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Archivio di gennaio, 2006

Fiat e il ritorno all’utile

martedì, gennaio 31st, 2006

La Fiat Auto torna all’utile.

Non e’ male la notizia, mentre giganti
come GM e Ford non sanno dove sbattere
la testolina e la carrozzeria.

Speriamo che l’utile non sia un episodio.

Nel frattempo si possono ricordare un
paio di cose a futura memoria:

1 Come ricordava l’On Tabacci, 10.000
miliardi e’ giusto la cifra che la Fiat
e’ costata in questi anni ai cittadini
italiani mentre, con l’altra mano, la stessa
somma arrivava in conto dividendi alla
famigliona di Torino;

Grande famigliona bisognosa e numerosa.

2 Oggi tutti dicono che Montezemolo e’ un
grande manager e che insieme a Marchionne
e’ il vero artefice della resurrezione
del marchio torinese, e’ hanno la tendenza
a correre in soccorso dei vincitori.

Una buona memoria e’ indispensabile agli investitori.

-Dagospia.com
Bella la foto di famiglia con Luchino di Monteprezzemolo vestito di chiaro-gessato che sta al centro insieme a Yaki Elkann (con il pulloverino blu di protezione del giovane) e Sergio Marpionne scapigliato e sorridente. Bella perchè è segno di buona salute ed è la miglior risposta a quei deficienti di Goldman Sachs che appena Draghi se ne è andato hanno scritto che l’Italia è soltanto un Paese di magnaccioni e di pallonari.

Per Luchino, che quando fu “costretto” dalla Sacra Famiglia degli Agnelli a prendersi in carico la presidenza della Fiat piegò le spalle e battè i tacchi, quella di ieri è stata una giornata storica. Da gran maestro di marketing e di immagine se l’è giocata alla grande perchè la resurrezione della Fiat è un cavallo bianco al quale fino a un anno fa nemmeno lui dava importanza. Adesso l’incenso profuma lo charme dei suoi capelli spettinati, e appanna quelle parole che Cesare Romiti pronunciò un paio di anni fa proprio su Luca-Luca.

Rileggiamole insieme: “a quel tempo avevo un giovane collaboratore con diverse esperienze alle spalle: alcune positive, ma anche altre negative. Il suo nome è Luca di Montezemolo…la decisione di scegliere fra lui e gli altri candidati per la Ferrari fu difficile. Quando ne parlai al mio presidente, l’Avvocato Gianni Agnelli, manifestò le sue personali perplessità, soprattutto in base alle difficoltà che Luca di Montezemolo aveva avuto nelle ultime prove professionali…insistetti e l’Avvocato si affidò alla mia decisione”.

Le alternative di Bill il Cannibale

martedì, gennaio 31st, 2006

Lo chiamo il Cannibale da anni.

Era il soprannome di Eddy Merckx,
il piu’ grande ciclista di tutti
i tempi. Lo chiamavano cosi’ perche’
voleva vincere tutto e faceva le
volate anche per i traguardi intermedi
nelle tappe del Giro d’Italia.

Bill Gates e’ il cannibale del software.

Tutte le volte che ci sono di mezzo
i sistemi operativi, oppure i programmi
applicativi piu’ importanti (Office),
Gates vede rosso e non transige.

Si e’ visto in questi anni nei casi
di Wordstar, Lotus, Netscape, Linux,
Media Player e piu’ di recente con Google.

Negroponte voleva l’aiuto del Cannibale
per il suo progetto di Pc da 100 dollari,
ma Gates non si e’ fatto incantare.

Al massimo puo’ essere interessato
a supportare un cellulare con un po’
di Windows mobile, ma il Pc quello
proprio non si tocca.

In nessun caso.

Da www.corriere.it
Una guerra dal cui esito potrebbe dipendere il futuro dei bambini dei Paesi poveri. È in corso tra Nick Negroponte, il fondatore del prestigioso Media laboratory del Massachusetts Institute of Technology, e Bill Gates, il fondatore della Microsoft. Il guru mediatico del Mit ha lanciato un programma, «Un computer portatile per ogni bambino», chiedendo l’aiuto del re del software, nella speranza di colmare il divario tecnologico che rischia di condannare il Terzo Mondo. Ma, dopo lunghi negoziati, Gates ha riposto di no e ha proposto un’alternativa: un telefono cellulare che collegato a una tastiera e a un televisore funzionerebbe come un computer. Il portatile di Negroponte costerebbe soltanto 100 dollari, e verrebbe distribuito ai bambini dai governi dei Paesi poveri, mentre il costo del cellulare di Gates e la sua distribuzione sono ignoti.

Quella tra l’accademico dell’hi-tech e l’uomo più ricco del mondo sembrerebbe una sfida tra i fautori della assistenza e i fautori del profitto nel Terzo mondo, con miliardi di dollari in ballo. Craig Mundie, il cervello elettronico, per così dire, di Gates, smentisce che la Microsoft pecchi d’ingordigia: «La realtà è che a lungo termine il progetto di Negroponte non è sostenibile — rileva — mentre prima o poi tutti avranno un cellulare nei Paesi emergenti».

Guido Rossi e la Finanza Democratica

lunedì, gennaio 30th, 2006

I Furbetti del quartierino ne sanno qualcosa.

Hanno provato direttamente cosa vuol dire
andare a sbattere contro il custode della
serieta’ e della trasparenza dei mercati
anche in Italia, Guido Rossi.

E non ha cominciato quest’estate.

Sono almeno tre decenni che il giurista ed
economista milanese mette il suo timbro,
inconfondibile, sulle missioni apparentemente
piu’ impossibili che siano apparse sulla
malandata scena politica e, sopratutto,
finanziaria dello Stivale.

Due cose lo interessano piu’ di tutte:

Denunciare il conflitto di interessi
epidemico del nostro Paese;

Attaccare, con la forza delle idee
e delle leggi, i potenti che pretendono
di calpestare il diritto.

Sia che giochino all’ala destra che
su quella sinistra.
Leggendaria la sua definizione della
‘merchant bank di Palazzo Chigi’ sotto D’Alema.

Anticipatore il suo ruolo di denuncia
dei mali del calcio italiano. Fu il primo
a ‘denunciare’ Cragnotti.

Lavora da solo e si sente che si e’ formato in Usa.

-Stefano Cingolani per “Il Mondo”
Tra le macerie dell’annus horribilis c’è un solo vincitore: non è un banchiere, né un industriale, tanto meno un politico, anche se in una vita ricca di multiformi esperienze, ha attraversato imprese e politica. No, chi ha dato la spallata decisiva agli scalatori di Antonveneta, Rcs Media- Group e Bnl, è un professore, uno dei massimi esperti internazionali di diritto e mercati, l’uomo delle situazioni estreme, al quale ci si rivolge quando le matasse sono troppo complicate (come avvenne nel crac Ferfin-Montedison) e quando si debbono imboccare strade nuove (creare un’autorità di controllo sui mercati borsistici o privatizzare le telecomunicazioni). I lettori avranno capito che stiamo parlando di Guido Rossi.

Nato a Milano il 16 marzo 1931 sotto la costellazione dei Pesci (il segno dei sognatori), gran borghese con il cuore a sinistra e il cervello a Harvard dove si è formato dopo la laurea a Pavia nel 1953, frequentando i corsi di Louis Loss, maestro nel diritto societario e nei mercati finanziari, di successi ne ha ottenuti a valanghe nella sua lunga e prestigiosa carriera professionale. Ma il crollo di Fiorani & C. corona battaglie condotte all’università, sulle colonne dei giornali e nelle pagine dei libri in quasi 50 anni.
Non tutte vittoriose. Anzi. Gli olandesi di Abn Amro hanno conquistato Antonventa grazie a lui che ha organizzato la resistenza fornendo le armi giuridiche, tra le quali il ricorso al reato europeo di market abuse. La sua conoscenza dei barocchi meandri della finanza italiana, tra società off shore e scatole cinesi, ha aiutato a districarsi sia Rijkman Groenink, sia la Procura milanese pur dotata di un gran dipanatore di falsi bilanci come Francesco Greco.

Adesso ricorrono agli uffici del superavvocato gli spagnoli del Bbva incerti se e come rilanciare la loro offerta per Bnl dopo la sconfitta di Unipol e la caduta di Giovanni Consorte. Ma anche Stefano Ricucci, stoppato nella sua resistibile ascesa, ha cercato i consigli di Guido Rossi per sistemare il pacchetto di azioni Rcs congelato nelle sue mani. Nello splendido ufficio di via Sant’Andrea 2 a Milano, a due passi da via Montenapoleone dove abita, proprio sopra il celebre Caffè Cova, la fida Silvana, efficientissima segretaria del grande avvocato, li ha visti passare tutti, in questi mesi: dai legali di Ricucci ai concertisti, da Cesare Geronzi che aveva ingaggiato proprio Guido Rossi per difendersi dalle accuse nei suoi confronti dopo gli scandali Cirio e Parmalat, alle merchant bank che si sono combattute a suon di commissioni milionarie. Quanto a parcelle salatissime, nemmeno Guido Rossi scherza.

Francesco Cossiga che gli si è messo apertamente di traverso e, con il feroce sarcasmo di cui è capace il presidente emerito della Repubblica, ha infierito sui guadagni dell’avvocato e sul suo schierarsi apertamente a sinistra: «Crede di esserlo perché una volta fu invitato a pranzo da mio cugino Enrico Berlinguer e divenne parlamentare indipendente nelle liste del Pci». Ma uno come Rossi negli Stati Uniti verrebbe pagato alla pari di una star hollywoodiana. E sulla sua collocazione politica, fanno testo le stoccate che il professore ha lanciato non solo adesso,ma fin dal tempo in cui sedeva sui banchi del Senato. Ricorda ancora come una ferita personale il fatto che nessun parlamentare comunista mise la propria firma sul progetto di legge antitrust, il primo mai presentato nel parlamento italiano, «nonostante io fossi un compagno di strada». Rossi attacca le uscite di Piero Fassino a favore dell’opa Unipol su Bnl: «Ha fatto sfoggio di luoghi comuni e di scarsa preparazione».

E fu lui a creare la sprezzante definizione «merchant bank di palazzo Chigi» quando Massimo D’Alema sedeva a palazzo Chigi. «L’unica differenza è che non parlano inglese», disse con una battuta che segnò un distacco durato anni e lo portò a rifiutare la candidatura a sindaco di Milano.

Ora anche D’Alema è andato a Canossa. E forse uno dei segnali più evidenti del trionfo di Guido Rossi è la cena che ha organizzato per il presidente diessino il 9 gennaio nel suo appartamento milanese. Strenuo avversario del conflitto di interessi che «da endemico s’è fatto epidemico», il professore ha sempre visto Silvio Berlusconi come una minaccia per la liberal-democrazia. E il centrodestra a sua volta ne ha fatto una bestia nera. In Parlamento giace una interpellanza rivolta il 28 settembre scorso dal senatore Emiddio Novi (Forza Italia) ai ministri dell’economia, delle finanze e della giustizia, insomma a Giulio Tremonti e Roberto Castelli contro «l’avv.Guido Rossi notoriamente legato alla sinistra degli affari, gratificato di una parcella di molti milioni di euro dalla banca olandese Abn Amro».

I toni intimidatori dei peones lo molestano meno di una puntura di zanzara. I rapporti di Guido Rossi con Greco, il grande inquisitore dei reati finanziari, risalgono a prima di Tangentopoli. Il superavvocato definisce «sciocchezze» le accuse di aver avuto un ruolo chiave nelle prove che hanno portato all’incriminazione di Fiorani e Ricucci e aggiunge: «Non credo che il ricorso alla magistratura sia la soluzione per il problema delle regole. La supplenza della magistratura non è sana per il sistema».

Anche la Commissione per il controllo della borsa è nata in Italia sull’onda dei clamorosi scandali degli anni ‘70. Il progetto di legge viene approvato nel 1974 dopo il crac Sindona, la Consob affronta il primo caso scottante nel 1981 con l’affare Calvi-Banco Ambrosiano. Guido Rossi sembra la figura perfetta per far decollare uno strumento di modernizzazione del sistema finanziario e istituzionale italiano. Si insedia il 15 febbraio 1981, se ne va il 10 agosto 1982. La sua cultura americana lo spinge verso il modello Sec contro la volontà del sistema finanziario italiano e di quello politico.

Nel 1987, accetta un seggio senatoriale come indipendente di sinistra, nelle liste comuniste.A palazzo Madama tutti lo ricordano alto, grande, di bell’aspetto, dai mondi alteri e gentili a un tempo, con una lunghissima sciarpa, quando bianca quando rosso fuoco, girata attorno al collo. E rammentano i suoi duelli con Guido Carli. L’ex governatore della Banca d’Italia e presidente della Confindustria siede sui banchi della Dc. Sognava di imprimere una svolta liberale e modernizzatrice alla Balena Bianca, quel che Guido Rossi voleva fare, in parallelo, nella Balena Rossa. Entrambi furono sconfitti.

I due Guido vanno allo scontro nel 1991 sulla prima legge antitrust. Carli, ministro del Tesoro, si oppone al passaggio della sorveglianza sulla concorrenza nel sistema creditizio dalla Banca d’Italia alla nuova autorità. Riconosce l’anomalia della legislazione italiana, ma l’Antitrust è appena nato e non ha uomini e competenze necessarie a differenza della Vigilanza. Dunque, come soluzione transitoria, è meglio non cambiare nulla. La transizione non è ancora finita. Rossi ha continuato a incrociare le armi con palazzo Koch, in particolare da quando la poltrona di governatore viene occupata da Antonio Fazio. I due uomini non possono essere più distanti. Protezionista, dirigista, meridionale il primo, europeista, fautore del mercato e milanesissimo il secondo. Rossi ha sempre rimproverato alla banca centrale un conflitto di interessi: «Da una parte difende la stabilità del sistema creditizio e quindi è la mamma di tutte le banche, che protegge dai fallimenti o dagli scalatori sgraditi. Dall’altra dovrebbe garantire la concorrenza tra le banche stesse». La gestione Fazio ha accentuato ancor più la discrezionalità con «un esercizio opaco della vigilanza come strumento di potere». Quando Romano Prodi a palazzo Chigi e Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro decidono di lanciare la madre di tutte le privatizzazioni, affidano la presidenza della Stet (poi fusa con Telecom Italia) proprio a Guido Rossi il quale l’accetta come incarico a termine. Il termine diventa più breve del previsto: appena dieci mesi. Dal gennaio al novembre 1997.

Rossi è per la public company senza patto di sindacato e senza golden share in mano al Tesoro. Sul primo aspetto la spunta: il nocciolo duro è un nocciolino anche perché, ricorda, «nessuna famiglia doveva governare Telecom», tanto meno gli Agnelli presenti con una piccola quota. Sul secondo perde. Nell’ottobre 1997, la nuova Telecom va in borsa e subito si manifestano i primi dissensi ai vertici. Il presidente chiede maggiore distribuzione delle deleghe, più trasparenza, la scomparsa del capo azienda. Il 28 novembre si riunisce il primo consiglio di amministrazione e Rossi si dimette meno di un anno dopo, Roberto Colaninno e Chicco Gnutti creano Hopa.

Con loro Antonveneta, il Monte dei Paschi di Siena e Unipol guidata da Giovanni Consorte. Insomma, si stringono quei legami che durano fino a oggi, con l’eccezione di Colaninno che abbandona nel 2001 la razza padana. La scalata del gennaio 1999, segna la rottura con i suoi ex compagni di strada. Rossi non si limita alle battute sulle merchant bank, ma va fino in fondo contro D’Alema e Pierluigi Bersani, titolare dell’Industria: «Un governo dove un ministro ha sponsorizzato la scalata alla Telecom in dispregio alle regole di privatizzazione che si erano create, e ha invitato l’Unipol a sostenere la Olivetti, nel conflitto di interessi ci vive dentro».

In rotta con il centrosinistra, inviso al centrodestra, il superavvocato si rivolge all’Europa. Il commissario europeo per il mercato interno, Frits Bolkestein, lo chiama a Bruxelles, unico italiano tra le teste d’uovo che mettono a punto il progetto di direttiva comunitaria sulle offerte pubbliche di azioni. Viene varata nel gennaio 2002 insieme all’euro. La moneta circola da allora, l’opa europea non è stata ancora accolta e non si sa che cosa farà l’Italia. Rossi riesce a far passare una delle sue idee forza: spetta agli azionisti decidere se cedere le azioni all’offerente, non ai manager. Dunque, niente poison pills, niente accordi segreti con cavalieri bianchi. Esattamente il contrario di quel che stava accadendo nell’estate dei furbetti. Sulla quale SuperGuido ha idee chiare: il «verminaio » scoperto da Mani pulite «era un gigantesco malaffare, ma in un certo senso era più semplice e più rozzo.Oggi l’economia si è finanziarizzata, gli strumenti sono più sofisticati e occorre chiedersi quanta corruzione venga riciclata con i cosiddetti derivati attraverso il sistema bancario».

Guido Rossi si è lanciato a testa bassa contro tutto ciò che in 50 anni di lavoro aveva sempre avversato. Oggi crede meno alle leggi, poco all’autocontrollo, per nulla ai codici etici. «Forse il recupero dell’ostracismo greco, cioè dell’emarginazione di chi sia venuto meno alle regole generalmente condivise, è una via più percorribile», scrive nel suo Conflitto epidemico (Adelphi) che termina con una citazione di Martin Lutero tratta da una lettera di San Paolo: «Radice di tutti i mali è l’avidità di denaro». Ma siamo pronti a scommettere che non si ritirerà in una Certosa né a coltivare il giardino.

Ma perché applaude? BIS

venerdì, gennaio 27th, 2006

Due giorni fa mi sono chiesto perche’ applaudisse.

Parlavo di Fassino quando si spellava le mani
per Tronchetti Provera che voleva denunciare
Consorte, dopo esserle rovinate, insieme alla
voce, per lanciare peana di giubilo alla
notizia della conquista della BNL.

Se n’e’ accorto anche Beppe Grillo.

Paragonandolo alla Monaca di Monza
(mala tempora currunt anche per le suore
di questi tempi, in balia di frati
sostenuti dai ritrovati della Pfizer),
Grillo trova balzano che Fassino volti
gabbana cosi’ in fretta e cosi’ diametralmente.

Chiedere coerenza ai politici e’ troppo?

-www.beppegrillo.it
L’Espresso di questa settimana scrive, a proposito di Telecom, che “Grillo aveva avvertito tutti”, che “Grillo ha anticipato il motivo con cui gli analisti finanziari hanno spiegato l’ondata di vendite del settore delle telecom”.
Belin, e io che lo dicevo solo per scherzo!

Ieri, a Milano, nella sede di Banca Intesa, si discuteva di un tema centrale per noi cittadini: “Sviluppo o declino: il ruolo delle istituzioni”. Erano presenti i dipendenti Rutelli, Fassino e Follini. E con loro il tronchetto dell’infelicità che ha rilasciato queste appassionanti dichiarazioni:

“Vorrei che si evitasse di confondere e accostare tra loro persone che non hanno né storie, né valori, né responsabilità in comune”

La sottile allusione era rivolta a Gnutti che era consigliere, insieme a lui, in Olimpia, e a Consorte, consigliere, insieme a lui, in Telecom e che, quindi, condividevano, almeno in queste società, una responsabilità in comune. O non lo sapeva?

“Chiariamo una volta per tutte: c’è stata una Telecom pre-acquisizione da parte della Pirelli e una post-Pirelli”

Su questo non si può che essere d’accordo. Infatti, sempre secondo l’Espresso, il debito della società è arrivato oggi a 42 miliardi di euro. Questo dopo aver venduto Seat PG, Telespazio, Finsiel, gli immobili, eccetera, eccetera.
Di quanto è salita l’occupazione nel gruppo da quando c’è il tronchetto? Quanti erano invece gli occupati sotto la gestione di Colaninno?

“Appena ci siamo messi al lavoro per risanare abbiamo trovato anche spiacevolissime sorprese”
“Immaginavamo che certe minusvalenze fossero solo errori gestionali”

Minusvalenze? Sorprese? E noi che pensavamo che avesse fatto un’approfondita analisi prima di comprare la Telecom, invece no. Che sorpresa!

“Di questi compagni di viaggio che mi sono trovato ad avere, e certo non ho cercato, intanto si occuperanno gli avvocati”

Ma il compagno di viaggio Gnutti chi lo ha cercato e ricercato? Che irriconoscente! E’ proprio vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno.

Il tronchetto furioso ha poi concluso:
“E’ il momento che chi, in politica, si è sempre regolato con onestà si separi in modo netto dai disonesti”.

E qui, come la Monaca di Monza con lo sciagurato Egidio, Fassino sorrise e, sventurato, lo applaudì.

Prima applaudiva Consorte…

Google a lutto

giovedì, gennaio 26th, 2006

Giorno nero per il Simulmondo.

Google ha ceduto alla politica cinese
e ha acconsentito ad autocensurarsi,
nella sua versione google.cn

Dara’ informazioni monche su temi che
non piacciono al governo di Pechino
oppure, in qualche caso, non ne dara’
per niente.

Il commento ufficiale di Google e’:

“Meglio una informazione censurata
e ridotta, che nessuna informazione”.

Tante volte sono stato d’accordo con
le strategie di Google. Questa volta,
lasciatemelo scrivere, non lo sono per nulla.

Pessimo esempio digitale. E reale.

-Raffaele Mastrolonardo per Corriere.it
«Rimuovere i risultati delle ricerche non è coerente con la missione di Google. Ma non dare alcuna informazione (o mettere a disposizione un servizio scadente) lo è ancora meno». Come a dire, meglio un motore di ricerca censurato che nessun motore di ricerca. Con questa linea difensiva elementare quanto opinabile Google ha annunciato al mondo il lancio della versione cinese del suo search engine. E ha così fatto sapere di avere chinato al testa di fronte al governo di Pechino, da sempre in prima linea nel controllo delle informazioni trasmesse via Internet.
ARGOMENTI TABU’ – Ultimo dei big della rete a cedere alle richieste censorie delle autorità, Google, grazie a questa decisione remissiva, potrà piazzare i propri server sul suolo cinese. E fornire così agli utenti locali ricerche più rapide rispetto alle attuali, rallentate dalla necessità di dover passare attraverso computer oltre confine. Informazioni più veloci dunque, ma anche decisamente meno complete. Tra gli argomenti che il potente algoritmo di Mountain View dovrà fare finta di non trovare ci sono infatti parecchi temi invisi al potere, come l’indipendenza di Taiwan, il massacro di Tienanmen, il Dalai Lama e la setta religiosa Falun Gong. Per non parlare delle critiche al Partito comunista, anche queste forzatamente inesistenti per i cinesi che utilizzeranno «google.cn». Unica concessione all’onestà intellettuale, il motore americano ha ottenuto di poter aggiungere una nota che avverta che alcuni risultati sono stati rimossi.
UN PARADISO ECONOMICO – Mentre il management di Google parla di una missione a cui restare fedeli, non è difficile capire le ragioni, tutte economiche, di questa svolta. Se Larry Page e Sergey Brin, fondatori della società e promotori di una filosofia aziendale che prevede di «non fare del male», hanno scelto una strada tanto scomoda per l’immagine della loro creatura è perché quello cinese è un terreno di caccia troppo allettante: 1 miliardo e 300 mila persone, 100 milioni di navigatori che crescono al ritmo di 20 milioni all’anno e un mercato delle ricerche che nel 2004 era valutato intorno ai 151 milioni di dollari. Un potenziale paradiso commerciale e pubblicitario dove si sono già gettati, anch’essi a capo chino ovviamente, tutti i maggiori motori occidentali e dove alcune star locali come Baidu.com si rivelano sempre più temibili.
DELUSIONE – Una scelta di business, insomma. Che ha deluso gruppi che si battono per la libertà di espressione come Reporters sans frontières: “E’ davvero una brutta notizia per l’Internet in Cina”, ha fatto sapere l’associazione francese. “Fino ad ora Google era l’unico motore di ricerca che non si era piegato. Di conseguenza, era il governo cinese a doversi attivare per bloccare le informazioni. Ora lo farà direttamente Google”. Lo stesso motore che in questi giorni si è guadagnato la stima dei difensori della privacy rifiutandosi di consegnare al governo Usa alcuni dati sulle abitudini di navigazione dei suoi utenti. Certe volte, evidentemente, è più facile essere profeti in patria.

Ma perché applaude?

mercoledì, gennaio 25th, 2006

Alla fine di questa storia Fassino applaude.

Fra poco potrete leggere di Tronchetti Provera
che racconta delle sue vicende con Gnutti e
Consorte, lo stesso Gnutti che proclamava
a Ricucci in estate la ‘brutta fine’ e
‘i miti consigli’ a cui avrebbero ridotto
il capo di Telecom Italia.

La situazione e’ molto diversa oggi.

Per questo Tronchetti chiede alla politica
e soprattutto alla magistratura (lo chiediamo
anche noi dal 1999) di fare luce piena sulle
manipolazioni del mercato, gli aggiotaggi e
gli insider trading che hanno visto appassionati
protagonisti due dei principali Furbetti estivi.

Ma Fassino perche’ applaude se voleva
avere la banca che Consorte braccava?

-Da Raffaella Polato per il Corriere.it
Adesso basta. Adesso, uno: «Questi signori sono fuori. Non metteranno mai più piede in Telecom». E, soprattutto: «Se come leggo hanno manipolato il mercato, se la loro è truffa, e ripetuta, che truffa venga in superficie: i nostri avvocati hanno già il mandato per valutare e procedere». Marco Tronchetti Provera non ha bisogno di pronunciare i nomi. La ricostruzione che ha appena fatto, la durissima requisitoria sulla Telecom pre-Pirelli non si presta a equivoci. I destinatari, «questi signori», sono Emilio Gnutti e Gianni Consorte. Per le storie di malaffare che, partite dalle inchieste sugli scandali delle scalate bancarie, sono arrivate anche lì. Al colosso delle telecomunicazioni. La cui vendita è stata usata per le «consulenze» multimilionarie incassate da Consorte e fatte saltar fuori, in modo oscuro, nei meandri della cessione da parte della Bell di Gnutti.
Gli acquirenti erano i gruppi Pirelli e Benetton. E, certo, i rivoli delle «consulenze» appaiono tutti interni ai venditori. Ma è facile, in questo clima, mischiare tutto. Tanto più che Gnutti sedeva nella controllante Olimpia, Consorte era consigliere Telecom (in rappresentanza di Hopa, dunque ancora di Gnutti). E Tronchetti Provera — che si è affidato a Guido Rossi — non ci sta: «Vorrei si evitasse di confondere e accostare tra loro persone che non hanno nè storie, nè valori, nè responsabilità in comune». Per cui «chiariamo una volta per tutte: c’è stata una Telecom pre-acquisizione da parte della Pirelli e una post-Pirelli».
La prima, dice, è quella che abbiamo trovato. «Quella dell’Opa del secolo» cita sarcastico: «Ma il risultato fu un’azienda piena di debiti, che non ha mai messo in pratica il piano annunciato nel ’99 e nella quale, appena ci siamo messi al lavoro per risanare, abbiamo trovato anche spiacevolissime sorprese». Immaginavamo, continua Tronchetti (e la frecciata va anche a Roberto Colaninno, pur a sua volta mai nominato), «che certe minusvalenze fossero solo errori gestionali». E «ci siamo messi all’opera, con passione». Prima stoccata pure alla politica: «La Telecom di oggi è la riprova che, dalla politica, anche un’azienda di provenienza pubblica può staccarsi: noi favori non ne abbiamo mai fatti».

Ma, va avanti Tronchetti, «questa è la parte bella della storia. Poi leggi i giornali e scopri altro». Scopri che «le stesse persone che nel ’99 si erano messe d’accordo per fare un’Opa a debito, nel 2001, secondo notizie di stampa non smentite, avrebbero organizzato di concerto operazioni per sostenere artificialmente il titolo Olivetti- Telecom in Borsa, mentre Pirelli stava trattando l’acquisto del pacchetto del 23%». E allora, primo: «Di questi compagni di viaggio che mi sono trovato ad avere, e certo non ho cercato, intanto si occuperanno gli avvocati». Secondo, anche al di là della vicenda specifica, «oggi va dato un grande supporto alla magistratura: deve andare fino in fondo, perché è giusto e perché sennò la gente non capisce. L’abbiamo già visto: dopo due anni i delinquenti risaltano fuori e rifanno le stesse cose. Non è possibile». Terzo: se la trasparenza è un obbligo per le aziende e per chi fa affari, se il mercato alla fine «premia questo», se magistratura e autorità di controllo «devono poter lavorare in autonomia», la politica non creda di essere esente «dalla stessa esigenza di trasparenza». È qui che arriva il secondo affondo, il secondo «basta» di Tronchetti. È anche la platea ideale, visto che si parla di «Sviluppo o declino: il ruolo delle istituzioni» con Piero Fassino, Marco Follini e Francesco Rutelli, arrivati nella sede di Banca Intesa per la presentazione dell’omonimo libro di Astrid. Solo che, se fino a lì il dibattito è un dibattito come tanti, l’intervento del presidente Telecom ha l’effetto di una sferzata. Quando sgancia la bomba della denuncia. E quando, ancora più applaudito, chiede appunto: signori, la politica dov’era? Non si rivolge ai presenti, Tronchetti. Ma non usa perifrasi: «Abbiamo scoperto cosa quelle persone hanno fatto nel ’99. Abbiamo scoperto cosa facevano nel 2001. E abbiamo visto, quest’estate, ancora da parte delle stesse persone, un disegno che portava un chiaro segnale nei confronti delle banche, di Telecom, della Fiat: mezzo Paese. Com’è possibile che la classe dirigente non l’abbia saputo impedire? Eppure l’abbiamo denunciato». Per ripeterlo chiaro: «C’è una contaminazione del nostro sistema che deve essere estirpata, per dare un segnale ai cittadini. E’ il momento che chi, in politica, si è sempre regolato con onestà si separi in modo netto dai disonesti». Perché «non ci sono i mezzi mascalzoni e bisogna avere la forza di dirlo: qui non siamo tutti uguali, non siamo tutti asserviti a una ragnatela di interessi trasversali, non siamo tutti complici». Gli occhi della platea vanno tutti su Fassino. Che applaude.

E adesso a chi le dà?

martedì, gennaio 24th, 2006

Chi di Opa simulata ferisce, di Opa simulata perisce.

Il 15% di azioni che Ricucci ha ancora
in saccoccia, non le vuole nessuno.
Dalle parti del patto di sindacato Rcs
i titoli hanno ricominciato a pesarli,
anche perche’ contarli non e’ utile,
visto che il patto ha tenuto alla perfezione.

Adesso, se non gli dissequestrano le azioni
Antonveneta, il finanziere-immobiliarista di
Zagarolo rischia davvero grosso.

Vedremo presto.

-Giovanni Pons per la Repubblica -Il patto di sindacato Rcs non è interessato a rilevare il 15% in mano a Ricucci. Almeno per il momento. La risposta, ancora non ufficiale, è stata fatta pervenire da Guido Rossi agli advisor che seguono l’immobiliarista romano, Guido Roberto Vitale e Vittorio Ripa di Meana. Che ora puntano tutte le carte sul dissequestro delle azioni Antonveneta per sbloccare la partita. La Procura di Milano, prima di prendere una decisione al riguardo, ha voluto vedere cosa contenessero gli scatoloni sequestrati a Ricucci qualche settimana fa. Il diretto interessato giura che si tratta solo di fotocopie di documenti già in possesso degli inquirenti. Dunque la settimana prossima Carlo Federico Grosso tornerà alla carica e depositerà formalmente l´istanza di dissequestro, con la speranza di vederla accolta. Gli avvocati sostengono che Ricucci era solo una pedina di un ingranaggio più grande manovrato da Fiorani e Consorte. Ma anche il ruolo di Coppola sembrava marginale e non lo era. Poteva esserlo Ricucci che per mesi interi ha tenuto in fibrillazione la Borsa e la comunità finanziaria?




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