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Archivio di marzo, 2006

Dì che ti mando io

venerdì, marzo 31st, 2006

Tutto per colpa della Ciappazzi.

Lo so che nemmeno voi l’avete mai sentita
nominare quest’acqua minerale.

Piu’ che una marca sembra una vignetta
di Altan, di quelle dove si vede un povero
Cipputi costretto a sopportare di tutto.

Solo che al posto degli operai sfruttati,
questa volta i vessati sono grandi operatori
finanziari, in carica o piu’ spesso ex,
del nostro amato Belpaese.

Al centro di tutto Cesare Geronzi.

I giudici bolognesi sono sicuri: il provvedimento
di interdizione dalle cariche in Capitalia,
emesso dai loro colleghi di Parma nel quadro
delle vicende Parmalat, e’ assolutamente
sproporzionato.

Ma per difetto.

La vicenda, una di quelle in cui e’ coinvolto
Geronzi, e’ piuttosto semplice ed emblematica:
Tanzi ha dovuto comprarsi le acque minerali
Ciappazzi, appunto, per togliere dai guai Geronzi
e Capitalia che li avevano finanziari.

E la Busi Cristina, imprenditrice nota e in affari
con Geronzi pure lei medesima, ha dovuto fingere
di essere interessata alla Ciappazzi, per rendere
‘credibile’ il prezzo pagato dal povero Tanzi.

Nel frattempo Gaucci strilla da Santo Domingo.

-Di Gianluca Paolucci per La Stampa
Per la difesa di Cesare Geronzi nel crack Parmalat è una tegola pesante. Un boomerang, dato che lo stesso presidente di Capitalia ne aveva parlato anche nella sua audizione in Senato nel febbraio del 2004, quando il caso di Collecchio era esploso da poco in tutto il suo clamore. Arriva da una signora elegante, brillante imprenditrice, dal nome famoso e dagli incarichi di rilievo: Cristina Busi Ferruzzi. Siamo nei primi mesi del 2004, Parmalat è già «saltata», Enrico Bondi è già il commissario straordinario del gruppo e le dimensioni della grande truffa iniziano ad emergere in tutta la loro interezza.
La compravendita delle acque minerali Ciappazzi è già saltata fuori come uno degli snodi cruciali del rapporto tra Calisto Tanzi e il sistema bancario. O meglio, con una banca: Banca di Roma, poi Capitalia. E con il suo presidente Cesare Geronzi.

Cristina Busi Ferruzzi è una imprenditrice a capo di un gruppo importante: moglie di Arturo Ferruzzi, cognata di Raul Gardini, la signora imbottiglia Coca Cola in Sicilia ed Albania e siede nel cda del gruppo editoriale L’Espresso. In quei primi mesi del 2004 si fa avanti per acquistare la Ciappazzi. E se c’è un acquirente, nel 2004, quando il crack Parmalat è un brutto affare che occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, non si può pensare che la Ciappazzi sia un’azienda decotta come si legge in quei giorni sui principali quotidiani. «A quanto mi risulta, il dottor Bondi avrebbe già ricevuto manifestazioni di interesse per l’acquisto dell’azienda Ciappazzi», dice così Geronzi alle commissioni riunite di finanze e industria di Camera e Senato. Ed quello che viene smentito, due anni più tardi, dalla Busi Ferruzzi in una informativa della guardia di finanza del 21 marzo 2006, citata dal tribunale del riesame di Bologna per negare la fine dell’interdizione dagli incarichi societari per Geronzi.

La signora Busi – detta «Lady Coca Cola» nei resoconti delle regate che organizza – racconta che sì, in effetti aveva manifesto il suo interesse «sincero» per la Ciappazzi nel 2004. Anche se in realtà voleva acquistare non la Ciappazzi, ma la Latte Sole spa e la Emmegi Agro Industriale srl, “le uniche ritenute realmente appetibili”. Non riesce a spiegare, dice il tribunale, perché manda la manifestazione d’interesse non solo al commissario straordinario Enrico Bondi, ma anche a Geronzi. Non spiega neppure perché nella comunicazione diretta a Geronzi, pochi minuti dopo quella quella inviata a Bondi, «ella faccia riferimento ad una “richiesta” da considerare favorevolmente». Poi, alla fine, ammette che mentre manifestava il proprio interessamento nei confronti della Ciappazzi, – e l’ordinanza sottolinea che all’interesse «non veniva dato alcun seguito concreto, né seguiva alcuna ancorché larvata trattativa» – Capitalia stava valutando se prorogare un finanziamento alle sue aziende, «per il quale la Busi Ferruzzi ebbe a intercedere presso Geronzi recandosi a Roma» il 5 maggio del 2004.

Le circostanze descritte, scrivono ancora i giudici bolognesi, «finiscono con l’avvalorare la convinzione che Cesare Geronzi fosse solito pretendere la soddisfazione di un interesse estraneo ogni qual volta si presentasse al suo cospetto un imprenditore bisognoso di finanziamenti, preferibilmente in condizioni tali da non poter contrastare efficacemente le sue pretese». Poi prosegue: «In attuazione di un modus operandi che egli ha adottato costantemente, evidenziandosi pertanto una notevole potenzialità diffusiva del pregiudizio correlato a siffatto modo di gestione della funzione creditizia».

Tradotto: prima viene detto a Tanzi che se vuole ancora il sostengo della banca deve comprare la Ciappazzi. Poi, quando emerge il caso delle acque minerali, viene detto alla Busi che se vuole la proroga del finanziamento deve manifestare il proprio interesse ancora per la Ciappazzi. Poi Geronzi va in Senato e dice che secondo quanto risulta a lui, ci sarebbero già dei soggetti interessati alla Ciappazzi.

Il documento nota anche un’altra circostanza di rilievo: l’atteggiamento di Banca di Roma nei confronti delle attività turistiche dei Tanzi muta radicalmente nel volgere di poco tempo: di estremo rigore fino al 1994, «improvvisamente, non mutando la situazione finanziaria di base, mutò invece il proprio atteggiamento nei confronti dell’imbarazzante cliente, iniziando a finanziarlo generosamente sulla sola base di anticipazioni sul conseguimento degli obiettivi di budget». Nello stesso periodo, notano ancora i giudici, Geronzi si insediava alla presidenza di Banca di Roma.

Le parole utilizzate dai giudici bolognesi sono pesanti in molti passaggi, come già evidenziato nei giorni scorsi da un quotidiano. La misura dell’interdizione viene definita «sproporzionata in difetto». L’indagato, «dalla non comune perseveranza nell’illecito dimostrata», viene paragonato a Calisto Tanzi per il ruolo avuto nel crack. E sussiste tuttora «un elevatissimo pericolo che ritorni a commettere delitti del medesimo tenore. Confortato anche «da recenti manifestazioni di solidarietà e di persistente stima e fiducia provenienti dal dal settore

Scandali e moralizzatori

giovedì, marzo 30th, 2006

Vi ho detto tante volte quanto conti l’indipendenza.

Non e’ una buona idea, per esempio, farsi
consigliare da operatori dell’investimento
che sono in evidente conflitto d’interesse.

Ovvero fanno profitti anche se voi perdete e devono
e vogliono vendervi i prodotti finanziari su
cui guadagnano di piu’.

Anche se spesso non sono affatto i migliori
possibili, anzi.

E non badate alle dichiarazioni di principio
e alle presunte patenti di moralizzatori.
Fidatevi solo di chi e’ Indipendente davvero
e guadagna solo se anche voi guadagnate.

E leggete qui sotto cosa succede alla Confcommercio.

-Da Il Velino.it – Lo “sguardo acuto di Gad Lerner sui temi del giorno” – così il portale internet Virgilio presenta ai propri frequentatori la rubrica L’Infedele – prende oggi le mosse da un’inchiesta del Sole 24 Ore sulla Confcommercio. “Leggo sul Sole 24 Ore di oggi – scrive Lerner – che il nuovo presidente pro-tempore della Confcommercio, Carlo Sangalli, percepiva ogni bimestre 37.873 euro da un fondo riservato, all’insaputa degli organi direttivi dell’associazione. Non era il solo, naturalmente. Il suo predecessore Sergio Billè, quello che faceva la cresta sulle tessere d’iscrizione e si è arredato casa con la modica cifra di 2 milioni di euro, pare abbia distribuito 17.8 milioni di euro in consulenze, solo gli ultimi tre anni. È uno scandalo enorme, passato sotto silenzio. Come dimostra il fatto che vi sia coinvolto in pieno il successore di Billè, cioè colui – conclude L’Infedele – che dovrebbe fare la parte del moralizzatore”.

La legge è uguale per tutti

mercoledì, marzo 29th, 2006

Geronzi e’ stato interdetto.

Nel frattempo Fiorani e’ in galera da mesi,
mentre Consorte e’ a malapena indagato e
Tanzi chiede perdono in tribunale e Palenzona
nega tutto e si sentono appartenenze politiche.

Infine Cragnotti e’ in attesa di giudizio.

Mi ricordo quando commentavo gli scandali
americani dei primissimi anni 2000.

Dicevo, forse ricorderete, che la reazione
alle vicende Enron, Tyco, WorldCom,
Global Crossing etc etc, era tipica della
forza liberale del capitalismo americano.

Capitalismo con regole che vuole sopravviversi.

Geronzi e associati non hanno alcuna parentela
con quel capitalismo e la magistratura italiana
avrebbe la possibilita’ di sottolinearlo molto
bene, com’e’ riuscita a fare quella Usa.

Dimostrando che la legge e’ davvero uguale per tutti.

-Luca Fazzo e Marco Mensurati per “La Repubblica”
Erano apparsi severi, i giudizi con cui il 21 febbraio scorso Cesare Geronzi era stato interdetto per due mesi dalla sua carica di presidente di Capitalia per ordine del giudice preliminare di Parma Pietro Rogato per il suo ruolo nell´affare Parmalat. Ma quei giudizi non erano nulla di fronte alla devastante gravità delle motivazioni con cui sabato scorso il Tribunale di Bologna ha respinto il ricorso avanzato da Geronzi contro quell´ordinanza.

I giudici d´appello non si limitano a ratificare l´ordinanza di interdizione chiesta ed ottenuta dal pm Vincenzo Picciotti, ma scrivono senza giri di parole che il collega di Parma è stato troppo buono, e che Geronzi doveva finire in carcere come Calisto Tanzi, l´imputato numero uno del crac di Collecchio: «La misura adottata nei suoi confronti appare decisamente sproporzionata in difetto: ben diversa è stata infatti la risposta che l´autorità procedente ha riservato ad altri personaggi che hanno interpretato una delle più sconvolgenti pagine della nostra economia. E di tutt´altro spessore ed afflittività avrebbe potuto e dovuto essere la misura riservata a Cesare Geronzi in considerazione della gravità dei fatti che gli vengono ascritti, considerato oltretutto che la sua inclinazione delinquenziale specifica non si è dimostrata certo inferiore a quella dei principali protagonisti della nota vicenda Parmalat»: a partire da Calisto Tanzi, «amico e complice».

È un linguaggio inusuale nella sua durezza, quello che il giudice Alessandra Arceri riserva ad uno degli uomini più potenti d´Italia. Ma proprio da questo potere e dal modo in cui è stato impiegato emerge secondo il Tribunale la pericolosità sociale di Geronzi. «Considerando le vicende di cui Cesare Geronzi si è reso artefice e protagonista nel corso di almeno dieci anni della storia non solo economica ma anche politica del nostro paese» il capo del terzo gruppo bancario italiano viene descritto come «un uomo che sfruttando una incommensurabile potenza» ha «reiteratamente commesso crimini di gravità inaudita mostrando la più totale insensibilità nei confronti di chi ne sarebbe stato la vittima più indifesa (il popolo dei risparmiatori) e non facendosi scrupolo di anteporre personale sete di potere ai canoni di trasparenza e correttezza che devono guidare l´operato di strutture bancarie che godono della fiducia della nazione intera».

Nell´ordinanza il Tribunale ripercorre i due principali capi d´accusa contro Geronzi: avere costretto Tanzi a rilevare dal gruppo Ciarrapico il carrozzone delle acque minerali Ciappazzi, consentendo a Banca di Roma di rientrare da un´esposizione disastrosa; e soprattutto l´avere tenuto a galla artificialmente per anni Parmalat con «finanziamenti dissennati». Grazie alle operazioni volute da Geronzi, tra il 2000 e il 2003 il buco di Parmalat aumenta più che in tutti i dieci anni precedenti.

Ma a fare impressione è soprattutto il passaggio in cui Geronzi viene descritto come una sorta di irriducibile del crimine finanziario: «A fronte della estrema gravità dei fatti di cui Cesare Geronzi è chiamato a rispondere, e della non comune perseveranza nell´illecito, impermeabile ad eventi e previsioni che avrebbero indotto qualunque soggetto responsabile a recedere dalle condotte fino a quel momento tenute, sussista tuttora un elevatissimo pericolo che l´indagato torni (in ciò confortato da recenti manifestazioni di solidarietà e persistente stima provenienti dal settore creditizio) a commettere delitti del medesimo tenore».

Altri protezionismi

martedì, marzo 28th, 2006

Se Parigi piange Roma non ride certo.

Nel senso che il bue Roma dice spesso
cornuto all’asino, quando si tratta di
protezionismi e protettorati.

Enel che strilla per non essersi potuta
comprare Suez, limita il diritto di voto
degli azionisti al 3%.

La verita’ e’ che Enel ed ENI, forse
soprattutto Enel, danno asilo ancora
a tanti di quei politici che liberalizzarla
non e’ assolutamente nell’ordine delle cose.

E noi paghiamo l’energia piu’ cara del mondo.

-Reuters
L’utility Suez fa sapere di avere deferito l’Enel alla commissione Ue. Il gruppo franco-belga ha scritto al commissario Ue Al Mercato interno, Charlie McCreevy “per metterlo al corrente della sorprendente e squilibrata posizione di Suez rispetto all’Enel”. Secondo Suez “contrariamente ai principi della libera circolazione dei capitali nel mercato unico, lo stato italiano dispone di diritti esorbitanti su Enel”. In particolare Suez evidenzia il limite del 3% ai diritti di voto degli azionisti, che di fatto scoraggia qualsiasi gruppo dal fare un’offerta per Enel.

L’idea dell’Europa di Italia-Google

lunedì, marzo 27th, 2006

Insieme al Muro di Berlino e’ caduta l’Europa.

In mezzo alle macerie della Cortina di ferro
e’ stata travolta la nostra vita protetta,
la nostra idea di Occidente continentale,
privilegiato e baciato dal destino e da Dio.

Il nostro monopolio della felicita’ e del benessere.

Da Est hanno cominciato ad ‘invaderci’, in quel
preciso momento, non solo i reietti del comunismo,
ma anche soprattutto i derelitti di tutto
l’Oriente possibile ed inimmaginabile, gli uomini
e le donne che volevano e avevano diritto
di vivere anche loro.

L’invasione continua ed accelera.

La nostra via di mezzo tra il sogno americano,
fonte di seria competizione e concorrenza,
e il comunismo irrealizzabile e crudele,
che ha schiavizzato per decenni miliardi
di persone in tutto il pianeta, non tiene
piu’ e c’e’ in giro un’aria di nazionalismi
e protezionismi che non ci portera’ da nessuna parte.

Il rumore del Muro che cadeva ci ha distratti.

Non ci siamo accorti che mentre un’idea del mondo
finiva, un’altra del Simulmondo nasceva e si
sviluppava. Un’idea che provo a riassumere di
nuovo nel mio Italia-Google che esce a meta’
aprile in tutte le librerie nella collana I
libri di Finanza World edita da FAG.

Italia-Google racconta e, spero, dimostra due cose:

-Perche’ non siamo riusciti a non prendere l’aereo del
Simulmondo in Europa, mentre gli Usa volavano;

-Come potremmo ripartire e prenderne uno anche piu’
veloce, nei prossimi mesi ed anni che verranno.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate anche voi.

Il Caimano

venerdì, marzo 24th, 2006

Di tutti i soprannomi del Premier,
questo e’ probabilmente il piu’ azzeccato,
e allude al sorriso sempre scattante e
non certo privo di dentatura.

Ma anche difficile da domare e aggressivo.

Nanni Moretti non simpatizza per Berlusconi,
questo e’ noto. Era gia’ evidente nel suo
penultimo film, Aprile, e nelle uscite
pubbliche di qualche anno fa, girotondi inclusi.

Il Caimano, esce proprio adesso, grande timing,
e non manchera’ di sollevare nuove polemiche,
a pochi giorni da queste difficili elezioni politiche.

Difficile che tocchi tutti gli argomenti decisivi,
per quelli ci vuole Guido Rossi e non Nanni Moretti,
ma puo’ darsi che riesca a farci capire meglio
questi anni televisivi che stiamo vivendo.

E speriamo faccia anche ridere. Ne abbiamo voglia.

-Dagospia
La vera sorpresa è che Nanni Moretti è il Caimano, nel senso che nell’ultima sequenza l’attore-regista si trasforma in Silvio Berlusconi. Anzi: in una versione aggiornata del ministro socialista che incarnava, ormai 15 anni fa, nel “Portaborse”. Il colpo di scena chiude in una chiave ammonitoria-fosca un film per altri versi divertente. Si immagina infatti che Berlusca-Moretti sia condannato dal giudice incarnato dallo sceneggiatore Stefano Rulli a 7 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Con un sovrappiù di cupa premonizione: il premier di Nanni dice infatti ai giornalisti fuori dal tribunale: “Con la mia condanna, la nostra democrazia si è trasformata in un regime.
L’unico modo per reagire è rispondere in ogni modo al partito dei giudici”. E infatti una folla di berluscones cinge d’assedio il tribunale e lancia oggetti al giudice che ha appena emesso la sentenza di condanna.

Per il resto il film è sostanzialmente quello che ci si attendeva: Silvio Orlando è uno sgangherato produttore di film di serie B – tipo “Mocassini assassini” o “Cataratte” – che decide, per risollevarsi, di fare un film sul “Caimano”, senza capire in un primo momento che il Caimano in questione è il Cavaliere di Arcore (“Non ci avevo pensato. Io ho votato Berlusconi”). Però lo spettatore, dopo circa 20 minuti, è messo di fronte all’immagine che spiega tutto: un sogno nel quale Berlusconi prima maniera, incarcato da Elio De Capitani, si ritrova dentro il suo studio. Dal soffitto crolla una valigia piena di miliardi di lire e la voce del produttore-Silvio Orlando ripete ossessivamente “Da dove vengono tutti questi soldi?”.

“Da dove vengono tutti questi soldi?” è il ritornello di tutto il film, sia quello immaginato ma non realizzato da Orlando, sia in quello finale nel quale Nanni si espone alla condanna del tribunale. Naturalmente il film è tante altre cose ancora. Alcune divertenti, come le partecipazioni in amicizia di mezzo cinema italiano (Carlo Mazzucarati, Paolo Virzì, Giuliano Montaldo, Tatti Sanguineti, Antonello Grimaldi, Renata De Maria e soprattutto Michele Placido nei panni di se stesso). Altre più pensose e malinconiche: la tribolata separazione matrimoniale tra il produttore e sua moglie Margherita Buy.

Nel film ci sono altri riferimenti alla carriera imprenditoriale e politica di Berlusconi, a partire dalla costruzione di Milano2 senza rinunciare alle presunte connessioni con la mafia, tramite Dell’Utri. Soprattutto nel finalissimo Moretti-Berlusconi, sempre più feroce, ribadisce: “Non sono io l’anomalia, sono i comunisti, questa triste sinistra che sa solo odiare me”. Nanni-Silvio se la prende anche con gli alleati Casini e Fini: “Vi ho portati tutti al governo e oggi nemmeno una telefonata”.

Folla delle grandi occasioni al cinema Barberini, con grande spolvero di giornalisti, incluso Giuliano Ferrara, seduto tra Sandro Curzi e Ritanna Armeni. Qualcuno l’ha sentito ridere di gusto soprattutto nella prima parte. Nel parterre, molto attenti e pronti a prendere appunti, firme come Cazzullo, Buttafuoco, Sorgi, Roberto Cotroneo, Marco Giusti, Tatti Sanguineti, Corrado Formigli.

Commenti: un film sgangherato, con due anime, come se Nanni avesse avuto più voglia di raccontare le traversie professionali e sentimentali del suo produttore che lo scandalo del berlusconismo.

TIEPIDO APPLAUSO A PROIEZIONE STAMPA ‘IL CAIMANO’
(Ansa) – Un applauso durato non molto e che ha coinvolto solo una parte della affollata sala del cinema Barberini di Roma, alla conclusione della prima proiezione per la stampa del film di Nanni Moretti ‘Il Caimano’. In sala giornalisti italiani e stranieri, ma anche il consigliere di amministrazione Rai Sandro Curzi e il senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti. Durante la proiezione diverse scene sono state sottolineate dalle risate convinte del pubblico.

BERLUSCONI, CAIMANO DI MORETTI? NON LO VEDRO’
(ANSA) – ”No, assolutamente no”. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi risponde cosi’ a chi gli chiede se andra’ mai a vedere il nuovo film di Nanni Moretti ”Il
Caimano”.

PRODI: SPERO CHE IL FILM DI MORETTI SIA UTILE E NON DANNOSO…
(Apcom) – “I film di Nanni Moretti si vanno a vedere. Poi vedremo se è utile o dannoso alla campagna elettorale”. Lo ha detto Romano Prodi, in un’intervista a Rtl 102,5. ‘Il caimano’ “sarà evidentemente un film politico”, ha aggiunto il leader dell’Unione: “Speriamo che sia utile e non dannoso”.

IL FINALE DEL ‘CAIMANO’ RAGGELA I CRITICI A MILANO
(ANSA) – E’ scattato un breve applauso al cinema Anteo al termine dell’anteprima milanese dell’attesissimo ‘Il Caimano’ di Nanni Moretti, la cui proiezione e’ stata punteggiata dalle risate del pubblico in sala, tra cui sedeva anche Fabio Fazio, che sabato ospitera’ il regista nella sua trasmissione ‘Che tempo che fa’. I pochi applausi, secondo i molti critici intervenuti alla proiezione, sono dovute al finale della pellicola definito dai piu’ ”Raggelante perche’ possibile”.

Ambivalenti le reazioni a caldo: ”Mi aspettavo di piu’, ci eravamo creati il mito” da parte di qualcuno, mentre per altri ‘Il Caimano’ ”e’ un film non facile, ma coraggioso e soprattutto necessario”. A dividere gli animi e’ soprattutto il ruolo di Berlusconi all’interno della pellicola: ”Non e’ liquidabile con una serie di stereotipi contro Berlusconi, perche’ – riflette qualcuno – parla soprattutto di una certa mentalita’ italiana”. Altri, invece, invitano a ricordare che ‘Il Caimano’ ”e’ un film e non un comizio politico e come tale va considerato. In tanti, comunque, non riescono a dare un giudizio immediato: ”Sono raggelato dal finale – ammette un critico – tanto prevedibile quanto inquietante”.

Declino e declinismo e Italia-Google

mercoledì, marzo 22nd, 2006

Gli americani hanno parecchie fortune.

Una di queste e’ avere due Borse e due
grandi lobbies finanziarie che si equilibrano:
il NYSE da una parte che rappresenta e
finanzia, da piu’ di un secolo, la grande
industria moderna (trasporti, energia,
automobili, chimica etc etc) e il Nasdaq
dall’altra che e’ il braccio finanziario
di Silicon Valley, della California, e
delle industrie (e servizi) del Simulmondo.

Noi non abbiamo questa fortuna.

Cosi’ dobbiamo continuare a sopportare che
settori ed industrie decotte da decenni,
assorbano tutte le risorse finanziarie
pubbliche e private, drenino il denaro
delle banche e dello Stato, trasformandole
in dividendi e sottraendole alla crescita.

Insieme al problema delle regole e
degli arbitri, questo dell’impossibilita’
di finanziare l’innovazione e’ IL PROBLEMA
nazionale.

A questo problema ho dedicato Italia-Google,
il mio nuovo volume che esce in tutte le librerie
il 13 aprile, nella collana I libri di FinanzaWorld
edito da FAG Milano www.fag.it

-Da Giuliano Ferrara per “Il Foglio”

Anche i padroni nel loro piccolo s’íncazzano. E se c’era uno pronto alla lotta di classe nella sua classe, questo era il Cav. Sì, d’accordo, era nervoso anzi imbufalito, dovrebbe ormai essere chiaro che è tutto tranne che un dissimulatore professionale, che le sue lombosciatalgie diplomatiche e altre bugie bianche durano lo spazio d’un mattino, ma ve lo ricordate quando Agnelli sfoderò il suo cinismo e disse che se vinceva lui, «vinciamo tutti», se invece perde, «perde solo lui»?

Avete un’idea di che cosa significhi in Italia muoversi, disturbare, creare valore, predicare libertà, poi difendere l’impresa e molto altro buttandosi in politica e facendo una roba garibaldina mentre i datori di lezione di sempre si prostituivano davanti ai magistrati d’assalto e chiedevano pietà ciascuno per sé, Romiti da Borrelli e De Benedetti sulla soglia del carcere di Regina Coeli per le telescriventi rifilate con mazzetta alla pubblica amministrazione?

Certo, lo sommergeranno di improperi e contumelie eleganti, le prime file dell’assemblea di Confindustria, fischiate e contestate dalle seconde e terze e ultime file, gli diranno che non sa accettare l’autonomia degli altri, il pencolare dei grandi padroni, delle grandi banche, dei grandi giornali verso Prodi che a sua volta pencola verso la Cgil, i Verdi e Rifondazione con le sue ricette generiche e fumose che sollevano scandalo nelle persone serie, come Luca Ricolfi, ma vi sembra così strano che Berlusconi abbia saltato le prime file, incendiato il palco, detto quel che aveva da dire?

La mattana di Vicenza e la lite furente con quell’imprenditore ambizioso e dai comportamenti un po’ gaglioffi, da scarparo, di cui adesso non importa ricordare il nome, ha motivazioni profonde, dell’anima. Tecnicamente è forse un altro errore, una prova di debolezza, un appello psicologico a se stesso e agli altri dall’interno di uno stato d’assedio permanente. Ma la formidabile gazzarra che ha lacerato l’ipocrisia confindustriale, che ha messo fine all’unità psicologica del padronato più mandarino consociativo e conformista del mondo, si è inscenata su temi molto seri, nasce come rivolta, come sentimento di solitudine, come intuizione di un tradimento personale (ché tutto è personale nella parabola del berlusconismo), nasce come intolleranza del profondo maturata e poi esplosa sotto l’inaudita cappa di conformismo che si è trasformata in una bandiera di agitazione e propaganda contro quell’animale politico e quell’imprenditore privato ferito dai sondaggi, la festa dei calci dell’asino.

Il Cav. è ormai davanti ai suoi mulini a vento, e l’esito della battaglia della Mancha è noto, i cavalieri in genere soccombono. E per quanto Berlusconi abbia sbagliato nelle sue tattiche e nelle sue strategie, per quanto abbia dissipato il potenziale blocco sociale di una rivoluzione liberale che è rimasta una celebre incompiuta, per quanto si sia mosso con esclusivismo e una scarsa propensione allo scambio anche nel rapporto con i suoi pari, questa sua decisione ferina nel dire tutto, nello scavare un solco dove c’è fanghiglia, porta con sé una lezione di dignità.

Con la scusa del populismo televisivo e del conflitto di interessi, la borghesia imprenditoriale italiana avviluppata nei propri conflitti di interessi non ha saputo e non ha voluto mettersi in campo per il riformismo possibile, ha congedato bruscamente la Confindustria che aveva messo la riforma del mercato del lavoro prima dell’interesse particolare di qualche grande gruppo, ha ripreso in mano le redini del sistema concertativo, ha scaricato a colpi di magistratura d’assalto e di informazione d’assalto l’unico cavallo che abbia mai corso, per quanto zoppicante, verso obiettivi socialmente condivisi dalla base degli imprenditori, e importanti per tutti.

Così oggi l’alternanza al governo, che in sé non è uno scandalo e che Berlusconi non dovrebbe considerare uno scandalo, perché è una delle sue più importanti realizzazioni nella vita italiana, si esprime poveramente, in una coalizione disomogenea e un po’ affarista di grandi padroni e sinistra debole il cui fondamento è in un patto di potere, che non è populista, ma elitario e sghembo. Al Cav. non resta dunque che l’appello al cielo, il calcio nei denti, la ribellione personale, l’asprezza inaudita dei toni, insomma la lotta di classe dentro la classe proprietaria, la dichiarazione di una resistenza che alla fine potrebbe durare, superare la data fatidica delle elezioni, e manifestarsi come una duratura rivolta sociale e politica contro l’alleanza di un nuovo stato fiscale e dirigista con i grandi gruppi declinanti che hanno inventato la favola del declinismo.




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