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Archivio di aprile, 2006

Il lavoro 2006

giovedì, aprile 27th, 2006

A Marco Biagi non e’ stato nemmeno sufficiente
essere ammazzato da quello che restava delle BR.

La legge conosciuta con il suo nome ha continuato
ad essere accusata delle piu’ ampie nefandezze,
mentre le statistiche e i dati sono molto diversi.

Il problema del precariato giovanile in Italia
non dipende dalla Legge Biagi, ma dalla differenza
di qualita’ di un lavoratore rispetto ad un altro,
insomma: dalle sue capacita’ professionali.

Quello che dicono le statistiche (di seguito
potete leggere tutto, nel dettaglio, nel bell’
articolo sul tema di Pietro Ichino) e’ molto
semplice: le aziende assumono a tempo indeterminato
i migliori e lo fanno anche in fretta.

I migliori sono i piu’ digitali, i piu’
preparati e in linea con i bisogni e
i mercati delle imprese globali.

Qualcuno se ne meraviglia?

-Da Pietro Ichino www.corriere.it
Chi accusa la legge Biagi di aver aumentato il lavoro precario sbaglia bersaglio: i dati dimostrano che tra il 2001 e il 2005 la quota di contratti a termine sul totale dell’occupazione, aumentata dal 12 al 14% nel corso degli anni ’90, è rimasta stazionaria. Forse sono aumentati coloro che restano a lungo «impigliati» nel precariato: la soluzione è nella formazione e nell’orientamento.

Ma le differenze di produttività tra lavoratori sono cresciute e ora i più deboli rischiano di «impigliarsi» nella trappola dell’impiego fuori standard.

Qualche giorno fa in un talk-show televisivo abbiamo sentito un autorevole membro del governo uscente affermare che il merito di un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro creati in Italia nel corso dell’ultima legislatura sarebbe della legge Biagi; e abbiamo sentito un autorevole esponente della nuova maggioranza replicare che la legge Biagi sarebbe, piuttosto, la causa principale dell’aumento del lavoro precario. Nessuna delle due affermazioni è seriamente sostenibile, se si ragiona sui dati disponibili.

I dati Istat dicono due cose. La prima è che il forte aumento dell’occupazione complessiva in Italia ha avuto inizio nel 1998, ha raggiunto la sua punta massima del +2,6% nel 2001 ed è poi proseguito dal 2002 al 2005 in modo assai meno marcato; se bastasse (ma non basta) la coincidenza temporale per individuare gli effetti prodotti dalle leggi sull’occupazione, il merito di quell’aumento parrebbe dover essere attribuito al «pacchetto Treu» del 1997 molto più che alla legge Biagi del 2003. La seconda cosa che si trae da quei dati è che la quota dei contratti a termine rispetto al totale dell’occupazione è aumentata — di circa due punti, dal 12% al 14% — nel corso degli anni ’90, ma non nel corso dell’ultima legislatura: la riforma del 2001, varata in accordo con Cisl e Uil e respinta dalla Cgil, non ha prodotto per nulla gli effetti di liberalizzazione dei contratti a termine preconizzati allora dal governo Berlusconi.

Degli effetti delle leggi dell’ultima legislatura sulle collaborazioni autonome continuative, sostituite dal nuovo «lavoro a progetto», abbiamo già scritto nei giorni scorsi: la materia non è stata certo liberalizzata, ma regolamentata in modo più stringente. Neppure questa forma di lavoro precario ha comunque fatto registrare un’espansione negli ultimi due anni: semmai il contrario. Quanto al «lavoro a chiamata» e al «contratto di inserimento», essi sono stati quasi del tutto ignorati dalle imprese.
La sola conclusione che può trarsi dall’insieme di questi dati è che le misure di politica del lavoro adottate dal governo Berlusconi non hanno prodotto né gli effetti di liberalizzazione del mercato attribuiti loro dal governo stesso, né quelli di precarizazione del lavoro attribuiti loro dall’opposizione. Come per un verso si può escludere che quelle misure abbiano segnato un miglioramento decisivo nelle performances del nostro mercato del lavoro, per altro verso, piaccia o no, si deve escludere che il fenomeno del lavoro precario ne sia stato causato o favorito in modo apprezzabile (alla stessa conclusione arriva, sulla base di dati di fonte in parte diversa, Luca Ricolfi nel suo ultimo libro Tempo scaduto, edito dal Mulino).

Resta da chiedersi perché il precariato sia oggi percepito diffusamente come problema più grave rispetto al passato, visto che la statistica non ne conferma un aumento complessivo rilevante. È ben vero che, secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia, di coloro che sono passati dal non lavoro nel 2004 a un lavoro dipendente o autonomo nel 2005, il 40,5% l’ha trovato nella forma del contratto a termine, del lavoro interinale o del lavoro a progetto: percentuale che era andata lentamente crescendo negli ultimi anni. Ma se la quota complessiva di quei contratti di lavoro precario resta contenuta ben al di sotto del 20% del totale, questo significa che in due casi su tre (se non tre su quattro) essi si trasformano abbastanza rapidamente in lavoro a tempo indeterminato.

Il problema è che dei casi in cui il lavoro precario funge effettivamente da canale di accesso al lavoro stabile nessuno parla: quelli che «fanno notizia» sono solo i casi in cui questo non accade, in cui il lavoratore resta impigliato a lungo nella trappola del lavoro precario. Ora, può essere che la quota dei «precari impigliati» rispetto al totale sia aumentata più di quanto sia aumentato complessivamente il lavoro precario; ma se questo è il problema, esso non nasce né dalla legge Treu né dalla legge Biagi: esso nasce invece dall’aumento delle disuguaglianze di produttività tra gli individui nella società postindustriale, cui le imprese reagiscono aumentando le disparità di trattamento. Questo problema può essere affrontato soltanto col rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più (ciò per cui una fase di maggiore mobilità all’inizio della carriera lavorativa è indispensabile); mentre aumentare il costo del loro lavoro rischia di condannarli alla disoccupazione.

Ridurre drasticamente la possibilità di lavoro a termine o aumentarne il costo — come si propone ora di fare il nuovo governo — può solo rendere la vita più difficile alla parte più debole dei giovani che si affacciano sul mercato. Non dobbiamo dimenticare che nel 1977, quando l’alternativa era soltanto tra il lavoro stabile e la disoccupazione, il contratto di formazione e lavoro (sostanzialmente un contratto a termine, della durata di uno o due anni, con retribuzione ridotta) venne introdotto per iniziativa del sindacato e delle forze politiche di sinistra, proprio per favorire l’accesso dei giovani. E nell’ultimo ventennio attraverso quella «porta» sono passati ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi, dei quali — qui i dati disponibili parlano chiarissimo — più di due terzi hanno visto il contratto a termine trasformarsi, alla sua scadenza, in contratto di lavoro ordinario. Il nuovo governo farà bene a non dimenticare quell’esperienza.

“Stiamo lavorando per noi”

martedì, aprile 25th, 2006

“Stiamo lavorando per voi”.

Un cartello che ci siamo abituati a vedere
come una clamorosa beffa, dopo l’inganno, sulle
nostre malandate e costosissime Autostrade.

I Benetton, con una ‘brillante’ operazione
finanziaria, acquisirono il controllo della
rete e l’hanno gestita senza evidenti vantaggi
per l’utenza, negli ultimi anni.

L’annuncio di questi giorni, a cavallo di
ponti e vacanze assortite e in assenza di
un nuovo Governo, ha sollevato un vespaio
di polemiche politiche, mentre pare apprezzato
dal mercato finanziario che come sempre vota
con il portafoglio e vede bene il dividendo
straordinario che precedera’ la ‘fusione’.

Dividendo che portera’ un sacco di soldi
ai Benetton che hanno fatto un affare d’oro.

Come si fa a biasimarli?

Comanderanno, a quanto pare di capire, gli
spagnoli che avranno la maggioranza della
societa’, Abertis, company che avra’ sede
a Barcellona forse pure per ragioni fiscali.

Altra sconfitta’ dell’Italianita’ dei servizi?

Qualche anno fa, all’epoca della nascita dell’
euro e alla vigilia dell’Europa allargata,
avevo scritto che l’idea di usare il paragone
con gli Stati Uniti quando si pensava alla
UE, senza avere degli Usa ne’ il consenso
popolare al sistema liberista e liberale,
ne’ i collanti storici e linguistici dell’
America, era una mina vagante che sarebbe
esplosa soprattutto a casa dei Paesi piu’
storicamente incoerenti e indecisi.

L’Italia era ed e’ in cima a questa lista.

I Benetton che hanno girato il mondo con
successo, lo sanno e “stanno lavorando per loro”.

-Di Francesco Giavazzi da www.corriere.it
L’eccessiva concentrazione nell’industria rimane una delle debolezze italiane. L’industria rappresenta oltre il 30% del nostro prodotto interno, contro il 24% in Francia, 23 negli Stati Uniti. La differenza, un 6% circa, è rappresentata da industrie marginali, che non hanno futuro in quanto non riescono più a competere con i nuovi produttori asiatici. Per diventare un Paese moderno dobbiamo quindi spostare una quota del nostro capitale dall’industria ai servizi. E farlo con imprese di servizi che sappiano esportare, altrimenti chi pagherà per il petrolio e il gas che importiamo?
Finora ciò non è accaduto: in 10 anni la quota dei servizi è sì aumentata di 5 punti, ma attraverso la crescita di imprese esclusivamente rivolte al mercato interno: banche, energia, telefoni, assicurazioni, autostrade. Ora mi pare si sia aperta una fase nuova.
L’espansione di Unicredito in Germania e Polonia, l’intenzione di Enel di acquisire la francese Suez, la fusione annunciata ieri tra Autostrade e la spagnola Abertis cominciano a dare una prospettiva europea alle nostre aziende di servizi. Questo ha molti vantaggi, innanzitutto per i consumatori.
Autostrade oggi gestisce 3.000 km di una rete tutta italiana. Con l’eccezione della variante appenninica sul tratto Bologna-Firenze e il passante di Genova (che però rimane in alto mare) si tratta di una gestione poco innovativa, che si riduce all’ordinaria amministrazione: rifare l’asfalto e incassare i pedaggi. Un’azienda siffatta rende solo se le tariffe le sono favorevoli, come sono state in questi anni. Ma è un gioco a somma zero: i consumatori pagano e gli azionisti incassano, non è chiaro che beneficio ne ottenga il paese. La dipendenza dalle tariffe crea poi, inevitabilmente, dipendenza dalla politica, soprattutto in un settore in cui manca ancora un’autorità di regolamentazione indipendente e i prezzi sono determinati dal Cipe, cioè dai politici.
Da questa guerra tra poveri, in cui l’arbitro è la politica, si esce solo andando in Europa. Per collegare il cuore dell’Europa ai nuovi paesi dell’Est (alla Polonia in particolare) si devono costruire 2.000 km di nuove autostrade e oltre 5.000 km di strade veloci, investimenti per i quali Bruxelles ha stanziato 10 miliardi di euro da spendere entro il 2013. Questa è la vera opportunità, per la quale servono ingegneri e progettisti, capacità che la società Autostrade, abituata al tranquillo tran tran domestico, non possiede.
Fondendosi con Abertis il gioco può cambiare. Ne beneficeranno i consumatori, perché ora i profitti dell’azienda (a condizione che si crei al più presto una forte Autorità di controllo delle reti) dipenderanno meno dalle tariffe italiane e più dagli investimenti in Europa, e poiché continuiamo a produrre ottimi ingegneri, si aprirà un mercato per giovani laureati che finora non avevano altra scelta che emigrare.
Il centrosinistra, e in particolare la Margherita, lamenta che Autostrade non sarà più italiana. Non mi è chiaro che cosa significhi: se ci interessano i benefici per i consumatori e per i nostri giovani ingegneri, questi ci saranno qualunque sia l’azionista.
I termini finanziari dell’operazione prevedono che gli attuali azionisti di Autostrade, oltre a ricevere il 25% della nuova società, incassino un dividendo straordinario di quasi un miliardo di euro. Per investitori che sette anni fa acquisirono il controllo dell’azienda con 2,4 miliardi è un buon affare, certamente risultato di una regolamentazione molto favorevole. Se i Benetton e i loro soci non vogliono essere accusati di arricchirsi alle spalle dei consumatori, e se davvero credono in questo progetto, dovrebbero investire questo miliardo nella nuova azienda. In questo modo se ne rafforzerebbe anche l’italianità.

Oscar Giannino lo mette nero su bianco

lunedì, aprile 24th, 2006

A Giannino non era scappata per caso.

Parlo della sua uscita, di cui vi ho raccontato,
nel programma de ‘la 7′ con Rula Jebreal,
a proposito dei Salotti buoni e dei Poteri forti
e del ruolo del Corriere e della Fiat etc etc.

Si capisce molto bene dalla lettera che ha scritto
a Vittorio Feltri di Libero e che potete leggere sotto.

L’analisi e’ nitida: non manca quasi nulla.

L’unica cosa che manca e’ il perche’ i Poteri
forti siano cosi’ attenti a controllare la
situazione, mettendo bene in chiaro che chi
tocca il Corriere muore.

Eccolo un motivo:

I soldi in prestito in Italia sono pochi e non
si puo’ dare a nessuno la sensazione che possa
aspirare ad averne dalle banche importanti,
magari sperando di usare quelli delle istituzioni
europee per destabilizzare lo scenario italico.

Altrimenti chissa’ in quanti ci proveranno.

Un’altra cosa ha scordato: perfino Berlusconi
stava per pagare cara la mancanza di soldi,
e dovette mandare Mediaset in Borsa, prima che
lo lasciassero a secco.

Prodi dovra’ liberalizzare un sacco di cose.

-Lettera di Oscar Giannino – a Libero
Caro direttore, non ti arrabbiare. La premessa obbligata ai lettori di Libero – ché non pensino male di me, o di te come fossi impazzito – è che non ho il piacere di aver mai conosciuto Stefano Ricucci. Né alcuno dei suoi collegati. Né familiari. Compresa – ohimé – quell’Anna Falchi che tutti noi giornalisti dovremmo accuratissimamente tener fuori dalle vicende tumultuose d’affari che riguardano il marito, se solo fossimo dei gentiluomini e non degli allupati furieri da caserma. La premessa è dovuta. Perché non vorrei si pensasse male. Ma c’è un fatto insolito, che avviene in questi giorni. E da gazzettieri senza epos fuori luogo né eroismi millantati quali siamo, bisognerà pure che qualcuno allora ne dia atto, lo racconti e cerchi di spiegarlo.

Il fatto è questo.
Stefano Ricucci langue da due giorni nel carcere romano di Regina Coeli, arrestato per aggiotaggio informativo e violazione del segreto d’ufficio. Anche noi inguaribili garantisti, che diffidiamo per principio dal fatto che siano i pubblici ministeri e il diritto penale a dover far da regolatori e guardiani dei mercati finanziari, nel recente passato abbiamo dovuto fare i conti con l’inevitabile reazione giustizialista, insomma con un certo esteso plauso popolare quando le manette sono scattate ai polsi di prìncipi della frode come Calisto Tanzi, o come Gianpiero Fiorani.

Non parlo del trionfalismo assai sospetto intonato a cappella dai grandi giornaloni confindustriali quando le Procure hanno smantellato gli assalti al cielo banco-industriali tentati nel 2005. Perché in quel caso il trionfalismo si spiegava bene: erano gli assediati nei fortini del malcerto equilibrio dell’attuale Mediobanca riprodotto in Rcs, a gioire dell’olio bollente riversato a carrettate sulla testa di chi, senza il consenso della cupola dominante e per di più con un governatore in Bankitalia che aveva cambiato fronte, tentava di acquisire il controllo di banche come Antonveneta e Bnl.

Che i giornali mediobancheschi e confindustriali gioissero, era più che giustificato: si trattava di difendere con le unghie e con i denti il potere dei loro padroni stretti in patti di sindacato chiusi al mercato. E che ci pensassero le Procure ispirate dall’indirizzo autorevole del professor Guido Rossi, diventato una sorta di centrale unica del sigillo di garanzia per la contendibilità proprietaria italiana e per non aver noie penali, a quei giornali lì non poteva che sembrare una provvidenziale mano dal cielo.

Ma, al di là di quello, era la reazione popolare, che per parecchi versi riecheggiava quella all’arresto dei politici accusati di corruzione ai tempi di Mani Pulite. Per i correntisti lodigiani traditi e frodati nei loro depositi da Fiorani, per i soci di Antonveneta tenuti all’oscuro delle vere poste di bilancio e di affidamenti di comodo per cifre astronomiche garantiti a prestanome per far lucrare il management della Popolare italiana, era in qualche modo motivo di soddisfazione, saperlo in carcere.

Per quanto ingiusto fosse che in carcere fosse finito solo lui, e ci restasse per quattro mesi, mentre altri grandi banchieri italiani non vengono neanche scalfiti, da misure giudiziarie per vicende non meno rilevanti, e anzi tornino trionfalmente a esercitare il loro ruolo di riverito comando. Parlo naturalmente di quel che accaduto a Capitalia ieri: cosa che al garantista non può che far piacere, naturalmente. Con la differenza che il garantista avrebbe l’insana pretesa che ciò che vale per un banchiere romano vale anche per un banchiere del Nord, e viceversa.

Lasciamo perdere poi quanto ampia e diffusa fosse la soddisfazione popolare all’arresto del cavalier Tanzi, mister 14 miliardi di euro di buco. Senonché questa volta – eccoci al fatto inusuale – per Ricucci al gabbio l’esultanza popolar non c’è. Non solo è assai più contenuta. Molti lettori riservatamente ti chiamano al telefono e ti mandano mail, vogliono sapere che cosa ne pensi, perché insomma Ricucci da Zagarolo a loro non dico che stia simpatico, ma di certo considerano lontano un milione di miglia da quel figuro “socialmente pericoloso” che è descritto nelle 20 cartelle del mandato di arresto spiccato nei suoi confronti.

Alla prima telefonata, caro direttore, puoi pensare che si tratti della simpatia ingenerata da migliaia di pagine di settimanali rosa e popolari, per le vicende mondane collegate alla compagna di Ricucci, al suo modo colorito di esprimersi, al fatto che qualcuno ricordi che a proposito di Bnl agli altri concertisti Ricucci aveva proposto di formalizzare in piena luce il proprio patto, invece di restare nell’ombra. Ma quando mail e telefonate si infittiscono, allora il fatto è diverso. E una spiegazione inizia a essere dovuta. La mancata òla tifoidea agli schiavettoni per Ricucci ha infatti a ben vedere almeno tre spiegazioni oggettive. Grandi come una casa. E tanto vale allora spararle fuori.

Prima ragione. Ma a chi ha fatto danno, Ricucci? Alle grosse: a nessuno. Non ai suoi soci, perché la sua Magiste, posta sotto occhiuto controllo dai pm milanesi che l’hanno affidata all’avvocato Vittorio Ripa di Meana, non era né quotata né aveva soci terzi ai quali Ricucci nascondeva le propri spericolate manovre ed eventuali ammanchi. Non al popolo dei risparmiatori: perché Ricucci mica ha emesso bond piazzati dalle banche e andati in fumo per centinaia di milioni di euro svaniti dalle tasche di famiglie e pensionati italiani, com’è avvenuto per i casi Cirio e Parmalat. A dirla tutta, a chi ha investito in titoli Rcs negli ultimi due anni lo tsunami della tentata scalata portata da Ricucci ha fatto solo bene: ha portato un titolo che languiva poco sopra i 3 euro fino a oltre i 6 nell’agosto del 2005, e dopodichè a tenere stabilmente la quota tra i 4,25 e i 4,5 euro da inizio anno ad oggi.

Dirai tu, caro direttore, che i soci delle banche che prestavano le cifre stellari a Ricucci perché comprasse i titoli che scalava di certo non son contenti. Però Ricucci dava in pegno alle banche stesse i titoli per cui era finanziato, tanto che è la Popolare italiana – a sia volta “risanata” dai pm – a dover proprio in questi giorni liquidare il 14,5% di titoli Rcs accumulati da Ricucci nel tentato raid.

Ragione numero due. Magari questa è solo per addetti ai lavori. Ma fatto sta che al reato di aggiotaggio informativo per il quale sono scattate le manette a Ricucci, in apparenza manca uno dei presupposti costitutivi. Ricucci viene accusato, intercettazioni alla mano, di aver continuato a comprare piccoli quantitativi di titoli Rcs anche negli ultimi mesi, quando il suo gruzzolo era già sotto sequestro per ordine dei pm, al fine che le dichiarazioni d’acquisto a prezzi artefatti manipolassero l’andamento del titolo Rcs in Borsa. Obiettivo, che la liquidazione del 14,5% detenuto dalla Popolare Italiana avvenisse a un prezzo non troppo lontano, da quello al quale Riucci aveva comprato nel 2005. Senonché, se uno analizza la curva del titolo Rcs da gennaio 2006 in avanti, constata facilmente che il prezzo sta buono buono nella forchetta tra 4,25 e 4,5 euro, e l’unica volta che sfora il tetto è un mese fa, quando si diffonde la notizia poi rivelatasi infondata che interessati a rilevarne una quota erano i Benetton. Non era stato Ricucci l’autore di quell’indiscrezione. Che cavolo di manipolazione del titolo è mai, quella di un titolo che non si schioda? Basta l’intenzione del reato, a perseguire un reato come tale? Poveri noi, se questo è il metro non scampa nessuno.

Terzo elemento, quello di fondo. Su Panorama di oggi Paolo Mieli rivela che si aspetta altri attacchi al Corriere. Perché dietro Ricucci c’erano di sicuro burattinai altolocati. Ecco, caro direttore, io ho come l’impressione che ad alcuni milioni di italiani inizi ad essere chiaro, che la sparuta pattuglia di banchieri e industriali rinchiusa nei patti di sindacato che governano l’asfittico capitalismo italiano non è per definizione meritoria di quell’aureola di santità che pretende, rispetto al demone assalitore Ricucci. Sbaglierò, ma in tanti cominciano a ricordare che la Ifi-Ifil degli Agnelli ha mentito al mercato, la scorsa estate, nascondendo che si stava rimpadronendo dell’azionariato di riferimento Fiat a danno delle banche che le avevano prestato tre miliardi e che dovevano diventare prime socie. Convertendo il prestito. Ma di Ifi e Ifil nessuno è andato in carcere. Naturalmente.

I due pesi e le due misure sono la fotografia di un capitalismo malato. Dove Ricucci finisce per fare la parte dell’eroe. Per quanto pazzo, millantatore, sbruffone e illetterato. Una pazzesca simpatica canaglia. Che però ci ha aiutato tutti a dire una verità: il Corriere della sera non è affatto un tempio della sacertà o un’istituzione della Repubblica. È uno strumento di potere, e come tale viene usato dai suoi 15 padroni, e difeso con determinazione da chi lo dirige.

Giannino, Rossi e gli altri

venerdì, aprile 21st, 2006

Apparentemente non manca di coraggio.

L’avrete individuato in tv molte volte, veste in
modo assai eccentrico e questo lo rende un’
icona riconoscibile nella televisione.

Si chiama Oscar Giannino.

L’ho visto nella trasmissione della mattina
di la 7 parlare del tema dei Salotti,
dei Furbetti e degli scandali bancari e
finanziari italiani degli ultimi anni.

Non fa sconti a nessuno, nemmeno a Guido Rossi
di cui mi e’ capitato di parlare molto bene.

Perche’ e’ coraggioso?

Perche’ a casa di Tronchetti parla male anche
di lui e non ha paura di dire che il problema
italiano e’ sempre quello delle regole e degli
arbitri (vi ricorda qualcosa?) e pochi
di quelli che fanno le regole, e le devono
far rispettare, sono indipendenti e terzi.

E senza regole e arbitri non c’e’ libera economia.

Come scrivo su Italia-Google e dico dovunque
mi capiti, i poteri forti dell’industria italiana
hanno tutto l’interesse a continuare a drenare
le esangui finanze pubbliche e private italiane,
visti gli altissimi indebitamenti delle loro aziende.

I soldi sono pochi e servono a loro. Da sempre.

Ma questo e’ un problema gigantesco in un
Paese in crisi economica e finanziaria
perche’ impedisce alla Borsa e agli investimenti
pubblici, ma anche al sistema bancario,
di finanziare chi merita e chi innova e cresce.

E’ un grande problema politico. Il piu’ urgente.

Per questo, se riusciranno a farlo, il prossimo
governo avra’ un compito che l’FMI e il Financial
Times gia’ descrivono come una Impossible Mission:

Decidere chi tra i privati evasori, il ceto medio
fino a 10 milioni di euro di patrimonio, i poteri forti,
e i dipendenti gia’ assai tartassati dal carovita,
dovra’ tirare fuori i soldi per risanare il Paese,
pena il default, l’uscita dall’euro e l’Argentina.

Io una mezza idea ce l’ho.

Giannino, Rossi e gli altri (Dago compreso)

venerdì, aprile 21st, 2006

Poco fa Dagospia.com ha ripreso
il commento di stamattina di
Francesco Carla’. Eccolo in versione
remix, ma potete leggere l’edizione
originale anche sul sito di D’Agostino qui:

213.215.144.81/public_html/articolo_index_23718.html

Apparentemente non manca di coraggio.

L’avrete individuato in tv molte volte, veste in
modo assai eccentrico e questo lo rende un’
icona riconoscibile nella televisione.

Si chiama Oscar Giannino.

L’ho visto nella trasmissione della mattina
di la 7 parlare del tema dei Salotti,
dei Furbetti e degli scandali bancari e
finanziari italiani degli ultimi anni.

Non fa sconti a nessuno, nemmeno a Guido Rossi
di cui mi e’ capitato di parlare molto bene,
sebbene si faccia fatica a capire il parere,
sembra positivo, a favore di Geronzi.

Perche’ e’ coraggioso Giannino?

Perche’ a casa di Tronchetti parla male anche
di lui e non ha paura di dire che il problema
italiano e’ sempre quello delle regole e degli
arbitri (vi ricorda qualcosa?) e pochi
di quelli che fanno le regole, e le devono
far rispettare, sono indipendenti e terzi.

E senza regole e arbitri non c’e’ libera economia.

Come scrivo su Italia-Google e dico dovunque
mi capiti, i poteri forti dell’industria italiana
hanno tutto l’interesse a continuare a drenare
le esangui finanze pubbliche e private italiane,
visti gli altissimi indebitamenti delle loro aziende.

I soldi sono pochi e servono a loro. Da sempre.

Ma questo e’ un problema gigantesco in un
Paese in crisi economica e finanziaria
perche’ impedisce alla Borsa e agli investimenti
pubblici, ma anche al sistema bancario,
di finanziare chi merita e chi innova e cresce.

E’ un grande problema politico. Il piu’ urgente.

Per questo, se riusciranno a farlo, il prossimo
governo avra’ un compito che l’FMI e il Financial
Times gia’ descrivono come una Impossible Mission:

Decidere chi tra: i privati evasori, il ceto medio
fino a 10 milioni di euro di patrimonio, i poteri forti,
e i dipendenti gia’ assai tartassati dal carovita,
dovra’ tirare fuori i soldi per risanare il Paese,
pena il default, l’uscita dall’euro e l’Argentina.

Io una mezza idea ce l’ho.

Ricucci, ultimo atto?

giovedì, aprile 20th, 2006

Dopo mesi lo hanno arrestato.

La formula e’ la solita in questi casi:
tentava di inquinare le prove e di reiterare
il reato: provava anche a commetterne di nuovi.

Cercava di evitare il fallimento della sua
Magiste e la fine di tutto il sogno che lo
aveva portato da Zagarolo alla Falchi e molto
vicino alla conquista della RCS.

Una specie di Grande Gatsby all’Amatriciana
che ha trovato moltissimi sciagurati consensi
e fiancheggiamenti e che poi, come succede
sempre e non solo in Italia, si e’ ritrovato
con un pugno di mosche e capro espiatorio di
tutti gli interessi che gli giravano attorno.

Ovviamente tantissimi i commenti dopo l’arresto.

Quasi tutti di genere rosa e gossip, visto che
in Italia in pochi sanno qualcosa di numeri e
bilanci. Molti di piu’ sono interessati alle
forme della Falchi e all’ascesa e successiva
caduta di uno che sembrava quasi avercela fatta.

Sullo sfondo la vera questione, che ritorna:

Le regole. Le regole per tutti e gli arbitri
che fischiano in modo imparziale e rispettato.

Le regole di come si fanno le Opa e di come
si conquistano le societa’; le regole di come
in questo ‘gioco della finanza’ entra la politica
e di come ci si infila la magistratura.

Quando qualcuno va fermato e perche’.

Scrivevo su questi temi nell’agosto del 2005,
mentre gli articoli sui Furbetti del quartierino
uscivano di continuo su tutti i giornali e
non sembrava di poter capire chi avesse ragione
e chi torto.

E soprattutto come uscirne.

Parlavo, in quel pezzo, delle regole a cui credo io,
le uniche che possano davvero aiutarci a scrivere
l’ultimo atto e non solo quello di questi furbetti.

Altrimenti continueremo a preferire la Champions
League con i suoi arbitri imparziali, al nostro
Campionato, dove non sai mai chi fischia perche’
fischia e, soprattutto, per chi fischia.

Buona lettura.

Lunedì 15 Agosto 2005

Affari nostri: Salotto Buono vs. I Furbetti del quartierino

Una estate finanziaria rovente questa.

Sono al mare, leggo le interviste e le
dichiarazioni, ma anche i commenti e le
intercettazioni, e provo ad intervenire
visto che me lo chiedono in tanti, compresa
Radio Radicale nei giorni scorsi.

Capire non e’ facile in mezzo al polverone,
ma una cosa mi sembra assai chiara:

Ci sono due squadre in campo e zero arbitri.

Ma prima di vedere i match, lasciate che io vi porti
un po’ negli spogliatoi e sulle tribune d’onore.
E’ li che possiamo incontrare altri personaggi di
questo interessante campionato estivo:

I presidenti, gli allenatori e i telecronisti.

Chi c’e’ nella squadra del Salotto Buono
a parte i nomi che si leggono nelle liste
dei CDA?

A quanto pare: Rutelli, la sinistra radicale,
Bertinotti in primis, i cattolici
dell’Unione, poi una bella parte della
magistratura e Di Pietro.

Piu’ ‘Repubblica’
che pero’ deve tenere conto della posizione
astutamente neutrale di De Benedetti che
infatti voleva Berlusconi in CDB Web Tech.
Sullo sfondo Geronzi e altri banchieri.

Prodi, Fassino e D’Alema sono molto piu’ defilati.

E i Furbetti del quartierino su chi possono
contare? Sembra sempre piu’ chiaro che con loro
ci siano alcuni media e amici del Premier, i fedeli
di Fazio in Bankitalia e altrove, e un bel po’
di politica italiana, soprattutto del centrodestra,
con in bella vista, e puo’ sembrare curioso visto
che si tratta di una squadra dove giocano tanti
romani, quelli della Lega che pero’ contano
su Gnutti di Brescia e Fiorani di Lodi.

Su tutto, assordante, il silenzio di Ciampi.

Ma torniamo in campo e vediamo a che punto sono
le partite e se c’e’ stato il fischio d’inizio.

Da una parte c’e’ un vecchio team, una specie di
Juventus della finanza e dell’industria italiana,
composto da quelli che comandano e fanno gol da
molto tempo, con un po’ di giocatori ormai fuori
per limiti di eta’ e di soldi, tipo i Romiti.

Nome della squadra: Salotto Buono.

La formazione, ripeto, e’ nei CDA di Mediobanca
e in quello di Rcs/Corriere della Sera.

E’ una squadra che ha vinto tanto, con poco sangue
nuovo da offrire (Della Valle e Montezemolo, dopo
tanti anni di panchina, sono le punte piu’ vivaci),
e non tantissimi soldi da spendere, dopo le dure
trasfusioni che hanno dovuto sopportare tra Fiat e Cina.

Con questi gioca anche Tronchetti-Provera.

Nell’altra squadra c’e’ gente assai meno blasonata,
forse un team come poteva essere la Lazio
di qualche anno fa: giocatori che hanno soldi,
possibilita’ di farsene prestare tanti dalle banche
e molta voglia di guadagnarne altri.

Ci sono immobiliaristi e finanzieri assai dotati, per
pregresse operazioni ben riuscite e plusvalenti: Gnutti,
Ricucci etc. Nome del team: Furbetti del quartierino.

La cosa divertente e’ che i primi non vogliono giocare.

Se avete letto le interviste di questi giorni di
Della Valle e Montezemolo, le due punte avanzate
di Salotto Buono rifiutano sdegnosamente il confronto
con i Furbetti del quartierino.

Come se la Juve
non ne volesse sapere di entrare in campo con quelli
del Borgorosso football club di Alberto Sordi.

Si parlano solo attraverso i giornali e i magistrati:

‘Magliari’ – spara Della Valle – ‘Speculatori’ -
gli fa eco Montezemolo. E poi all’unisono o quasi:
‘Noi con questa gente che non produce nulla e
non si sa da dove viene, non giochiamo’.

Molto probabilmente non vogliono giocare perche’
temono che la squadra non sia in grado di reggere
l’urto di un’Opa e possa sfaldarsi e perdere.

Il problema e’ che invece giocare gli tocca.

E sapete perche’ gli tocca? Perche’ le partite
riguardano societa’ quotate e tutti possono
comprare azioni di queste aziende, che oltretutto
sono fragili e mal protette per moltissime ragioni.

Ovviamente c’e’ da vedere se i Furbetti del
Quartierino scenderanno in campo oppure no
e se ci saranno anche stranieri nelle formazioni,
come si e’ detto spesso in questi giorni.
Intanto i match da giocare sono almeno quattro:

BNL, Antonveneta, RCS/Corriere della Sera e Mediobanca.

Quello che conta e’ che le partite, se ci saranno,
si giochino soprattutto in borsa e tutti possano
prendervi parte comprando le azioni.

E’ solo li’ che devono essere giocati questi match,
con gli arbitri in campo che fischiano i falli e le
irregolarita’ e passano i referti a chi deve giudicare
se il gioco e’ stato corretto oppure no.

Senza guardare al colore della maglia delle squadre.

-Dario Di Vico dal Corriere della Sera

Dunque Stefano Ricucci con l’aggiotaggio ci stava riprovando. Non contento del flop del 2005 l’immobiliarista lavorava per ritessere le fila di un nuovo imbroglio finanziario. Stava operando per far salire artificiosamente il titolo Rcs e tentare disperatamente di collocare al rialzo la quota di azioni che ancora possiede.

Questo è quanto filtra dalla Procura di Roma ed è sicuramente un bene che la nuova macchinazione sia miseramente fallita, come la prima. E

Eppure il provvedimento di custodia cautelare emesso nei suoi confronti dai magistrati romani non convince. Pur restando in attesa degli sviluppi dell’indagine capitolina, che potranno anche essere clamorosi, si deve ragionare in maniera fredda e distaccata. E allora è evidente a chiunque che sono passati ormai svariati mesi dal momento in cui l’ex odontotecnico di Zagarolo poteva annunciare al colto e all’inclita che avrebbe preso il controllo del Corriere della Sera. «Un Ricucci — era il suo refrain — può portare valori aggiunti». Ma se in agosto si presentava come un raider che, approfittando della mancata vigilanza delle autorità preposte al controllo e della compiacenza di alcuni scaltri banchieri d’affari, operava indisturbato sui mercati finanziari, oggi la stessa persona appare un operatore in difficoltà che cerca in maniera disperata e fraudolenta di evitare il default della sua Magiste.

Ma c’era la necessità impellente di arrestarlo dopo aver scartato quest’eventualità la scorsa estate? Aveva forse in animo di fuggire? Non si potevano interrompere le sue trame truffaldine con altri e più sofisticati metodi?

Sono domande che valgono per Ricucci ma non solo, non dobbiamo abituarci a convivere con le malattie della nostra giustizia. Con i processi che finiscono per non essere mai celebrati e con la custodia preventiva che diventa il pagamento anticipato di una pena che non sarà mai comminata. Il garantismo non può essere a senso unico e lo diciamo proprio noi del Corriere della Sera che di Ricucci e dei suoi avidi amici dovevamo essere lo scalpo. Garantisti dunque, ma non innocentisti.

Non ci sfugge che dell’assalto alla Rcs l’immobiliarista non fosse certo il cervello.

Se i furbetti del quartierino avevano un capozona non era di sicuro l’allora promesso sposo di Anna Falchi. Attorno a lui, vale proprio la pena ricordarlo, si era formata una rete di rapporti e di solidarietà assolutamente sorprendente. Il network di coperture aveva nell’inquilino di palazzo Koch e nei banchieri a lui fedeli un punto di riferimento decisivo, ma poteva contare anche sulla benevolenza di personalità di primo piano sia della maggioranza sia dell’opposizione che non ebbero remore a spendersi a favore del raider venuto dal nulla. Spuntò persino una singolare teoria in virtù della quale la capacità di intrapresa dei Ricucci, degli Statuto e dei Coppola avrebbe potuto addirittura rivitalizzare l’esangue capitalismo italiano privo ormai di leadership carismatiche e di voglia di rischiare.

La vittoria del mattone ricco e smart contro l’industria non competitiva e demodé.

Ricordarlo a sette-otto mesi di distanza sembra un’operazione archeologica tanto oggi quelle tesi appaiono paradossali e improvvisate, eppure quel dibattito tenne banco per settimane e settimane mentre il mercato finanziario italiano viveva giornate da Far West. Persone di buona cultura e di altrettanto sano equilibrio come l’allora senatore Franco Bassanini si sforzarono di argomentare in senso inverso, di riportare nei palazzi della politica e nelle suite della finanza la lucidità perduta. Non sempre hanno trovato consensi attorno a sé e qualche prezzo alla fine lo hanno pagato. In questi mesi attorno alle gesta di Ricucci è sorta una piccola letteratura.

Libri e pamphlet hanno ricostruito minuziosamente le vicende finanziarie che lo hanno visto accumulare fino a circa il 20% delle azioni della Rcs e progettare la più inverosimile delle Opa. Ma pur non sottovalutando il contributo di questi lavori resta in molti la sensazione che la vera storia di quell’agosto debba ancora essere scritta.

Ricucc,i ultimo atto?

giovedì, aprile 20th, 2006

Dopo mesi lo hanno arrestato.

La formula e’ la solita in questi casi:
tentava di inquinare le prove e di reiterare
il reato: provava anche a commetterne di nuovi.

Cercava di evitare il fallimento della sua
Magiste e la fine di tutto il sogno che lo
aveva portato da Zagarolo alla Falchi e molto
vicino alla conquista della RCS.

Una specie di Grande Gatsby all’Amatriciana
che ha trovato moltissimi sciagurati consensi
e fiancheggiamenti e che poi, come succede
sempre e non solo in Italia, si e’ ritrovato
con un pugno di mosche e capro espiatorio di
tutti gli interessi che gli giravano attorno.

Ovviamente tantissimi i commenti dopo l’arresto.

Quasi tutti di genere rosa e gossip, visto che
in Italia in pochi sanno qualcosa di numeri e
bilanci. Molti di piu’ sono interessati alle
forme della Falchi e all’ascesa e successiva
caduta di uno che sembrava quasi avercela fatta.

Sullo sfondo la vera questione, che ritorna:

Le regole. Le regole per tutti e gli arbitri
che fischiano in modo imparziale e rispettato.

Le regole di come si fanno le Opa e di come
si conquistano le societa’; le regole di come
in questo ‘gioco della finanza’ entra la politica
e di come ci si infila la magistratura.

Quando qualcuno va fermato e perche’.

Scrivevo su questi temi nell’agosto del 2005,
mentre gli articoli sui Furbetti del quartierino
uscivano di continuo su tutti i giornali e
non sembrava di poter capire chi avesse ragione
e chi torto.

E soprattutto come uscirne.

Parlavo, in quel pezzo, delle regole a cui credo io,
le uniche che possano davvero aiutarci a scrivere
l’ultimo atto e non solo quello di questi furbetti.

Altrimenti continueremo a preferire la Champions
League con i suoi arbitri imparziali, al nostro
Campionato, dove non sai mai chi fischia perche’
fischia e, soprattutto, per chi fischia.

Buona lettura.

Lunedì 15 Agosto 2005

Affari nostri: Salotto Buono vs. I Furbetti del quartierino

Una estate finanziaria rovente questa.

Sono al mare, leggo le interviste e le
dichiarazioni, ma anche i commenti e le
intercettazioni, e provo ad intervenire
visto che me lo chiedono in tanti, compresa
Radio Radicale nei giorni scorsi.

Capire non e’ facile in mezzo al polverone,
ma una cosa mi sembra assai chiara:

Ci sono due squadre in campo e zero arbitri.

Ma prima di vedere i match, lasciate che io vi porti
un po’ negli spogliatoi e sulle tribune d’onore.
E’ li che possiamo incontrare altri personaggi di
questo interessante campionato estivo:

I presidenti, gli allenatori e i telecronisti.

Chi c’e’ nella squadra del Salotto Buono
a parte i nomi che si leggono nelle liste
dei CDA?

A quanto pare: Rutelli, la sinistra radicale,
Bertinotti in primis, i cattolici
dell’Unione, poi una bella parte della
magistratura e Di Pietro.

Piu’ ‘Repubblica’
che pero’ deve tenere conto della posizione
astutamente neutrale di De Benedetti che
infatti voleva Berlusconi in CDB Web Tech.
Sullo sfondo Geronzi e altri banchieri.

Prodi, Fassino e D’Alema sono molto piu’ defilati.

E i Furbetti del quartierino su chi possono
contare? Sembra sempre piu’ chiaro che con loro
ci siano alcuni media e amici del Premier, i fedeli
di Fazio in Bankitalia e altrove, e un bel po’
di politica italiana, soprattutto del centrodestra,
con in bella vista, e puo’ sembrare curioso visto
che si tratta di una squadra dove giocano tanti
romani, quelli della Lega che pero’ contano
su Gnutti di Brescia e Fiorani di Lodi.

Su tutto, assordante, il silenzio di Ciampi.

Ma torniamo in campo e vediamo a che punto sono
le partite e se c’e’ stato il fischio d’inizio.

Da una parte c’e’ un vecchio team, una specie di
Juventus della finanza e dell’industria italiana,
composto da quelli che comandano e fanno gol da
molto tempo, con un po’ di giocatori ormai fuori
per limiti di eta’ e di soldi, tipo i Romiti.

Nome della squadra: Salotto Buono.

La formazione, ripeto, e’ nei CDA di Mediobanca
e in quello di Rcs/Corriere della Sera.

E’ una squadra che ha vinto tanto, con poco sangue
nuovo da offrire (Della Valle e Montezemolo, dopo
tanti anni di panchina, sono le punte piu’ vivaci),
e non tantissimi soldi da spendere, dopo le dure
trasfusioni che hanno dovuto sopportare tra Fiat e Cina.

Con questi gioca anche Tronchetti-Provera.

Nell’altra squadra c’e’ gente assai meno blasonata,
forse un team come poteva essere la Lazio
di qualche anno fa: giocatori che hanno soldi,
possibilita’ di farsene prestare tanti dalle banche
e molta voglia di guadagnarne altri.

Ci sono immobiliaristi e finanzieri assai dotati, per
pregresse operazioni ben riuscite e plusvalenti: Gnutti,
Ricucci etc. Nome del team: Furbetti del quartierino.

La cosa divertente e’ che i primi non vogliono giocare.

Se avete letto le interviste di questi giorni di
Della Valle e Montezemolo, le due punte avanzate
di Salotto Buono rifiutano sdegnosamente il confronto
con i Furbetti del quartierino.

Come se la Juve
non ne volesse sapere di entrare in campo con quelli
del Borgorosso football club di Alberto Sordi.

Si parlano solo attraverso i giornali e i magistrati:

‘Magliari’ – spara Della Valle – ‘Speculatori’ -
gli fa eco Montezemolo. E poi all’unisono o quasi:
‘Noi con questa gente che non produce nulla e
non si sa da dove viene, non giochiamo’.

Molto probabilmente non vogliono giocare perche’
temono che la squadra non sia in grado di reggere
l’urto di un’Opa e possa sfaldarsi e perdere.

Il problema e’ che invece giocare gli tocca.

E sapete perche’ gli tocca? Perche’ le partite
riguardano societa’ quotate e tutti possono
comprare azioni di queste aziende, che oltretutto
sono fragili e mal protette per moltissime ragioni.

Ovviamente c’e’ da vedere se i Furbetti del
Quartierino scenderanno in campo oppure no
e se ci saranno anche stranieri nelle formazioni,
come si e’ detto spesso in questi giorni.
Intanto i match da giocare sono almeno quattro:

BNL, Antonveneta, RCS/Corriere della Sera e Mediobanca.

Quello che conta e’ che le partite, se ci saranno,
si giochino soprattutto in borsa e tutti possano
prendervi parte comprando le azioni.

E’ solo li’ che devono essere giocati questi match,
con gli arbitri in campo che fischiano i falli e le
irregolarita’ e passano i referti a chi deve giudicare
se il gioco e’ stato corretto oppure no.

Senza guardare al colore della maglia delle squadre.

-Dario Di Vico dal Corriere della Sera

Dunque Stefano Ricucci con l’aggiotaggio ci stava riprovando. Non contento del flop del 2005 l’immobiliarista lavorava per ritessere le fila di un nuovo imbroglio finanziario. Stava operando per far salire artificiosamente il titolo Rcs e tentare disperatamente di collocare al rialzo la quota di azioni che ancora possiede. Questo è quanto filtra dalla Procura di Roma ed è sicuramente un bene che la nuova macchinazione sia miseramente fallita, come la prima. E

Eppure il provvedimento di custodia cautelare emesso nei suoi confronti dai magistrati romani non convince. Pur restando in attesa degli sviluppi dell’indagine capitolina, che potranno anche essere clamorosi, si deve ragionare in maniera fredda e distaccata. E allora è evidente a chiunque che sono passati ormai svariati mesi dal momento in cui l’ex odontotecnico di Zagarolo poteva annunciare al colto e all’inclita che avrebbe preso il controllo del Corriere della Sera. «Un Ricucci — era il suo refrain — può portare valori aggiunti». Ma se in agosto si presentava come un raider che, approfittando della mancata vigilanza delle autorità preposte al controllo e della compiacenza di alcuni scaltri banchieri d’affari, operava indisturbato sui mercati finanziari, oggi la stessa persona appare un operatore in difficoltà che cerca in maniera disperata e fraudolenta di evitare il default della sua Magiste. Ma c’era la necessità impellente di arrestarlo dopo aver scartato quest’eventualità la scorsa estate? Aveva forse in animo di fuggire? Non si potevano interrompere le sue trame truffaldine con altri e più sofisticati metodi?

Sono domande che valgono per Ricucci ma non solo, non dobbiamo abituarci a convivere con le malattie della nostra giustizia. Con i processi che finiscono per non essere mai celebrati e con la custodia preventiva che diventa il pagamento anticipato di una pena che non sarà mai comminata. Il garantismo non può essere a senso unico e lo diciamo proprio noi del Corriere della Sera che di Ricucci e dei suoi avidi amici dovevamo essere lo scalpo. Garantisti dunque, ma non innocentisti.

Non ci sfugge che dell’assalto alla Rcs l’immobiliarista non fosse certo il cervello. Se i furbetti del quartierino avevano un capozona non era di sicuro l’allora promesso sposo di Anna Falchi. Attorno a lui, vale proprio la pena ricordarlo, si era formata una rete di rapporti e di solidarietà assolutamente sorprendente. Il network di coperture aveva nell’inquilino di palazzo Koch e nei banchieri a lui fedeli un punto di riferimento decisivo, ma poteva contare anche sulla benevolenza di personalità di primo piano sia della maggioranza sia dell’opposizione che non ebbero remore a spendersi a favore del raider venuto dal nulla. Spuntò persino una singolare teoria in virtù della quale la capacità di intrapresa dei Ricucci, degli Statuto e dei Coppola avrebbe potuto addirittura rivitalizzare l’esangue capitalismo italiano privo ormai di leadership carismatiche e di voglia di rischiare. La vittoria del mattone ricco e smart contro l’industria non competitiva e demodé.

Ricordarlo a sette-otto mesi di distanza sembra un’operazione archeologica tanto oggi quelle tesi appaiono paradossali e improvvisate, eppure quel dibattito tenne banco per settimane e settimane mentre il mercato finanziario italiano viveva giornate da Far West. Persone di buona cultura e di altrettanto sano equilibrio come l’allora senatore Franco Bassanini si sforzarono di argomentare in senso inverso, di riportare nei palazzi della politica e nelle suite della finanza la lucidità perduta. Non sempre hanno trovato consensi attorno a sé e qualche prezzo alla fine lo hanno pagato. In questi mesi attorno alle gesta di Ricucci è sorta una piccola letteratura. Libri e pamphlet hanno ricostruito minuziosamente le vicende finanziarie che lo hanno visto accumulare fino a circa il 20% delle azioni della Rcs e progettare la più inverosimile delle Opa. Ma pur non sottovalutando il contributo di questi lavori resta in molti la sensazione che la vera storia di quell’agosto debba ancora essere scritta.




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