I vantaggi delle minoranze
mercoledì, maggio 31st, 2006Regole e arbitri.
Il pallone e’ scoppiato perche’ le
regole erano manipolate da arbitri
venduti e corrotti.
Le banche italiane sono finite all’
estero per mancanza di regole competitive
e per colpa di arbitri come Fazio.
L’universita’ affonda a colpi
di convenzioni di favore con enti pubblici,
per dare lauree a gente che non fa esami.
E intanto le aziende italiane continuano a
muoversi tra conflitti di interesse
di ogni genere, comprese le aziende quotate.
Le regole sono sempre aggirate perche’
gli arbitri sono ben disposti a guardare
da un’altra parte, quando lo spirito della
norma e’ eluso, insieme alla sua sostanza.
E’ il caso del Presidente del collegio
sindacale che deve essere nominato dalla
minoranza. Ma siccome le aziende italiane
piu’ grandi sono controllate con scatole
e scatolette e patti di sindacato, e’ facile
mettersi d’accordo e scambiarsi favori.
Stiamo inventando i vantaggi delle minoranze.
-Da Luca Piana per “L’Espresso”
E se il controllato si sceglie l’arbitro da solo? L’argomento non va forse circoscritto allo ‘scandalo Moggi’ che agita il mondo del pallone. Accade infatti che anche nel sistema finanziario tre grandi società quotate in Borsa, Telecom Italia, Autogrill e Fiat, abbiano visto le ultime assemblee dei soci diventare teatro di altrettanti blitz in tema di controlli e controllori, tali da far discutere gli osservatori più attenti.
Nelle società quotate il primo fra gli arbitri chiamati a vigilare sul rispetto delle regole indossa i panni austeri di membro del collegio sindacale. Il suo ruolo da sempre si presta a un interrogativo: come può un sindaco, un professionista regolarmente retribuito per svolgere il proprio compito, fare davvero le pulci a chi lo ha nominato? A spezzare questa collusione aveva provato la legge sul risparmio, varata lo scorso 28 dicembre dopo mille difficoltà e rinvii.
I provvedimenti per favorire quei sindaci decisi a fare i ‘rompiscatole’ sono stati due. Primo: basta ora la volontà di un solo sindaco per fare controlli più mirati e di utilizzare nelle indagini i dipendenti dell’azienda. Secondo: il presidente del collegio non sarà scelto dalla maggioranza, ma fra i candidati espressi dalla minoranza, attraverso il voto di lista. Per gli esperti, un fattore determinante: “Il presidente ha un ruolo trascinante: guida i lavori e gode di un’autorevolezza che gli viene dall’incarico ottenuto in assemblea”, dice Gianni Pasini, commissario Consob ai tempi di Guido Rossi e oggi collaboratore di NedCommunity, associazione che si batte in favore di regole trasparenti nelle quotate.
A pochi mesi dalla legge, però, si sono susseguite alcune assemblee dove azionisti in teoria di minoranza, in realtà legati da stretti intrecci con i soci di controllo, si sono aggiudicati la presidenza del collegio sindacale. Ha iniziato Telecom il 13 aprile. La lista della presunta minoranza era composta da una serie di soggetti fra i quali spiccavano controllate di Banca Intesa, Capitalia e Generali, tutte partecipanti al patto di sindacato di Pirelli che permette a Marco Tronchetti Provera di mantenere il controllo del gruppo telefonico.
La compagnia d’assicurazioni triestina, in particolare, per i soci forti di Telecom non è certo un’estranea. Oltre a Pirelli, partecipa infatti a Schemaventotto, la finanziaria non quotata della famiglia Benetton – a sua volta alleata di Tronchetti – dov’è custodito il controllo di Autostrade. E proprio nel collegio di Schemaventotto sedeva fino a poco fa Paolo Golia, nuovo presidente dei sindaci Telecom. Se in questo caso Generali è scesa in campo assieme ad alcuni fondi comuni, in Autogrill ha deciso di fare da sola. Il suo candidato era Luigi Biscozzi e lui, grazie alla riforma, è diventato presidente dei sindaci. Dettaglio cruciale: pure Autogrill è controllata dai Benetton.
Qualche piccola variante al copione si è vista il 3 maggio all’assemblea Fiat. Qui il candidato dei fondi era Gianfranco Zanda, tecnico non necessariamente ostile ai torinesi, visto che siede nel consiglio di amministrazione dell’Università Luiss presieduto da Luca Cordero di Montezemolo, numero uno di Fiat. Alla fine, tuttavia, la lista dei fondi è stata sbaragliata da quella presentata da Generali e Mediobanca, che hanno collocato alla presidenza Carlo Pasteris, commercialista quasi ottantenne già rappresentante degli azionisti di risparmio di Fiat. Mossa pro Montezemolo o tesa a mettergli un mastino alle calcagna? Difficile dire. Mediobanca e Generali sono però legate agli Agnelli da un patto di consultazione che, pur privo di effetti giuridici, sancisce che i firmatari “hanno a cuore la continuità della compagine azionaria” di Fiat.
Come si vede in questi casi spicca il ruolo di Generali, vero puntello del capitalismo italiano. La compagnia spiega di aver voluto esercitare il diritto-dovere di controllo sulle partecipate, nell’interesse dei propri assicurati e investitori. “Generali però è un grande gruppo con interessi propri, non sempre in linea con quelli degli azionisti di minoranza. Il suo intervento tradisce lo spirito della nuova legge”, osserva Pasini. È probabile poi che con le norme attuative della riforma (promesse dalla Consob per l’autunno) per garantire la presenza di indipendenti negli organi di tutte le quotate, i casi simili a Telecom, Autogrill e Fiat si allargheranno ad altri soggetti. Toccherà forse alle stesse Generali, che nel 2008 vedrà la soglia richiesta per presentare liste di minoranza scendere dal 3 al 2 per cento del capitale. “Da come stanno andando le cose”, dice Pasini, “il rischio è che in futuro assisteremo a un mercato delle minoranze: oggi tu fai un favore a me, domani lo ricambierò”.




























