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Archivio di novembre, 2006

Il cielo di Sky

giovedì, novembre 30th, 2006

 

 

Quattro milioni di famiglie sono abbonate a Sky. Un successo che ormai si commenta da solo e comincia a spaventare seriamente la Rai, ma soprattutto Mediaset.

 

Spaventa perche’ Sky sta prendendo il pubblico piu’ giovane e piu’ affluente, richiestissimo dai pubblicitari. E di pubblicita’, solo di quella, vive Mediaset che annuncia di poter perdere anche un terzo del fatturato se passa la legge Gentiloni che, secondo Confalonieri, e’ una vendetta politica e favorisce Murdoch e Sky.

 

La verita’, probabilmente, e’ che il sistema televisivo italiano e’ stato bloccato su un duopolio per anni per ragioni politiche, e adesso la tecnologia si prende la rivincita.

 

E siamo solo all’inizio.

 

 

www.corriere.it
Non e più una nicchia. Non e più per un’elite. Sky in Italia è cresciuta in modo esponenziale e ormai rappresenta un “pericolo” per Rai (meno) e Mediaset (di più). Gli ascolti crescono — Sky oggi sfiora il 7% nella giornata media e nelle serate di grande calcio arriva al 12% — la pubblicità dilaga. E se il telespettatore, soprattutto di telefilm su Fox, non e felice dell’inserimento dei molti spot, i vertici della pay tv lo sono. Eccome. Perche questo aumenta i ricavi a dismisura. Del resto ieri perfino il presidente Mediaset, Fedele Confalonieri, lo ha ammesso, lanciando un grido d’accusa. A causa del ddl Gentiloni, Mediaset rischia di perdere almeno “un quarto del suo fatturato”. All’assemblea Frt (Federazione Radio Televisioni), Confalonieri parla addirittura di “vendetta politica” contro l’azienda di Berlusconi (una tesi, questa, respinta dal ministro Gentiloni che sottolinea la “coerenza con le posizioni del centrosinistra che ha da anni”) e di “atteggiamento totalmente favorevole nei confronti di Sky”. Il massimo vertice di Cologno Monzese non ha esitato a parlare dell’ex amico Rupert Murdoch come del nemico: “Lo chiamano il Cavaliere Bianco o anche “The Shark” (lo squalo), e lui il convitato di pietra e ha il completo favore di questa legge”.

E tra gli uomini pin vicini a Murdoch c’e Tom Mockridge, amministratore delegato di Sky Italia che, forte dei 4 milioni di abbonati in tre anni, spiega cosi il successo: “Sky e cresciuta moltissimo dal lancio perché abbiamo fornito una vasta scelta di intrattenimento e di informazione agli utenti italiani. Una scelta sempre più ampia, grazie a nuovi canali e tecnologie innovative: l’Alta definizione, le funzioni active per lo sport e Sky Tg24, My Sky, ovvero il decoder intelligente che registra in qualità digitale. E poi la gente ha capito che Sky e la tv per tutta la famiglia, ciascuno può scegliere l’offerta che preferisce in ogni momento del giorno. Per questo il nostro tasso di fedeltà e tra i più alti in Europa per una pay tv”.

Ma Mockridge signorilmente “rifiuta” che vi sia una crisi di Rai e Mediaset per “colpa” di Sky: “È sbagliato parlare di crisi della tv generalista in Italia. Rai, Mediaset, La7 e le tv locali rimangono forti ed, insieme, sono viste da milioni di spettatori. Come ovunque in Europa, c’e spazio per una pay tv e altre piattaforme. La sola differenza e che, in Italia, il cambiamento e avvenuto in ritardo rispetto ai cambiamenti internazionali”.

E anche i vertici di Mediaset e Rai sono convinti che il nostro Paese viaggi più lentamente rispetto al mercato televisivo europeo. È ovvio, pero, che ognuno cerchi di venirne fuori al meglio. Spiega Alessandro Salem, direttore generale Mediaset: “Sky certamente e un polo forte, il duopolio non esiste più, come accade in molti mercati esteri. Quella che invece e un’anomalia solo italiana e la rilevante presenza pubblicitaria sulla pay tv. Perche Sky ha limiti di affollamento diversi da quelli della tv commerciale gratuita e questo e molto penalizzante per noi che viviamo solo di pubblicita. In più, loro possono trasmettere un numero illimitato di canali mentre noi abbiamo vincoli molto rigidi”.

A questo punto e evidente che nel mercato Sky e Mediaset sono proprio rivali. Aggiunge Salem: “Il pubblico disposto a pagare la tv è proprio il pubblico Mediaset, quello attivo, commerciale, più giovane: il target più interessante per la pubblicità. Un target ora conteso anche da Sky ma su cui stiamo mantenendo la nostra quota di mercato. Su questo target è invece la Rai a essere un po’ in difficoltà, con un pubblico piuttosto invecchiato”.

Ma da viale Mazzini non ci stanno. Giancarlo Leone, vicedirettore generale Rai, arringa: “In realtà, se andiamo a fare i conti, nessuno perde davvero poiché c’e una crescita assoluta di telespettatori. Tutte le analisi dimostrano che cresce il tempo libero e la tv tematica sta aiutando l’incremento della televisione. La Rai certo quest’anno non ha perso nulla. Diverso è il discorso per Mediaset. Detto questo — conclude Leone — dobbiamo parlare di più ai giovani. Stiamo organizzando seminari interni su come rivolgerci e catturare quel pubblico che ora sceglie Sky”.
Su una cosa sono d’accordo entrambi: la tv generalista deve dire addio al calcio e al cinema, due generi troppo costosi. Meglio puntare su prodotti fatti in casa, come fiction e intrattenimento.

 

Jingle Bell

giovedì, novembre 30th, 2006

 

Dietro la denuncia di Tronchetti Provera presentata contro ignoti oggi per la vicenda dell’acquisto di Telecom Italia a prezzi gonfiati e manipolati, si sente e si vede la longa manus di Guido Rossi.

 

Tronchetti ha deciso di impugnare la sciabola e di non esitare a definirsi truffato da quello che avvenne in quell’estate del 2001, quando prese il comando, ahilui, della grande e tribolata, manco a dirlo, azienda delle telecomunicazioni italiana.

 

La denuncia e’ contro ignoti, ma i destinatari si possono intuire:

 

“L’ipotesi, neanche troppo velata, che emerge dalle indagini partite dall’esposto di Tronchetti Provera è che dunque sarebbero stati i due ex manager delle coop rosse a far lievitare il titolo di Olivetti, sostenendola in Borsa proprio nel periodo delle trattative per la cessione Telecom, d’accordo con i soci della Bell. E proprio la società lussemburghese di Gnutti sembra essere diventata il punto di contatto con le varie indagini scaturite sull’affare Telecom. Si riesumano perfino vecchie intercettazioni. Come una della fine del 2004 di Gianpiero Fiorani, dove l’ex amministratore delegato della Popolare di Lodi, intercettato per l’inchiesta sul fallimento Hdc, canticchia al telefono con un suo collaboratore la famosa canzoncina di Natale: «Jingle Bell, jingle Bell…». Solo che il riferimento non è alle campane ma all’inchiesta sulla Bell di Gnutti che i pm milanesi proprio in quel periodo avevano deciso di archiviare.”

 

E’ un altro capitolo della vicenda dei Furbetti del quartierino che torna d’attualita’.

 

Mi viene spontaneo un parallelo:

Tronchetti fu probabilmente truffato davvero. Ma e’ Tronchetti Provera e quindi adesso cerchera’ di farsi restituire il maltolto. Hanno le stesse probabilita’ di rivedere i propri quattrini anche i piccoli investitori coinvolti loro malgrado nelle vicende Cirio e Parmalat?

 

Vedremo.

 

 

 

 

www.lastampa.it
È uno dei motori delle inchieste che ruotano intorno alle vicende Telecom: un esposto presentato alla fine dell’aprile scorso da Marco Tronchetti Provera per sostenere di essere stato truffato nell’acquisto di Telecom nell’estate del 2001. La denuncia contro ignoti, tenuta finora rigorosamente segreta, ha fatto aprire un’indagine alla Procura milanese che si è andata ad aggiungere ai vari filoni già aperti sul caso con l’inchiesta Antonveneta e poi con il fascicolo Unipol-Gnutti. Nell’esposto si analizza l’andamento del titolo Olivetti (che controllava Telecom) nel periodo giugno-luglio di quell’anno, sostenendo in pratica che venne artatamente gonfiato fino ad essere pagato dalla Pirelli quasi il doppio del suo valore di mercato. Nella ricostruzione della cessione Telecom alla Pirelli, già si parlò di «un concerto» per tenere alto il prezzo di Olivetti, quando nell’estate del 2001 Pirelli e Benetton pagarono alla Bell di Emilio Gnutti 4 euro per azione per il controllo del gigante telefonico, mentre i corsi di Borsa erano all’incirca la metà, quotando il titolo Olivetti appena a 2,25 euro. Inizialmente il prezzo elevato venne spiegato con il fatto che in questo modo Pirelli avrebbe evitato di lanciare un’Opa. Cinque anni dopo però Tronchetti Provera ha ritenuto che in quella vendita qualcuno si avvantaggiò illecitamente.

Una ricostruzione che per gli inquirenti porta dritto a quella super parcella da 50 miliardi di lire scoperta nei conti di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, gli ex numeri uno di Unipol, e pagata dal finanziere bresciano Emilio Gnutti per una non meglio specificata consulenza. L’ipotesi, neanche troppo velata, che emerge dalle indagini partite dall’esposto di Tronchetti Provera è che dunque sarebbero stati i due ex manager delle coop rosse a far lievitare il titolo di Olivetti, sostenendola in Borsa proprio nel periodo delle trattative per la cessione Telecom, d’accordo con i soci della Bell. E proprio la società lussemburghese di Gnutti sembra essere diventata il punto di contatto con le varie indagini scaturite sull’affare Telecom. Si riesumano perfino vecchie intercettazioni. Come una della fine del 2004 di Gianpiero Fiorani, dove l’ex amministratore delegato della Popolare di Lodi, intercettato per l’inchiesta sul fallimento Hdc, canticchia al telefono con un suo collaboratore la famosa canzoncina di Natale: «Jingle Bell, jingle Bell…». Solo che il riferimento non è alle campane ma all’inchiesta sulla Bell di Gnutti che i pm milanesi proprio in quel periodo avevano deciso di archiviare. Fiorani se la ride, trovando molto divertente il fatto che, grazie a una perizia di due professori della Bocconi, non sia risultato, nessun profilo di frode fiscale sulla plusvalenza intascata dalla società di Gnutti dalla vendita di Telecom. Il divertimento durerà poco. Anche perché un mese fa, con un colpo di scena i pm milanesi hanno richiesto al gip il fascicolo su Bell per riaprire le indagini, bloccando il pagamento della consulenza ai due periti della Bocconi. Che cosa ha convinto i magistrati a fare marcia indietro? Mistero. «Un elemento nuovo acquisito alle indagini», dicono genericamente in Procura. C’è chi parla di un supertestimone, di cui però non si trova traccia. Particolare non secondario: uno dei due magistrati che ora si occupano di Bell, il pm Laura Pedio, è la stessa che ha condotto l’inchiesta su Hdc.

Viaggi della speranza

giovedì, novembre 30th, 2006

 

Negli anni settanta le coppie italiane andavano in Svizzera ad interrompere le gravidanze perche’ in Italia non era consentito dalla legge.

 

Adesso vanno in Spagna o in Grecia a coronare il sogno di una paternita’ o maternita’ che la demagogia italiana ha deciso di impedire. Per legge.

 

Questo e’ il bel risultato di una delle tante norme tutto meno che liberali approvate nella scorsa legislatura, quella che pensa bene di vietare agli italiani quello che invece e’ possibilissimo nelle strutture sanitarie appena confinanti. E non certo in Paesi dalla leggendaria apertura liberaldemocratica, tipo Scandinavia oppure Olanda o Inghilterra, ma in nazioni che negli anni sessanta avevano ancora Francisco Franco e la garrota o i Colonnelli.

 

“Il dato certo è che negli ultimi tre anni i viaggi delle coppie italiane infertili all’estero in cerca di un bambino «in provetta» sono quadruplicati, passando da 1.066 a 4.173.”

 

Tutti soldi che vanno all’estero vittime della demagogia di destra e di sinistra. La stessa demagogia che ci impedisce di avere il nucleare che invece hanno a dieci chilometri dalla Liguria.

 

Come ho letto da qualche parte: i politici italiani forse sanno quali sono le riforme da fare. Ma non sanno come farsi rieleggere dopo averle fatte.

 

Dev’essere per questo che non le fanno per niente.

 

www.corriere.it
Vanno soprattutto in Spagna, perché lì ci sono strutture organizzate con tanto di interpreti al servizio dei pazienti, medici italiani o bilingue. Oppure scelgono il Belgio o la Svizzera. Il dato certo è che negli ultimi tre anni i viaggi delle coppie italiane infertili all’estero in cerca di un bambino «in provetta» si sono quadruplicati, passando da 1.066 a 4.173. Questi i dati presentati a Roma dall’Osservatorio sul turismo procreativo, che hanno confrontato la situazione precedente all’approvazione della legge 40 sulla fecondazione artificiale e quella attuale. Nei 27 centri di 10 Paesi considerati nell’indagine si è rilevato «un aumento significativo della presenza di italiani», afferma Andrea Borini, presidente dell’Osservatorio e dei Cecos (Centro Studi e Conservazione Ovociti e Sperma Umani) Italia.

METE – La Spagna, come detto, è la meta più ambita: ai centri spagnoli che si rivolgono ormai oltre 1.300 coppie italiane infertili, incoraggiate da una rete di servizi sempre più efficiente, completa di interpreti e di medici che parlano italiano, e attratte dalla legislazione, che ammette la donazione di ovociti e spermatozoi e alla possibilità di praticare la diagnosi genetica pre-impianto. Numerose anche le coppie che vanno in Belgio (775) e in Svizzera (740). Alti costi e difficoltà linguistiche ostacolano, invece, il turismo procreativo verso la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In aumento anche l’affluenza di coppie italiani verso Austria e Repubblica Ceca, Slovenia e Grecia.

Questa la situazione nel dettaglio:
- SPAGNA: è la meta preferita dalle coppie italiane, aumentate da 60 a 1.365 in tre anni; nei 7 centri spagnoli di riferimento considerati nell’indagine gli italiani rappresentano fra il 10% e il 50% dei pazienti. Il fenomeno è in deciso aumento, anche grazie all’ottima organizzazione spagnola al servizio del turismo procreativo, con tanto di interpreti al servizio dei pazienti, medici italiani o bilingue. Ad attrarre, secondo l’indagine, sono anche le ampie possibilità previste dalla legge spagnola. Tra queste, la diagnosi pre-impianto e la selezione del sesso del nascituro (quest’ultima, però, consentita solo nel caso di malattie legate ai cromosomi sessuali). Una delle tecniche più richieste dalle coppie italiane è la donazione di ovociti, che prevede un rimborso per le donatrici (spesso studentesse o comunque donne molto giovani) compreso fra 2.000 e 3.000 euro. In Spagna c’è infatti un fiorente mercato di gameti.

- BELGIO: ogni anno almeno 775 italiani si rivolgono al Belgio per la fecondazione artificiale e Bruxelles si conferma tra le principali mete in Europa. Ad attrarre è soprattutto la Free University, il maggiore centro europeo specializzato, con 3.500 cicli l’anno. Qui dopo la legge 40 le coppie italiane sono raddoppiate (dal 5 all’11% del totale dei pazienti). La diagnosi pre-impianto è la tecnica più richiesta.

- SVIZZERA: alta (almeno 740 coppie) la presenza delle coppie italiane (molte provenienti dalla Lombardia) soprattutto a Lugano. Ad attirare le coppie è la possibilità di congelare gli embrioni, mentre è vietata la donazione di ovuli e la diagnosi pre-impianto è permessa solo sul globulo polare, il corpuscolo che viene espulso dall’ovocita appena fecondato.

- GRAN BRETAGNA: alti costi e difficoltà linguistiche sono un deterrente per la coppie italiane, che si rivolgono soprattutto a centri con medici che parlano italiano. Nonostante ciò il numero delle coppie italiane è quadruplicato, passando da 25 a 100, concentrate essenzialmente a Londra. Tra le tecniche più richieste dai pazienti, la diagnosi genetica pre-impianto.

- STATI UNITI: come la Gran Bretagna, sono un riferimento solo per chi ha elevate possibilità economiche e conosce la lingua. Le coppie italiane si rivolgono soprattutto alla Cornell University di New York, American Fertility Services e università di Harvard. Ma solo in quest’ultima il numero delle coppie italiane è aumentato, passando dallo 0,5-1% all’1-2% del totale.

- AUSTRIA E REPUBBLICA CECA: l’affluenza di italiani è aumentata sensibilmente, passando da 22 a 500 coppie. -

- SLOVENIA: serve soprattutto l’area di Trieste. A Lubiana, dopo la legge 40, gli italiani sono diventati il 10% dei pazienti.

- GRECIA: le coppie italiane si concentrano a Salonicco e sono attualmente il 12-15% del totale dei pazienti. 

“I compagni che sbagliano”

mercoledì, novembre 29th, 2006

 

Giampaolo Pansa l’ho visto tante volte quando, negli anni ottanta e novanta,
scrivevo per l’Espresso a Roma.

Mi aveva sempre dato l’idea di uno di sinistra, ma diverso. Molto diverso, per esempio dall’insopportabile Giorgio Bocca e cui scrissi anche una e-lettera nel 2000 da FinanzaWorld (Caro Giorgio Bocca …) che i Fwiani piu’ “antichi” ricorderanno.

Negli ultimi anni i libri che rivedono il mito della Resistenza hanno procurato a Pansa, in parti uguali, sostegni e vendite, ma anche attacchi personali e contestazioni pesanti. Quasi che uno di sinistra, per giunta giornalista, debba per forza essere provvisto di paraocchi ideologici e pregiudizi assortiti.

In questi giorni torna in libreria un suo libro del 1980,  L’utopia armata, in cui Pansa 26 anni fa scriveva sul terrorismo in modo diverso da tanti pseudo-intellettuali dell’epoca che preferivano chiudere occhi ed orecchie e chiamare i terroristi “compagni che sbagliano”.

Alcuni di loro oggi formano un bel po’ della nostra classe dirigente e discettano di calcio e politica nei talk show tv.

Perlomeno fanno meno danni di allora.
www.ilgiornale.it

Esce oggi il libro di Giampaolo Pansa “L’utopia armata” (Sperling & Kupfer). Ne pubblichiamo l’introduzione

Per poco non mi è costato la pelle, questo libro sul terrorismo. Nella primavera del 1980 un gruppo di killer rossi, la «Brigata 28 marzo», una specie di sottomarca milanese delle più famose Br, decise di uccidere tre giornalisti. Il primo dell’elenco era Marco Nozza, inviato de “Il Giorno”. Lui doveva morire per i suoi articoli sulla violenza armata, sempre schietti e coraggiosi. Lo cercarono senza trovarlo: stava a Torino per seguire un processo a Prima linea.

Allora passarono al secondo della lista, il sottoscritto. Lavoravo a “La Repubblica” e avevo pubblicato da poche settimane il libro che state per leggere. Mi trovarono a Milano, mi pedinarono e decisero il giorno e l’ora della mia morte. A salvarmi fu il caso: la sera precedente avevo preso l’ultimo aereo diretto a Roma per tornare in redazione. Implacabili, quei burocrati dell’assassinio decisero di eliminare il terzo: Walter Tobagi, inviato de “Il Corriere della Sera” e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti. E stavolta ci riuscirono: uccisero Walter la mattina del 20 maggio 1980.

Quando scrissi questo libro, tutto doveva ancora accadere. E non potevo sapere nulla quando il volume uscì presso l’editore Laterza, nel marzo di quell’anno. Cominciai a sapere qualcosa nell’autunno 1980, dopo che i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa arrestarono il capo della «28 marzo». Il terrorista confessò, fece catturare i complici e spiegò perché aveva ucciso Tobagi, dopo aver tentato di ammazzare Nozza e me. Appresi così qual era una delle mie colpe: questo libro, per l’appunto.

Oggi i tempi sono molto cambiati. Per fortuna il terrorismo rosso e nero è stato sconfitto. Quello che non è ancora scomparso è il virus che sta alla base di tutte le violenze armate: il mito di qualche rivoluzione, l’intolleranza, l’aggressività nei confronti di chi non la pensa come certi gruppi violenti, la voglia prepotente di intimidire e di aggredire chi ha un’idea della vita e della politica diversa da quella che anima le tante piccole bande che si credono il sale della terra. Anche il terrorismo rosso, al quale è soprattutto dedicato questo libro, all’inizio sembrava poca cosa nelle mani di poche persone. Poi è diventato il mostro che ci ha perseguitato per quasi vent’anni. […]

Quando tutto ebbe inizio, più o meno trenta anni fa, la borghesia moderata italiana rivelò ancora una volta la sua straordinaria capacità di riconoscere all’istante i propri nemici. Quelli che si firmavano «Brigate rosse» erano terroristi di sinistra, avevano come bersaglio la vita dei borghesi e come obiettivo la distruzione della loro sicurezza. Lo dimostravano le vittime dei primi colpi di pistola: dirigenti industriali, magistrati, giornalisti conservatori, politici democristiani e chi aveva il compito di difenderli, gli uomini dei corpi di polizia. A chi faceva osservare che il terrorismo rosso in realtà lavorava contro la sinistra e per una restaurazione autoritaria, i moderati davano una risposta pratica e chiara: forse poteva anche essere così, e a lungo andare sarebbe stata la sinistra a uscirne con le ossa rotte; ma per ora erano soltanto uomini della borghesia a cadere […] Dunque, «quelli» erano loro avversari, assassini che volevano prendersi un certo numero di vite, e andavano combattuti come tali.

A sinistra, invece, dinanzi a quei primi colpi di pistola molti non vollero vedere né sentire. […] Soltanto alcuni ebbero l’onestà di ammettere subito che il terrorismo delle Brigate rosse e dei gruppi affini nasceva in casa, tra le file delle sinistre, e andava messo sul conto del Sessantotto, tra i frutti marci di quella straordinaria stagione di grandi slanci, di enormi sciocchezze e di terribili errori.

Quelli che sparavano, infatti, non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli «scazzi» durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell’era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano, profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del «mai più senza fucile».

Questi erano i terroristi che cominciammo a incontrare all’inizio degli anni Settanta. Ma fra le molte sinistre non si volle ammettere che erano facce note e alcune, un tempo, anche facce amiche. Circolò una tacita parola d’ordine: rifiutare il «problema terrorismo» come problema della sinistra e negare che un certo numero di compagni si fossero messi a sparare, a rubare, a sequestrare. Così gli opportunismi di partito, la paura di essere coinvolti in un discorso amaro, e un’invincibile tendenza ad autoingannarsi, strinsero alleanza e generarono un doppio errore.

Il primo fu quello di non voler riconoscere l’identità politica delle bande clandestine e di classificarle come semplici gruppi criminali. Questo avvenne soprattutto con le bande marginali, prima fra tutte quella del «22 ottobre» di Genova, che non si fregiavano della leadership di laureati a Trento, bensì della guida più modesta di operai e sottoproletari. Quando l’origine politica delle bande non poté più essere smentita, si commise il secondo errore: quello di sfuggire alla verità con l’aiuto di figure che avevano, sì, a che fare con la politica, ma erano figure di comodo, immagini continuamente diverse, talora contrastanti, però sempre false. Fu l’epoca del camuffamento. Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse, di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero.

Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel «compagni» suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia. Ma l’immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare […], Così «il compagno che sbaglia» non rappresentò soltanto un’altra figura di comodo: fu l’alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini, e per non riconoscere che il terrorismo rosso era per le sinistre e per la democrazia un nemico ancora più pericoloso di quello nero.

Come non ricordare il tempo dell’ipocrisia, gli anni sino al ’74? Il mito dell’avanguardia armata andava ancora forte e sembrava in grado di attenuare la delusione per i tanti slogan scanditi invano. […] Quante volte, di fronte a una classe politica imbelle e spesso marcia, di fronte a un sistema di alternative bloccate che non offriva speranze a nessuno e tanto meno ai più giovani, quante volte non abbiamo pensato: «Meglio le Brigate rosse di chi froda il fisco, di chi ruba nelle casse statali, di chi specula sulla salute del prossimo»?

Le indagini della polizia erano pure azioni provocatorie contro l’opposizione di classe, la scoperta delle basi clandestine semplici messe in scena delle questure, i giudici impegnati nelle indagini sul terrorismo di sinistra ciechi persecutori delle avanguardie ai quali non si doveva credere, mai, a nessun costo. E quando venne sequestrato il procuratore Sossi, molti videro in quel rapimento la giusta lezione inflitta a un magistrato conservatore e una lunga beffa giocata allo Stato democristiano e dei padroni. Poi anche i terroristi rossi fecero i loro primi morti. Accadde a Padova nel ’74. Ma poiché era stato versato sangue missino, neppure quelle due vite spezzate bastarono.

Per spiegare un delitto che non rientrava nello schema del Robin Hood vendicatore però mai assassino, certuni inventarono per i loro lettori una macchinosa storia di faide interne al neofascismo che s’erano coperte con la sigla brigatista. Altri si rallegrarono, dal momento che i morti erano fascisti e quindi, secondo lo slogan, soltanto carogne, tornate finalmente nelle fogne.

Altri ancora continuarono a dire: «Sì, uccidono. Ma hanno delle idee e lottano per cambiare questa società». E così, alla ricerca di quali idee avesse il terrorismo, ogni volantino venne studiato come la bozza di un progetto politico elaborato da compagni che forse continuavano a sbagliare ma che era importante ascoltare. Per la stessa ragione, ogni fuga dal carcere sembrò un’evasione dai Piombi dello Stato Imperialista delle Multinazionali. Ogni generale dei carabinieri impegnato a dar la caccia a chi sparava fu definito un repressore del dissenso, un germanizzatore per conto del compromesso storico, un potenziale golpista. Ogni clandestino preso con le armi in pugno ispirò a pietosi cronisti racconti gonfi di rammarico. E in queste cronache, anche i killer assassini, anche gli addetti alla bassa macelleria del terrorismo, ebbero diritto al titolo di «militanti rivoluzionari» e persino a quello di «combattenti» (contro chi? contro le vittime dei loro omicidi?).

Ci vollero altri anni, e molti altri morti, e soprattutto l’assassinio di un operaio comunista e di un giudice amato dalle sinistre, perché quasi tutti aprissero gli occhi. Allora, sia pure in ritardo, si fecero alcune scoperte banali. La clandestinità non produceva politica, ma soltanto una disperata caricatura della politica. La guerriglia non creava consensi, ma unicamente volontà di reazione e misure di sicurezza a danno della libertà di tutti.

Il partito armato non aveva per la società italiana alcun progetto né riformatore né rivoluzionario perché si era sempre mosso lungo due ipotesi soltanto distruttive: trasformare la democrazia in un regime autoritario, in un nuovo fascismo, e, come fanno tutti i bravi cacciatori di teste, aggiungere assassinio ad assassinio. Oggi, finalmente, il terrorismo ci appare per quella cosa povera e feroce che è sempre stato. Brigate rosse, Prima linea e le più piccole bande sono un insieme di squadroni della morte che in quasi dieci anni hanno saputo costruire una cosa sola: la paura.

L’Italia del dopoguerra aveva dimenticato quest’ombra nera, l’ombra di chi ti aspetta mentre vai al lavoro o rientri a casa, e ti uccide. Adesso gli squadroni della morte l’hanno rimessa accanto alla nostra vita. E ogni giorno vediamo ricominciare la paura. La paura di chi è stato colpito. La paura di chi teme di esserlo. La paura di chi, pur sentendosi fuori dal mirino di quelle pistole, osserva sgomento ciò che gli accade intorno; l’uomo ridotto a preda da terrorizzare e poi da abbattere […]. In questo modo, la storia del terrorismo italiano è, in realtà, la storia delle vittime del terrorismo. Infatti, che cosa potranno mai raccontare nei loro diari di battaglia gli squadroni della morte? Non certo l’inizio della guerra proletaria, non la fine del capitalismo, e neppure la distruzione dello Stato.

Avranno soltanto da annotare una serie interminabile di atti violenti contro l’uomo, mascherati da «campagne di guerriglia» o da «fronti di combattimento», avranno soltanto da elencare i nomi degli innocenti assassinati […] È la povertà delle opere del terrorismo, e assieme la loro ferocia, ad aver suggerito questo libro. Accanto alla vicenda di uno dei tanti dannati dal mito dell’insurrezione, le storie qui raccolte sono quasi tutte moderne storie di briganti narrate da un versante scelto di proposito: quello di coloro che hanno provato sulla propria vita a che cosa conduce la logica dell’annientamento e la tecnica della caccia all’uomo. Certo, ci sono anche altre vicende da ricostruire […]. Ma oggi bussano alla nostra porta e chiedono di essere ascoltate queste voci, le voci di chi è stato spinto, inconsapevole, nell’inferno di una guerra dichiarata da una parte sola.

Chindia

mercoledì, novembre 29th, 2006

 

China e India uguale Chindia.

 

Sono stato molte volte in questi Paesi negli ultimi tre anni. E Italia-Google, il mio ultimo libro che molti di voi conoscono, e’ stato scritto in parte durante questi viaggi.

 

La paura di questi due giganti in azione si sente dappertutto in Occidente, mentre facciamo i conti con l’invecchiamento della nostra popolazione e la nostra scarsa produttivita’ prima che industriale, creativa ed innovativa.

 

Eppure non c’e’ altro modo per confrontarsi con Chindia se non dialogare. Usando le lingue globali della finanza e della tecnologia.

 

Perche’, nel Simulmondo, Cina ed India sono vicinissime.

 

 

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Marco Zatterin

Forse non tutti sanno che un’operazione chirurgica a Nuova Delhi costa in media il 5 per cento di quanto si paga nei grandi e sviluppati Paesi dell’Occidente. E che, attirati dai saldi ambulatoriali, lo scorso anno 150 mila fra europei e americani sono volati in India per sottoporsi con successo, e a quanto pare con soddisfazione, a interventi che vanno dalla liposuzione all’operazione a cuore aperto. Non a caso, le compagnie assicurative britanniche, leste a capire come gira il mondo degli affari, si preparano a proporre polizze che prevedono il ricovero in ospedali indiani, con viaggio, soggiorno e trattamento chirurgico compresi. Un dottore di Bombay curerà i nostri organi vitali e ci rimetterà in sesto a prezzi scontati. Col tempo ci abitueremo anche a questo. Del resto, ormai è chiaro, nel 2050 saremo tutti indiani. O, in alternativa, cinesi.

Tutti orientali
Dati alla mano, l’ex presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn sostiene che difficilmente ci sarà scampo: «Saremo dominati». Entro 25 anni le economie di Cina e India, insieme, peseranno più degli Otto Grandi. Di qui alla metà del secolo, i due Paesi asiatici moltiplicheranno il prodotto interno lordo di 22 volte; le cigolanti ex locomotive euroatlantiche cresceranno appena di due volte e mezzo. «Forse», precisa il 73enne australiano naturalizzato americano. Perché l’Occidente «non sta investendo abbastanza per predisporre le nuove leve a cavalcare il cambiamento». L’impero di Chindia, termine coniato dall’economista indiano Jairam Ramesh per dare un senso allo strapotere congiunto del Dragone e dell’Elefante, si fonda su dinamismo, flessibilità e su una lungimiranza che in questa parte dell’emisfero sembriamo aver dimenticato. Non è una novità. Gli storici stimano che già nel sedicesimo secolo Cina e India producevano metà della ricchezza del mondo allora noto. Adesso si preparano a ripetere l’exploit, amplificato dal circolo virtuoso di consumi e produzione che si alimenta anche grazie al lubrificante dell’innovazione tecnologica.

Più tecnici e meno avvocati
È facile formare e mettere in pista i migliori ingegneri del pianeta se, come avviene in India, ogni settimana si vendono un milione di nuovi abbonamenti alla telefonia cellulare. Le imprese guadagnano e investono senza requie nel futuro. Il loro. La Cina risponde bruciando materie prime e macinando primati di crescita, oltre il 10% per il quadriennio 2003-2006. L’anno venturo scenderà al 9,8, cosa di cui nessuno a Pechino potrà lamentarsi. Bill Gates sostiene che la forza di Chindia è «la burocrazia intelligente». Il finanziere d’assalto Usa John Doerr ha notato che quando si parla con le figure di vertice in Cina, «ci si confronta con ingegneri e tecnici che capiscono subito quello che sta succedendo. Gli americani non ce la fanno, sono tutti avvocati». Adeguarsi al cambiamento è la chiave del successo. Ci vuole anche un Paese immenso e popolato da gente che vuole archiviare un passato povero, oltre che diritti umani non sempre garantiti e sindacati inesistenti. Il tempo dovrebbe migliorare la situazione. Il business porterà altro business e lo sviluppo consoliderà il progresso sociale. Almeno così si spera.

Sfruttare le disparità
Oggi l’intelligenza e il talento sfruttano anche la disparità. Vale l’esempio dell’editore Simon & Schuster che, per costruire la libreria digitale di casa, ha inviato i suoi volumi in India e pagato dei dattilografici 50 dollari al mese per copiarli su dischetto. In patria avrebbe speso venti volte tanto. Sfruttamento? Anche. Ma da ogni affare nasce un affare. E se il governo indiano rileva che il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (12% in Cina), può trovare conforto nell’osservare che il campione si assottiglia mentre crescono i miliardari, ventitrè contro gli otto cinesi. La graduale evoluzione verso un reddito accettabile gonfia i consumi su cui si regge il castello. Le imprese ci credono e pompano denaro nel mercato. Quelle indiane, quest’anno, hanno già comprato oltre cento aziende straniere. Altro che rete di call center.

La scommessa di Chindia, e del nostro avvenire di indiani o cinesi, gira intorno al popolo delle campagne. Metà degli ex sudditi del Celeste Impero vive ancora di agricoltura. In India sono sei su dieci. Cambieranno residenza e lavoro. Soprattutto consumeranno sempre di più e sosterranno la corsa dell’economia. Rischiamo di essere schiantati. A meno che, assicura Wolfensohn, non si provi a muoversi come loro. Si deve dialogare, interagire, capire. Farsi curare a Delhi, se serve. Poi investire in Cina e India con un approccio globale. «Quanti hanno veramente compreso – si chiede l’ex della Banca Mondiale – che l’Africa non è più il paniere dell’Europa, ma il nuovo fronte di attacco cinese?».

L’economista Carlo Cipolla, scomparso nel Duemila, ha studiato la dinamica che ha sovrinteso al funzionamento delle grandi civiltà ed è giunto alla conclusione che la sopravvivenza degli imperi maturi richiede un continuo aumento della produttività. La sua convinzione finale, però, fu che «è tipico degli imperi maturi fornire risposte insoddisfacenti a questa sfida cruciale». Citava Roma, i regni arabi, Carlo V. Se Europa e Stati Uniti hanno esaurito la capacità di essere all’altezza del loro successo allora il ciclo è veramente chiuso. Il prossimo, è sotto gli occhi di tutti, sarà all’insegna di Cina e India. La differenza rispetto al passato è che stavolta il vincitore farà dei prigionieri, così si salverà chi saprà capire il cambiamento. A ben vedere, nella trasformazione si potranno porre le basi per un nuovo secolo euratlantico. Se il riscaldamento globale non ammazzerà prima tutti. La Storia in genere si ripete. La differenza è che il conto diventa ogni volta più salato.

Brogli o non brogli

mercoledì, novembre 29th, 2006

 

 

Alla fine i piu’ arrabbiati con Deaglio e con il suo film in DVD sui presunti brogli nelle recenti elezioni politiche sono proprio quelli del centrosinistra che in teoria voleva aiutare.

 

Sono arrabbiati perche’ hanno capito, certo con un lieve ritardo, che se qualcosa si finisse per trovare si dovrebbe tornare alle urne subito o quasi e il centrodestra, secondo i sondaggi, stravincerebbe.

 

Insomma una specie di autogol.

 

Oltretutto Deaglio, che pero’ ha fatto un bel business e quindi gongola visto che il suo DVD non si trova piu’ da nessuna parte e tutti adesso sanno chi e’, manderebbe a casa anche quei 400 neo-parlamentari non eletti da nessuno perche’ la nuova legge elettorale ha abolito anche i nostri voti di preferenza.

 

E questi ci rimetterebbero la pensione che scatta dopo i famosi 30 mesi. La situazione e’ seria, ma non e’ grave come direbbero i satiri degli anni sessanta che tanto rimpiango.

 

www.corriere.it

All’inizio era successo il contrario: la Casa delle libertà a parlare di montatura, l’Unione di giallo da chiarire. Normale visto che il grande broglio, è la tesi del film, sarebbe stato organizzato proprio dal centrodestra con un file infilato nella rete informatica del Viminale. Adesso le parti si sono invertite. C’è stato tempo per studiare come funziona la macchina elettorale. E c’è stato il tempo di capire che se i brogli venissero davvero dimostrati si potrebbe anche tornare al voto. E infatti ora è la Cdl a cavalcare l’onda della riconta, mentre a sinistra si moltiplicano dubbi e cautele.

Il diessino Stefano Passigli è quello che entra nel merito in modo più diretto: «Basta fare un’addizione per smontare la tesi di Deaglio» è il titolo del suo intervento sul Riformista di ieri.
Da tecnico spiega come funzionano le operazioni di spoglio: «Il conteggio informatico fatto dal Viminale non ha valore legale. Quelli che fanno fede sono i calcoli fatti dalle corti d’appello e dalle prefetture, documenti cartacei su cui quel file nulla potrebbe». Al telefono Passigli non riesce a darsi una spiegazione: «Deaglio certo non è sospettabile di filoberlusconismo ma così alza una palla formidabile per la Cdl che chiede di ricontare tutti i voti e magari pure nuove elezioni. È autolesionismo». Anche perché — spiega Renzo Lusetti della Margherita — «se andassimo a votare adesso chiaramente saremmo sotto. Tra un anno saremo avanti perché la Finanziaria avrà sortito i suoi effetti benefici, ma ora…». Sì, ma del documentario di Deaglio cosa ne pensa? «Ci sono delle singolari coincidenze ma di brogli non si può parlare a meno che non ci siano prove schiaccianti. E qui sinceramente non ne vedo».

Spingendosi più a sinistra, le parole si fanno più diplomatiche, ma il ragionamento è lo stesso. Paolo Cento (Verdi): «Mi meraviglierebbe molto se Deaglio avesse preso una cantonata ma davvero non riesco a capire cosa c’entra questo file con i conti che sono fatti sui verbali cartacei. Attenzione a non fare in modo che anche a sinistra prenda piede una delegittimazione del risultato elettorale». Giovanni Russo Spena qualche dubbio in più ce l’ha, forse perché nella sua sezione, a Marano, le bianche sono crollate del 13 per cento. Ma la conclusione è più o meno la stessa: «Le stranezze ci sono — spiega — ma senza prove non si può gridare allo scandalo. Già sento dire quelli della Lega che non possiamo decidere sulle tasse perché non siamo regolarmente eletti. Se l’antipolitica travolge persino il momento del voto siamo alla fine».

Forse meno conosciuta fuori dal Palazzo, ma esperta del settore come capogruppo dell’Ulivo nella Giunta per le elezioni della Camera, Donata Lenzi ci va giù duro: «Non mi risulta che Deaglio abbia contattato gli uffici di Camera e Senato per avere i dati ufficiali. Non solo. Quando glieli ho portati, proprio alla presentazione del documentario, lui non li ha nemmeno presi. Uno fa una ricerca e non si interessa nemmeno delle fonti?». Deaglio cade dalle nuvole: «Ma scherziamo? Quei due volumi lei se li è riportati via, figuriamoci se non li avrei presi. Me li mandi subito per corriere». Battibecco a parte, il direttore di Diario entra nel merito delle contestazioni che gli arrivano da sinistra: «Certo, valgono i verbali su carta. Ma come fanno a tornare i conti se il Viminale si era sbagliato sul numero delle schede nulle e qualche giorno dopo fu costretto a correggere il tiro?». E il rischio di delegittimare le istituzioni e alla fine tornare al voto, magari con un risultato diverso? «Io sono di sinistra — spiega — ma faccio il giornalista. Sarebbe contrario alla mia concezione di sinistra sapere che c’è una cosa che non si può dire perché altrimenti si alterano gli equilibri politici. Sarebbe una vigliaccheria».

Troppe tasse in Italia (firmato Ocse)

mercoledì, novembre 29th, 2006

 

 

Un mese e piu’ fa, quando il dibattito e la polemica sulla Finanziaria era alle prime battute, scrivevo su questo Blog che sarebbe stata una legge in due tempi.

 

Il primo tempo: mettere tutte queste nuove tasse a chi le dovra’ pagare per forza, i soliti noti. E fin qui e’ facile. Il secondo tempo: far emergere gli evasori fiscali, altrettanto soliti ed altrettanto noti, e gonfiare la rete delle riforme strutturali ormai non piu’ rimandabili, pena la serie C2.

 

Anche l’Ocse pensa che, al momento, nella legge Finanziaria ci sia solo il primo tempo. Il secondo e’ tutto da giocare.

 

www.lastampa.it

Alessandro Barbera

 

La frase, anche tradotta, non lasciava troppo spazio alla fantasia: «In Italia la correzione di bilancio è interamente dovuta a un aumento di tasse senza alcuno sforzo serio di riduzione della spesa». Ovvio che il giudizio sulla Finanziaria Prodi dato dall’Economic Outlook dell’Ocse non è passato inosservato. Quando dal quartier generale parigino dell’Ocse ieri sera è partita la rettifica, a Roma e Bruxelles la frase era già caso politico. «La versione preliminare del testo contiene un errore materiale». La frase corretta dice che «in Italia la correzione è dovuta principalmente alla maggiore pressione fiscale e sono necessari più sforzi per ridurre la spesa». Frase cambiata, senso (quasi) identico.

Resta il giudizio (a voce) del capo economista Jean-Philippe Cotis: «Il risanamento dei conti è necessario ma non sufficiente: servono ampie riforme strutturali per tutta l’economia», poiché alcuni settori sono «sovraregolati», con «problemi strutturali sulla competitività». Restano diverse – anche se solo di qualche decimale – le previsioni sul risanamento: per l’Ocse il deficit del 2007 si attesterà al 3,2% e non al 2,9-3% previsto da Tesoro e Commissione europea. Per Parigi insomma, seppur di poco e nonostante la pesante manovra, l’anno prossimo l’Italia sforerà di nuovo i limiti di Maastricht. Non la pensa così il commissario Ue agli Affari monetari Almunia, per una volta è intervenuto a difesa del governo italiano: «Rimaniamo fermi alle previsioni presentate qualche settimana fa: l’Italia è al 2,9%. So che ci sono altre istituzioni come l’Ocse che hanno altre stime. Siamo diversi, capita. In ogni caso le maggiori entrate fiscali andrebbero impiegate per ridurre il peso del deficit».

I numeri

Secondo l’Ocse – al contrario non solo dell’Ue, ma anche del Fondo Monetario – non solo l’Italia chiuderà il 2007 al 3,2% del Pil (sarebbe il quinto anno consecutivo), ma lo farebbe anche nel 2008, raggiungendo il 3,3%. Scarti minimi, pari a due-tre miliardi di euro che secondo il Tesoro sarebbero dovuti a ragioni tecniche: «La definizione di spesa per interessi usata dall’Ocse deriva dalla contabilità nazionale e non dai criteri di Maastricht. Nel 2005 la differenza ha rappresentato lo 0,15-0,2% del Pil. Se ne deduce che il deficit, calcolato con i criteri europei si attesterebbe nel 2007 al 3%, in linea con il 2,9% previsto anche dalla Commissione».

Crescita

Deficit a parte, nell’Outlook non mancano giudizi positivi sull’andamento dell’economia. «L’Italia – scrivono gli esperti di Parigi – con la crescita all’1,8% nel 2006 ha messo la parola fine a quattro anni e mezzo di quasi stagnazione». Parigi però conferma – come del resto aveva fatto il Tesoro – che la manovra nel 2007 farà rallentare un po’ la corsa: +1,4%, un decimale in più delle ultime previsioni di maggio. Per il 2008 la stima è a +1,6%. Prosegue e migliora il lungo trend positivo dell’occupazione, che «ha di nuovo superato quella della produzione nella prima metà del 2006». L’Ocse prevede un aumento dell’1,7% per quest’anno, contro il +0,6% rilasciato in precedenza. Nel 2007 la stima sale da +0,4% a +0,8%, nel 2008 l’aumento è atteso all’1%.

La polemica

Il documento dell’Ocse ha ovviamente attizzato lo scontro fra maggioranza e opposizione. Il centro-destra la definisce una «sonora bocciatura della Finanziaria». Per l’ex ministro di An Gianni Alemanno il giudizio «lontano da ogni condizionamento politico, delegittima Prodi e tutti gli esponenti della sinistra». Silenzioso l’ex ministro Giulio Tremonti, da Forza Italia arriva il punto di vista del fedelissimo Giorgio Jannone: «Le nostre critiche alla manovra ora trovano conferma». Il responsabile Economia dei Ds Cabras rimanda l’accusa al mittente: «L’opposizione sorvola sulle sue responsabilità di governo, e sui cinque anni durante i quali si è prodotto lo sbilancio». Nella maggioranza esce dal coro il radicale Capezzone: «Io sono un parlamentare leale, ma essere leali non può voler dire essere sordi, ciechi e muti. Purtroppo il problema segnalato dall’Ocse c’è tutto».




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