali non c’è dubbio. Ma non solo io. Questa organizzazione rispetto a tre anni fa ha uno spessore molto diverso. Lavoro perché il futuro della Fiat non dipenda né da me né da pochi altri.

Stiamo andando a parare sul concetto di leadership?
In Italia parlarne è complicato. Dico solo che per me gli elementi chiave sono due: gestire il cambiamento e la gente.

Lei è per costruire solo auto e camion o tiene conto che Fiat vuol dire anche «Corriere della Sera», Mediobanca….
No, io mi occupo solo di Fiat.

Mi pare che la partecipazione nel «Corriere» dipenda dalla Fiat.
Il Corriere appartiene a quella tipologia di partecipazioni, chiamiamole sociali, che non possono essere toccate. Nel contesto italiano non è irrilevante.

Ma a lei piacciono i giornali?
Mi piacciono i giornalisti intelligenti. E ancora di più se scrivono bene. Per esempio, mi è piaciuto quando, in un suo articolo, “Il Foglio” ha lamentato il rischio di una mia esposizione mediatica.

Detto di lei che non appare mai mi sembra cercare il pelo nell’uovo.
Ha criticato il rischio associato a quello che fai per dire che l’esposizione mediatica non aiuta. Sono d’accordo. Io voglio avere successo industriale, di apparire sui giornali non me ne importa nulla.

Chi la sta leggendo potrebbe rilevare la contraddizione.
Lo faccio per la Fiat, perché è una importante gratificazione per tutti coloro che hanno contribuito al rilancio.

Lei che gira tanto il mondo, perché l’Italia è sempre considerata così poco a livello internazionale?
L’Italia non è apprezzata per la sua capacità industriale e per la credibilità di quello che dice. Da italiano non mi piace che sia così.

Ci sarà un motivo..
Sì, ma c’era anche un motivo del perchè la Fiat perdeva, ed è stato risolto.

Non è eccessiva la presenza delle banche nel sistema?
Credo che ci siano delle funzioni strutturali in qualunque sistema, Italia inclusa. Ma credo anche che in certi frangenti le banche debbano fare cose che esulano dalla normale sfera di operatività. Il caso del convertendo Fiat è un esempio.

Cosa sarà la Fiat di qui a dieci anni?
Di sicuro il più grande gruppo industriale italiano, con il 60 per cento delle attività all’estero. Il doppio di quanto non sia oggi, senza però chiudere stabilimenti in Italia.

Che cosa manca per dire che la sua missione è compiuta?
Arrivare ai risultati del 2010, quando faremo 5 miliardi di utile operativo: 10 mila miliardi di lire, è un bel numero tondo. Quest’anno ne faremo più di 1,8. Allora saremo in grado di produrre quasi 3 milioni di automobili.

Quindi fino al 2010 non si muoverà da qui.
Spero nemmeno dopo. Avrò 58 anni, è un po’ presto per andare in pensione.

Lei è ricco?
Sulla carta, calcolando le mie stock option, non mi lamento.

Cosa vuol dire essere ricchi?
Apprezzo il denaro, ma non che me ne freghi più di tanto. Non stavo male prima di venire qui, non sto male adesso Vengo da una famiglia modesta, mio padre Concezio era maresciallo dei carabinieri.

Concezio?
È nato il giorno dell’Immacolata e la mia famiglia era molto cattolica..

Si può essere ricchi anche perché si spende pochissimo.
Vero. Infatti come faccio io a spendere se lavoro sempre?

Per tradizione alcuni amministratori delegati di quest’azienda prima o poi si sono fatti prendere dalla tentazione di diventarne azionisti. Qualcuno persino di scalarla.
No, mai. Le stock option vanno bene, ma null’altro.

Nel 2010 questa Fiat di cui lei ha delineato i numeri avrà ancora la famiglia Agnelli come azionista di riferimento?
Sono sicuro e spero proprio di sì.

Strano, lei che viene da una cultura anglosassone la facevo amante della public company.
Non c’è niente di sbagliato nel capitalismo familiare, anzi. Rispetto ai fondi, per esempio, è un approccio di lungo termine, non speculativo. Il guaio è quando le famiglie vogliono a tutti i costi gestire. Se hanno la capacità, facciano pure.

Beh, in questo gli Agnelli sono sempre stati lungimiranti. Hanno preferito delegare a manager di peso: Vittorio Valletta, Cesare Romiti, adesso lei.
Sì, ma hanno saputo anche ribadire il loro ruolo di azionista forte quando l’anno scorso, attraverso l’Ifil, hanno deciso di riportare la partecipazione in Fiat al 30 per cento.

Cosa cambiava mai se restavano al 22?
Cambiava che con un azionariato più diviso non sarei stato così sicuro che questi risultati sarebbero arrivati. Si sarebbe creata instabilità a livello di capitale, e il giocattolo avrebbe potuto interessare a qualcuno che aveva obiettivi diversi dal risanamento.

Talvolta però le famiglie si devono difendere da se stesse, specie quando la progenie è numerosa.
Sono d’accordo con lei che è molto più difficile governare numeri grandi che piccoli. Ma la famiglia Agnelli storicamente ha avuto il merito di salvaguardare una continuità interna.

È vero che state predisponendo il ritorno di Lapo Elkann?
No. Io voglio bene a Lapo, ma sono convinto che parte della sua crescita come leader passi attraverso esperienze esterne alla Fiat.

Cosa ha pensato quando a Mirafiori hanno contestato Epifani?
Quei fischi sono il prodotto di un contesto molto confuso. L’elaborazione di questa Finanziaria è stata lunga e travagliata. Fino a quando non ci saranno certezze il Paese resterà inquieto.

Perché secondo lei il segretario della Cgil non perde occasione per elogiarla?
Non so, forse perché sono convinto che i sindacati debbano condividere la strategia industriale del gruppo. Altrimenti la Fiat non andrebbe da nessuna parte.

Due anni fa, in un convegno a Firenze, aveva detto che se non ce l’avesse fatta a ottenere risultati entro il 2007 se ne sarebbe andato.
Beh, normale no? Se uno si mette in gioco deve portare avanti quello che dice, sapendo che su quello verrà giudicato.

Contatti con la politica?
Nessuno. Rispondo solo se mi chiamano. Ultimamente mi hanno chiesto un parere sugli incentivi alla rottamazione per eliminare le auto che inquinano.

Allora pro domo sua…
No, se ne avvantaggiano tutti. Anzitutto i consumatori, poi i produttori: noi, i francesi, i tedeschi e i giapponesi. Non ho mica chiesto il bonus solo per chi compra un’auto Fiat.

Lei, checché lamenti «il Foglio», tiene il profilo basso. Forse per compensare quello opposto del suo presidente?
Io e Luca di Montezemolo conviviamo benissimo. Abbiamo caratteristiche talmente diverse che finiamo per essere complementari. Il ruolo di Luca come presidente della Fiat è importante per la sua esperienza e il suo carisma.

Allergia alle regole

martedì, dicembre 19th, 2006

 

 

L’Italia e’ un Paese evidentemente pieno di allergie.

 

Una delle repulsioni piu’ diffuse e’ quella alle regole. Chi le conosce le evita, come diceva un vecchio slogan che non ricordo nemmeno piu’ a cosa si riferisse di preciso.

 

Ma, mi chiedevo poco fa leggendo l’articolo dell’Economist tradotto da Internazionale che segue, l’allergia alle regole perche’ e’ cosi’ diffusa e cosi’ pervicacemente sostenuta e difesa? Eppure da’ problemi a tutti allo stesso modo, compresi spesso perfino i furbi e i potenti.

 

Perche’ cosi’ tanti italiani odiano le regole secondo voi?

 

 

-Da “Internazionale” (tratto da “The Economist)
Alcuni lo chiamano Guidone. Guido Rossi, presidente di Telecom Italia dal 15 settembre, dopo le dimissioni a sorpresa di Marco Tronchetti Provera, è grande sia per statura fisica sia per reputazione. Da trent’anni è un nome di spicco negli ambienti d’affari italiani. Dopo gli studi alla Harvard law school e un saggio sul diritto fallimentare americano, si è costruito una buona fama di avvocato aziendale attento alle regole del mercato. Ha lavorato sia nel settore privato sia in quello pubblico, è stato senatore e consulente di diritto societario della Commissione europea. Dirige uno studio legale e ha una solida reputazione di mediatore e signor Aggiustatutto.

L’incarico a Telecom Italia segna il ritorno di Rossi alla società che ha guidato per dieci mesi nel 1997, durante una privatizzazione politicamente insidiosa e giuridicamente complessa. Prima ancora, Rossi era stato chiamato alla Ferruzzi-Montedison, crollata dopo lo scandalo di tangentopoli. L’anno scorso ha avuto un ruolo decisivo nella riuscita della scalata di Abn Amro su Banca Antonveneta. Recentemente ha svolto l’incarico di commissario straordinario della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), piombata nel caos dopo lo scandalo delle partite truccate.

UN PIO DESIDERIO
Purtroppo i suoi sforzi per fare pulizia negli ambienti del calcio hanno dato gli stessi scarsi risultati di tutti gli altri sforzi fatti per cercare di cambiare il mondo degli affari e della finanza italiano. “Nel calcio gli interessi economici erano molto più forti di quelli sportivi”, spiega Francesco Saverio Borrelli, l’ex capo del pool Mani pulite incaricato da Rossi di indagare nel marcio del calcio. Quel marcio ha scosso perfino l’imperturbabile signor Rossi. “Il calcio non voleva regole, voleva solo che io risolvessi i suoi problemi”, spiega.

A settembre ha dato le dimissioni ed è passato a Telecom Italia. Il gigante delle telecomunicazioni era nella bufera: il presidente Marco Tronchetti Provera si era dimesso dopo che il suo progetto di vendere Tim, la società di telefonia mobile, aveva provocato uno scontro con il governo. Una delle prime mosse di Rossi, dopo aver rilevato l’incarico, è stata di chiedere a uno dei più stretti collaboratori del suo predecessore, Carlo Buora, di scegliere se fare il vicepresidente esecutivo a Telecom oppure l’amministratore delegato alla Pirelli, una società della famiglia Tronchetti Provera che è la maggiore azionista di Telecom Italia. Buora ha scelto di rimanere a Telecom. “Ha capito le mie ragioni”, spiega Rossi, che è convinto di aver finalmente liberato il gruppo dall’influenza di Pirelli.

Ma sembra che questo sia più che altro un pio desiderio. Infatti, un mese dopo le dimissioni, Tronchetti Provera e altri azionisti di Telecom Italia hanno depositato presso la Consob un patto di sindacato che vincola le quote di Pirelli a quelle della famiglia Benetton, di Mediobanca e delle Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è il maggiore azionista.

Il patto detiene il 23 per cento di Telecom Italia. “In Italia molti consigli d’amministrazione si limitano a protocollare decisioni prese con accordi segreti ed esterni. È la legge a permetterlo”, spiega Rossi. Questi accordi sono la sua bestia nera da molto tempo, insieme alle scatole cinesi che consentono a uomini d’affari come Tronchetti Provera di controllare società quotate pur possedendo solo piccole quote. “Nel 1982, quando diventai presidente della Consob, speravo che i progressi nella trasparenza contabile e nelle comunicazioni societarie avrebbero contribuito ad allargare il mercato azionario italiano, ma è stata fatta poca strada”, dice Rossi.

NON SEMPRE VINCONO I BUONI
Senatore della sinistra indipendente tra il 1987 e il 1992 e garante di Libertà e Giustizia, un’associazione culturale e politica nata nel 2002, Rossi non teme le polemiche, prende posizioni su questioni di principio e dice sempre quello che pensa. John Andrew, presidente di Eidos Partners, una banca d’affari indipendente che ha collaborato con Rossi su vari progetti dalla fine degli anni ottanta, sostiene che è “un uomo in gamba e con un cervello di prim’ordine, anche se a volte va sopra le righe”. Una volta, per esempio, ha detto che l’unica differenza tra l’ufficio del presidente del consiglio e una banca d’affari è che i banchieri parlano l’inglese. Alcuni lo accusano di essere una primadonna. Anche se fosse vero, sarebbe un peccato veniale rispetto ai suoi meriti. In un paese come l’Italia, Rossi sembra troppo buono per essere vero.

In una prospettiva più ampia, il problema è che, a 75 anni, Rossi fa parte di un ristretto gruppo di avvocati italiani intelligenti e dotati di principi, ma che stanno oramai invecchiando. A New York, osserva un esperto milanese, ci sono molti avvocati che la pensano come Rossi, che ha studiato ad Harvard. Non si può dire lo stesso invece per l’Italia, che ha un urgente bisogno di persone come lui.
“I peggiori mali di questo paese sono il rifiuto delle regole e l’avversione per il cambiamento”, lamenta Rossi. Finora i suoi tentativi di curare la malattia sono stati vani.

Dal dollaro all’euro

martedì, dicembre 19th, 2006

 

 

Non c’e’ molta simpatia tra Iran e Stati Uniti, questo e’ noto.

 

Bush li accusa di essere tra i principali finanziatori del terrorismo globale e loro insistono con i programmi atomici. Cosi’ non meraviglia che gli iraniani abbiano deciso di fare a meno del dollaro, moneta sotto pressione gia’ per cause interne tutte americane.

 

Sara’ il primo di una lunga serie di tradimenti del dollaro? Adesso si capisce anche meglio perche’ gli americani abbiano fatto il possibile per osteggiare la moneta unica europea …

 

 

www.repubblica.it
Il governo iraniano ha ordinato alla banca centrale di convertire in euro le attività denominate in dollari detenute all’estero e di rimpiazzare la divisa Usa con quella europea nelle transazioni con l’estero e negli scambi internazionali.

Lo ha annunciato il portavoce del governo Gholam Hossein Elham. La decisione è stata adottata in risposta alle pressioni degli Stati Uniti sulle Nazioni Unite per adottare sanzioni contro l’Iran per il suo controverso programma nucleare. Elham ha aggiunto che anche il budget dell’Iran sarà calcolato in euro.

‘Le risorse dall’estero e le entrate petrolifere saranno calcolate in euro e le riceveremo in euro per mettere fine alla dipendenza dal dollaro”, precisa un portavoce del governo iraniano, secondo il quale “procederemo anche al cambio dei nostri averi all’estero, il che include sia le entrate delle esportazioni, sia le fonti di finanziamento internazionali”.

Per ora l’euro resta stabile sul mercato valutario, attorno a 1,31 dollari. La moneta europea passa di mano a 1,3098 contro 1,3106 dollari delle indicative della Bce di venerdì scorso. In calo il dollaro/yen a 117,96, in attesa delle decisioni della Boj sui tassi d’interesse giapponesi. Euro/yen a 154,5 contro 155.04 delle rilevazioni ufficiali.




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